Quelli che l’Euro no

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«Un café, por favor». «Son 200 pesetas». «Pesetas?». Non è un sogno, ma una conversazione reale che si può ascoltare a El Alamo, Spagna nemmeno tanto profonda. Il prezzo non è più quello di 11 anni fa: prima dell’euro un caffè costava 80 pesetas, mezzo euro, e ora ne vale 1,20. Poco importa, è la moneta che conta: in questo paese di 9 mila anime a sudovest di Madrid è tornata di moda la “rubia”, la bionda, come affettuosamente veniva chiamata la peseta. È risorta in più di 70 tra bar e negozi. Oggi, con la crisi che martella sempre più forte, l’affetto si è trasformato in una lacerante nostalgia, un sentimento contagioso: negli ultimi mesi la rubia ha fatto la sua ricomparsa in grande stile anche a Villamayor de Santiago, in provincia di Cuenca, e in altre località della Castiglia, dei Paesi baschi e dell’Andalusia. «L’idea ci permette di aiutare la gente a superare la crisi », spiega Angel Sanchez Moreno, assessore all’Industria di El Alamo. «I nostri concittadini e quelli dei paesi vicini vengono qui e usano le pesetas che avevano ancora casa». Secondo la Banca di Spagna ci sono ancora in giro rubias per un valore di 1,7 miliardi di curo, si potranno cambiare fino al 2020, sempre che per allora l’euro sia ancora in vita.
A Volos, città portuale a 320 chilometri a nord di Atene, non se la sono sentiti di riesumare la dracma, nessuna nostalgia per lei, ma si paga in Tem, una valuta alternativa che si ottiene scambiando dei servizi, dalle lezioni di yoga a quelle di informatica. Nella sostanza una forma di baratto, partita dal basso e che ha già conquistato oltre mille soci. Al mercato di Volos meglio avere i Tem che gli euro.
Grecia e Spagna sono i nervi scoperti della crisi, i paesi che implodendo o esplodendo possono risucchiare l’Italia e mandare in tilt l’eurozona e dove, assieme al Portogallo, più numerose sono le vittime di quell’austerità imposta per difendere la moneta comune. Ma non solo a queste latitudini l’euro è un totem malefico: in Europa, a sud e a nord, in quella dei poveri come in quella dei ricchi, è tutto un ritorno al passato, un invocare marchi, franchi, scellini, fiorini, talleri e anche le vituperate lire (Berlusconi dixit). Un nazionalismo monetaristico che viene accompagnato dal rifiorire di un diffuso sentimento anti-germanico e di stereotipi di bassa lega (il Nord operoso contro il Sud pigro), venati anche da elementi religiosi, protestanti contro cattolici. L’immagine di un’Europa disunita che stride con quella del Continente fresco vincitore del Nobel per la Pace.
Lo xenofobo Geert Wilders rivorrebbe il fiorino o almeno il conio di una nuova moneta: il neuro, con la N di Netherlands a dare alla creatura un’impronta di nazionalismo e di psichiatria spicciola. Marine Le Pen brandisce il franco, lo stesso fanno, ma alla belga, il fiammingo Vlaams Belang e il vallone Front National. Voglia di scellini invece per il miliardario austro-canadese Frank Stronach. Da poco tornato in patria, ha fondato il Team Stronach for Austria, sulla falsariga della sua scuderia ippica, e ora vola nei sondaggi cavalcando proprio il risentimento contro l’euro. Lo danno al 17 per cento.
C’è poi chi l’euro se lo terrebbe ancora, ma senza le zavorre, senza i Piigs. È il caso di Timo Soini, leader dei Veri finlandesi portati fino al 19 per cento – e cocciutamente contrario, soprattutto a parole, a qualsiasi salvataggio, che riguardi la Grecia o il Portogallo, le banche o il governo spagnolo. Sulla stessa lunghezza d`onda anche la bavarese Csu, alleata della Merkel, e gli austriaci della Fpö e della Bzö. Un privé in cui vorrebbe entrare anche Maroni, il quale ha riesumato la posizione tenuta dal Carroccio fmo al 1998: un Nord Italia che usa la moneta dei ricchi e il resto del paese fuori.
Per ora i critici viaggiano in ordine sparso e solo i nostri eurodeputati Borghezio, Speroni e Allam, assieme al collega francese De Villiers e al britannico Farage, hanno provato a tirare le fila delle protesta. A marzo hanno depositato al Parlamento Ue una dichiarazione scritta sulla necessità «di abbandonare l’euro a favore del ripristino delle monete nazionali» che però non ha fatto molta strada a Strasburgo, sintomo di come le spinte siano quanto mai diverse, per origine, forza e motivazione.
«Il fenomeno non è nuovo», spiega Yves Meny, politologo esperto di populismi ed ex direttore della scuola europea di Firenze. «Già prima della crisi c`era un’ampia fetta della popolazione europea contraria alla moneta comune, poi con la crisi l’opposizione è esplosa, innescata da un mix di ideologia e di riflesso nazionalistico che si coagulano individuando nel simbolo più facile, l’euro, il nemico». «Da sempre», riflette ancora Meny, «i movimenti populistici sono ostili ai governi e spesso lo sono anche alle banche, ma non alle monete. Nell’Europa l’ostilità all’euro ha preso il posto di quella alle banche, un’ostilità che si rafforza per il fatto che sono i più poveri a pagare il conto della crisi».
Prima chi diceva «no» all’euro lo faceva per ragioni tecniche, di carattere politicomonetario come i britannici, i danesi e gli svedesi, che non vogliono perdere l’indipendenza monetaria. E poi c’era chi si sentiva vittima dell’aumento dei prezzi generati dall’introduzione dell’euro, non per la moneta in sé ma per la mancanza dei controlli. Un sentimento sfruttato molto bene dal Front National in Francia e anche dalla Lega Nord che, inoltre, rimpiange la possibilità di svalutare la moneta, dopando la competitività delle piccole e medie imprese. Oltre a questi movimenti di estrema destra, c’era anche un’opposizione storica di sinistra come quella dei comunisti greci e portoghesi, ancora fieramente marxisti-leninisti e contrari all’unione monetaria a differenza dei loro compagni spagnoli e italiani, che con il passar degli anni hanno digerito l’euro.
Fin qui tutto, più o meno, sotto controllo. È con la crisi che il panorama sí ingarbuglia. «Sono nate nuove forme di opposizione», continua Meny, «come quella degli economisti liberali tedeschi che hanno sposato la profezia, fatta una decade fa dai loro colleghi americani, secondo cui la zona euro non sarebbe sopravvissuta alle differenze e alle disparità tra le economie che le compongono. Nello loro ottica l’euro diventa il simbolo del trasferimento di risorse dalla Germania al Club Med e va abolito o ridotto». In questo contesto si inseriscono «fenomeni di opportunismo politico», precisa ancora Meny, come il Berlusconi che parla di uscita dall’euro come di un toccasana o lo stesso Wilders che scopre di colpo la politica economica, dimenticando l’avversione per gli immigrati e l’Islam. Non è detto però che l’opportunismo paghi: Wilders ha perso quasi la metà dei seggi nelle ultime elezioni olandesi.
E c’è anche una nuova critica da sinistra, per cui l’euro viene identificato con le politiche realizzate per mantenerlo in vita, ossia con l’austerità. Alexis Tsipras leader di Syriza in Grecia, i socialisti di Emile Roemer in Olanda, Jean-Luc Mélenchon e il suo Front de Gauche in Francia e gli Indignados in Spagna non amano l’euro, ma non necessariamente vogliono buttare via il bambino con l’acqua sporca. Per dirla con Tsipras: «Il nostro obiettivo non è certo l’uscita dall’euro, noi vogliamo invece una rifondazione della zona euro e della Ue sui principi della democrazia e della coesione sociale». Parole di cambiamento che non nascondono, però, come anche a sinistra si giochi con la moneta comune. Il paradosso è che si tratta di un gioco puramente teorico: uscire dall’euro non è previsto dal regolamento condominiale. Con il Trattato di Lisbona è diventato possibile abbandonare la Ue ma non l`eurozona, eppure si parla sempre di più di questa eventualità, per Atene.
Eric Dor, professore dell’Università di Lille, ha pubblicato un “Manuale per uscire dall`euro”, 13 pagine in cui analizza i problemi legali ed economici dell’operazione. Le conclusioni sono che si può fare, ma «ci vorrebbero dei negoziati» che nella Ue non sono mai rapidi. Tempi lunghi che portano a una situazione di incertezza tale da aumentare ancor più i costi dell’abbandono. La nuova dracma (ma anche la nuova peseta o la nuova lira), avvertono gli analisti di Ubs, Citigroup e Rabobank, potrebbero svalutarsi del 40-60 per cento rispetto all’euro, tanto da far costare il caffè di El Alamo 300 pesetas e non più 200. Un caffè amarissimo, tale da rendere socialmente indigesti gli effetti positivi della svalutazione, ma che è ancora poca cosa in confronto alla tempesta che potrebbe provocare un ritorno al passato: fuga di capitali, collasso del sistema bancario, mancanza di liquidità, chiusura di imprese e, grazie all’interconnessione bancaria, un rapido contagio agli altri paesi. Senza dimenticare che una volta infranto il tabù dell’uscita dall’euro, inizierebbero le speculazioni sul prossimo membro del club messo alla finestra. In sostanza alla fine dell’euro e dell’Europa. Il caffé di El Alamo? Meglio pagarlo un euro e 20.

di Alberto d’Argenzio
da Espresso, 25/10/2012




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