Qui Awa Guajà, Amazzonia, Brasile La tribù più minacciata del mondo

IL CASO

Qui Awa Guajà, Amazzonia, Brasile
"La tribù più minacciata del mondo"

In pericolo il popolo indigeno, nella parte brasiliana della foresta, scalzato dai propri territori dall’avanzare dell’occidentalizzazione e da spregiudicati taglialegna e allevatori che ostacolano la caccia e la raccolta di cui vivono. Il loro disperato appello al ministro della Giustizia: "Sfrattate questi invasori"

di LINDA VARLESE

SURVIVAL INTERNATIONAL , l’associazione che aiuta i popoli indigeni a proteggere le loro vite, l’ha dichiarata la tribù più minacciata del mondo. Gli indios Awa-Guajà vivono nella foresta dell’Amazzonia brasiliana, ma la loro esistenza è in pericolo, osteggiata dall’avanzare della modernità in quei luoghi ancora incontaminati in cui vivono. Sembra una storia di altri tempi. E come tale pare abbia già una fine scritta. Ma sono in tanti, da anni, a battersi affinché la vita degli Awa possa continuare senza che sia snaturata o occidentalizzata.
Popolo nomade di cacciatori e raccoglitori. Il nostro modo di vivere gli è estraneo. "Piccola Stella Awa, quando vide una città per la prima volta, pensò che le persone vivessero in cima agli edifici, come le scimmie che dormono sulle cime degli alberi. Non riusciva a capire come mai qualcuno vivesse in strada, senza nessuno che si preoccupasse di offrirgli cibo e riparo" si legge sul sito di Survival International. Un’esistenza altra. Non peggiore. Gli Awa niente sanno di metropoli e traffico cittadino. Sono cacciatori e raccoglitori nomadi, sempre in movimento. Ma non vagano senza scopo; il loro nomadismo è un preciso stile di vita, che alimenta un legame fondamentale con le loro terre. Non possono concepire di spostarsi, di lasciare il luogo dei loro antenati. "Stanno arrivando degli stranieri, ed è come se la nostra foresta venisse divorata", commenta Takia Awá. E gli stranieri per questo popolo siamo noi. "Le comunità Awa-Guajà sono circa 300, 50 delle quali ancora non hanno avuto contatti con la civiltà moderna. Vivono nudi e hanno culti incredibili come quello del Viaggio al Cielo (oho iwa-beh) in cui uomini adornati con penne d’uccelli si chiudono in una astronave, una piccola costruzione, e battendo rumorosamente i piedi decollano verso entità spirituali e antenati morti". Modi diversi di concepire il cerchio della vita.

L’invasione della ferrovia. Ma la loro vita somiglia da sempre a una lunga battaglia per la sopravvivenza: dalla ong raccontano che negli anni ’80 fu costruita una ferrovia lunga 900 km. Attraversava parte delle terre degli Awa, che le autorità decisero di contattare e sedentarizzare. Presto si scatenò l’inferno sotto forma di malaria e influenza: quattro anni dopo, delle 91 persone di una delle comunità contattate, ne erano rimaste vive solo 25. "Oggi, la ferrovia porta nella terra della tribù stranieri avidi di terra, di lavoro e di animali selvatici, facile preda dei cacciatori di frodo. L’anno prima era morto a 62 anni in un incidente stradale padre Carlo Ubbiali, nato a Brignano (Bergamo), che dal 1975 ha lottato duramente per ottenere una riserva per le tribù del nord-est del Maranhao, difendendole prima dai soprusi della dittatura militare e poi dalla ferrovia dell’impresa mineraria brasiliana del ferro Vale. Ora la Vale ha ottenuto di duplicare la lunga linea ferrata che conduce dal porto di Sao Luis do Maranhao alle miniere di Carajas, il giacimento di ferro più ricco al mondo, che attraversa le terre Awa. L’ampliamento aumenterà il rumore e il numero dei treni, spaventando e mettendo in fuga la selvaggina di cui la tribù si alimenta".

I taglialegna e gli allevatori: una nuova minaccia. A minacciare il villaggio anche i taglialegna che fanno affari d’oro nella foresta nonostante il territorio sia protetto legalmente: gli Awa infatti hanno ricevuto dal governo di Brasilia nel 2002 una area di riserva demarcata tutta per loro, nella terra indigena dell’Alto Turiacu e del Caru. Questo però non basta a fermare l’avanzata degli spregiudicati taglialegna e degli allevatori che bruciano le loro aree. "Della volte degli alberi si levano pennacchi di fumo nero che oscurano il sole. La foresta scoppietta e arde senza fiamma: sembra arrivare la fine del mondo" dicono dall’associazione.

Accerchiati e cacciati indietro dai disboscatori illegali e dagli allevatori, minacciati di morte, in un habitat sempre più ristretto e a rischio distruzione dove non possono più andare a caccia, gli indios Awa-Guajà sono ridotti alla fame. Così hanno indirizzato un messaggio disperato al ministro della giustizia brasiliano: "I bambini piangono e hanno fame", dice uno degli Awa, Piarimaa, che significa "Piccolo Pesce" nella lingua locale. "Dove potremmo andare a cacciare? Qui ci sono i taglialegna. Non possiamo girare per la foresta da soli: potrebbero ucciderci. Ci sono camion, motoseghe e auto fuoristrada ovunque. Non possiamo più andare a caccia. Restiamo tutti a casa. Siamo tristi perché non possiamo più stare nella nostra foresta". "Io non vado nelle loro città a rubare", conclude Piarimaa, "ma perché i taglialegna stanno distruggendo la nostra terra? Speriamo che il governo brasiliano mandi d’urgenza delle persone a sfrattare questi invasori". Una richiesta d’aiuto che per ora è rimasta inascoltata: "La caccia ha un ruolo centrale in ogni comunità Awa", ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. "E’ quello che fanno, è il loro modo di sopravvivere. Il Brasile sa di dover mettere gli Awa in cima alle proprie priorità prima che sia troppo tardi. E’ il momento di azioni concrete. Ma è sconfortante constatare che, al momento, le uniche azioni concrete visibili sono quelle degli invasori illegali", ha aggiunto Corry.
(Da repubblica.it , 1/10/2012).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Brasile: indios bloccano lavori diga<br />
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Circa 150 indigeni brasiliani appartenenti a varie etnie sono tornati a bloccare, la notte scorsa, il principale cantiere della mega-diga Belo Monte a Vitoria do Xingu, nella regione sud-est dello Stato amazzonico del Parà'. Gli indios avevano condotto un'identica forma di protesta anche il 2 maggio scorso, rimanendo nel locale per otto giorni consecutivi. Come nelle precedenti occasioni, il gruppo rivendica il diritto di essere consultati in anticipo sui rischi ambientali.<br />
(Fonte Ansa, 27/5/2013).

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