REFERENDUM COME SALVARE L’EUROPA DAI FRANCESI

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EDITORIALE

Il Riformista, 2 ottobre 2004

REFERENDUM
Come salvare l'Europa dai francesi


Apparentemente la decisione di Jacques Chirac, che spiana la via a un
referendum in Francia sull'allargamento dell'Unione europea alla Turchia, è
una scelta di democrazia: il popolo avrà l'ultima parola. Ma introdurre un
atto di democrazia nazionale in organizzazione sopranazionale
non-democratica (è infatti un'associazione di stati, non di popoli) è
potenzialmente molto pericoloso, una novità in grado di terremotare gli
equilibri fragili su cui si regge l'Europa a 25.
L'elettorato di un singolo stato, con procedure che potrebbero anche non
prevedere un quorum di affluenza, avrà infatti il potere di rovesciare una
decisione presa dall'Unione, e cioè dai governi secondo le regole e i
meccanismi di voto previsti dal nuovo Trattato. In poche parole: si potrebbe
anche decidere all'unanimità a favore dell'ingresso della Turchia, ma poi i
soli francesi avrebbero il diritto di bocciare questa decisione. Diverso
sarebbe se a votare fosse l'intero elettorato europeo: in quel caso i
francesi varrebbero quanto gli italiani o i lituani. Ma così non è.
Si potrebbe obiettare che questo già avviene per la ratifica dei trattati.
Infatti ci sono stati referendum che hanno bocciato il trattato di Nizza o
hanno rifiutato l'adesione a quello di Maastricht. Ma, come si è visto, in
quei casi il paese riottoso o si è semplicemente messo da parte (per esempio
non partecipando alla moneta unica) o è stato ridotto a più miti consigli (è
il caso dell'Irlanda). In sostanza, si è sempre trattato di referendum che
non hanno bloccato il percorso comune, al massimo lo hanno rallentato. Nel
caso della Turchia, invece, un no dei francesi non avrebbe conseguenze per i
francesi, ma per i turchi. Non darebbe come conseguenza un opt out della
Francia, ma una espulsione della Turchia.
Ci sono però ragioni più politiche che militano contro la decisione di
Chirac.
La Francia si appella al popolo perché non vuole la Turchia in Europa, ed è
un sentimento solo un po' più forte di quello che ha animato i francesi
contro l'allargamento all'est. Il partito del presidente si è espresso
apertamente contro questa eventualità. Il sospetto francese per
l'allargamento è perfettamente spiegabile in termini politici. Più l'Europa
si allarga e meno è renana, franco-tedesca. Più nuovi partner entrano e meno
l'Europa potrà essere diretta da un centro. La prima prova è stata la guerra
dell'Iraq: l'ostilità anti-americana dei francesi non è stata condivisa da
un ampio fronte di paesi, molti dei quali appena entrati.
Però sono anche perfettamente comprensibili le ragioni per cui l'Europa nel
suo complesso trarrebbe un gran beneficio dall'ingresso della Turchia:
demografico, economico, culturale e di leverage in politica estera.
Un'Europa che arrivasse fino alla Turchia dimostrerebbe nei fatti la
possibilità – tante volte sbandierata – di coesistenza pacifica tra mondo
cristiano e Islam; un'Europa che arrivasse fino alla Turchia confinerebbe
con l'Iraq, e assumerebbe un peso cruciale negli affari mediorientali, nei
quali oggi non conta molto. E del resto: che cosa resterà nella Storia
dell'esperimento di unificazione europea? L'euro e l'allargamento,
espressioni di un soft power, di un potere di attrazione economico e
normativo senza paragoni nel
mondo: l'ingresso della Turchia ne sarebbe il più spettacolare successo.
Tra qualche giorno la Commissione europea dovrebbe dare finalmente parere
favorevole all'accettazione della Turchia come candidato ufficiale per
l'adesione.
Da lì all'ingresso vero e proprio passeranno dieci, quindici anni, e molta
altra strada quel paese dovrà fare prima di dimostrarsi maturo per
l'ingresso nel club. Nel frattempo, come paradossalmente e sempre più spesso
accade di questi tempi, dovremo provare ancora una volta a salvare l'Europa
dai francesi.


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