Razzisti anche nelle parole

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“Clandestini e vu cumprà? Il razzismo è nelle parole”

Federico Faloppa e le insidie della lingua corrente

di Lorenzo Guadagnucci

Federico Faloppa è un linguista, insegna in Inghilterra all’Università di Reading, e sostiene che il linguaggio corrente, nei media come nei discorsi privati, è intriso di termini e costruzioni che discendono da un’impostazione xenofoba e anche razzista. Nel suo libro “Razzisti a parole (per tacer dei fatti”, pubblicato da Laterza, scrive che siamo “prigionieri di una logica che si nutre di semplificazioni, di un’argomentazione povera, spesso scopertamente mediocre, fallace, contraddittoria”.
Professor Faloppa, il razzismo si è impadronito delle nostre parole?
“Diciamo subito che la lingua non è buona o cattiva di per sé. Dipende sempre dal contesto. In passato ho fatto una ricerca storica sul termine “negro” nelle varie lingue, sul peso che ha avuto nella rappresentazione dell’altro. Ma racconto sempre di quel mio collega che un giorno in piscina sentì un ragazzino che urlava “Negro, negro”. Si avvicinò indignato per rimproverarlo, e quello disse: “Ma sto chiamando il mio amico. Si chiama Negro di cognome”. Questo per dire che non dobbiamo essere estremisti nel giudicare le parole, ma semmai contestualizzarle, decostruire il discorso e quando è il caso, reagire”.
Il punto critico è la rappresentazione della diversità: una volta riguardava i neri, oggi soprattutto gli immigrati.
“Oggi si parla di clandestini, di nomadi, di vu cumprà, di zingari con grande disinvoltura, senza domandarsi che cosa stiamo dicendo, che descrizione stiamo dando della realtà. E’ una descrizione approssimativa, ambigua, spesso discriminatoria, quando addirittura non influisce in modo negativo sulla vita di persone e gruppi umani”.
Ad esempio?
“Pensiamo alla nozione di campo nomadi introdotta nella legislazione italiana fin dagli anni ’70. Magari si pensava di usare un vocabolo migliore di zingari, in realtà si allontanava una soluzione autentica, suggerendo l’idea che quelle concrete persone non cercassero una casa, una sistemazione definitiva, ma ripari momentanei, per spostamenti continui”.
Lei parla anche del “tranello” costruito sul concetto di sicurezza.
“Certo, sicurezza ha a che fare con la complessità della vita sociale: le cure mediche disponibili, la qualità della vita, le tutele sul lavoro e così via. E’ invece prevalsa la nozione di sicurezza come incolumità personale, all’interno di una cornice, un “frame”, di presunta emergenza per la criminalità. Un’emergenza non suffragata dalle statistiche, quindi uno stravolgimento della realtà, che poi giustifica gli allarmi e la paura per il diverso. Il linguaggio, con grandi responsabilità dei media, poi risente di questa impostazione”.
In che modo si può migliorare il linguaggio?
“Domandandosi sempre che parole usiamo, che cosa stiamo realmente dicendo. E utilizzando i dati che abbiamo. In un capitolo, “Vos populi”, ho preso affermazioni molto comuni, ad esempio “Ci costano troppo”, e le ho affiancate ai dati disponibili: in questo caso i versamenti Inps e il contributo al Pil degli immigrati, ben superiori ai benefici che traggono dal sistema pubblico”.
Ci vorrebbe un manuale di uso corretto del linguaggio?
“Assolutamente no. Ci vogliono semmai spirito di sacrificio e quando è il caso anche indignazione. La ricostruzione di un linguaggio guastato, può avvenire solo per gradi. Con l’applicazione dei codici etici, che in parte già esistono, per i giornalisti; con il senso di responsabilità e la ginnastica mentale dei cittadini”.
(Da La Nazione, 25/11/2011).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

"Attenti alle parole c’è un linguaggio che è sfuggito di mano" <br />
<br />
di MICHELE BRAMBILLA <br />
<br />
Un pazzo, o il prodotto di un brutto clima? È la domanda che ci si fa sempre in questi casi. La giriamo al professor Federico Faloppa, cuneese, docente di linguistica italiana all’Università di Reading in Inghilterra e autore per Laterza di un libro intitolato «Razzisti a parole (per tacer dei fatti)». <br />
Professore, episodi come quello di Firenze sono la conseguenza di una mentalità diffusa? <br />
«In Italia non c’è una guerra contro gli stranieri. Però è anche vero che quando succedono fatti come quello di ieri tendiamo subito a minimizzare, a dire che è stato uno squilibrato... <br />
Certo che è un pazzo; ma un pazzo che ha cercato vittime precise: dei senegalesi, degli <br />
immigrati. Un pazzo che si è mosso in un clima diffuso. Gli episodi di violenza e di discriminazione sono frequentissimi». <br />
Chi è responsabile di questo clima? <br />
«Un po’ tutti. C’è un razzismo istituzionale: abbiamo approvato una legge che considerava l’essere clandestini un’aggravante di reato; e qualche anno fa Cota ne ha proposta un’altra per introdurre classi separate nelle scuole. Poi c’è un razzismo nel linguaggio dei politici e dei media, e pure in quello della gente comune: battute tipo "gli immigrati portano malattie" o "ci tolgono il lavoro" le sentiamo <br />
ovunque». <br />
Lei nel libro denuncia il linguaggio pesante della Lega. <br />
«Un senatore sì è rammaricato perché in provincia di Treviso non è ancora in azione un forno crematorio, e a Milano Salvini ha proposto i bus per gli immigrati. <br />
Parole che producono brutti effetti. Ma anche slogan che sembrano più innocenti, come <br />
quel "prima i Veneti" della campagna elettorale di Zaia, nascono dall’idea di una supremazia etnica». <br />
Solo la Lega diffonde razzismo? <br />
«La Lega è quella più esplicita e più pesante. Ma ad agitare lo spettro di una Milano-Zingaropoli è stato tutto il centrodestra. E guardi che anche la sinistra ha le sue responsabilità». <br />
Perché la sinistra? <br />
«Perché ha inseguito la destra sul tema dì una sicurezza concepita solo come ordine pubblico. Cofferati a Bologna su che cosa ha puntato? Sul togliere gli immigrati dalle strade. E a Firenze, dove ieri c’è stata la strage, qualche anno fa è stato un assessore di sinistra a dichiarare guerra ai lavavetri. E si ricorda Veltroni l’anno scorso? Ha proposto la cittadinanza a punti per gli stranieri». <br />
Lei dice che spesso siamo razzisti senza rendercene conto. <br />
«Sì, abbiamo adottato un linguaggio il cui significato ci è ormai sfuggito. Termini come vu' cumprà si leggono anche sui giornali di sinistra. Ci faccia caso: chiamiamo "clandestini" anche quelli che affogano al largo della Libia, e quindi clandestini non lo possono essere tecnicamente. Come se "clandestino" fosse un tipo umano e non uno stato temporaneo». Posso fare un altro esempio che non fa onore a voi giornalisti?». <br />
Ci mancherebbe. <br />
«Ieri le agenzie hanno battuto il nome dell’assassino di Firenze. Non quelli delle vittime. Come se non fossero persone. Chiamati "senegalesi" e basta. Sarà pure inconsapevole, ma è razzismo anche questo». <br />
(Da La Stampa, 14/12/2011).

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