Quell’Europa Autolesionista

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QUELL'EUROPA AUTOLESIONISTA

Nel giro di pochi giorni mezza Europa è rimasta senza interlocutori. Bruxelles, Parigi e Berlino appaiono delle capitali isolate dal resto del mondo. Prima c'e stata la scommessa persa su John Kerry, la caduta dell'illusione che la giornata elettorale negli Stati Uniti confermasse la speranza (…)

(…) che quella di Bush fosse solo una parentesi. Ora, l'agonia di Arafat segna la fine di un punto di riferimento durato vent' anni, non solo la carta sempre spesa nelle tessiture geopolitiche, a volte barando, ma anche il mito di un Medio Oriente meno israeliano e un po' meno occidentale. E’ arrivato al capolinea un ciclo politico, quello dominato dalla «Santa alleanza» franco-tedesca e dall'ibrido schieramento che la supporta, di cui le sinistre socialiste, socialdemocratiche e post-comuniste costituiscono lo zoccolo duro e i no-global la punta estrema. Appunto la mezza Europa che, con l'appoggio della commissione Prodi, ha preteso di parlare a nome di tutti quando ha contestato Iraq i freedom, la stessa che ha negato al govemo Sharon il diritto di costruire il muro difensivo, quella che a un certo punto della sua evoluzione ha rifiutato di considerare la difesa della democrazia e della libertà nel mondo un valore per il quale combattere, anche con le armi. La mezza Europa che ha rivendicato un ruolo morale superiore solo perchè riteneva che di volta in volta con le sue pedine – dalla disinvoltura di Saddam Hussein alla doppiezza di Arafat, dall'ambiguità di Kofi Annan fino all'ultima sfida perdente lanciata da Kerry – sarebbe riuscita a dare scacco matto all'asse dei suoi nemici. A Bush, a Blair, a Berlusconi, a Sharon, cioè a coloro che su tanta carta stampata e in tante istituzioni dell'Unione si possono nominare solo dopo averli indicati come nemici. La mezza Europa che, però, non si è accorta di appigliarsi ad un mondo in via di esaurimento e di seguire una politica senza sbocchi.
Così, di fronte all'agonia di Arafat scopre all' improvviso che il vuoto apertosi nei palazzi dell'Anp sottolinea il fallimento di una politica, quel sostegno quasi incondizionato ai palestinesi, che non ha dato ne alla Francia, ne alla Germania, ne all'Unione alcun ruolo nella crisi mediorientale. A pensarci bene c'era solo un potere d'interdizione, come quando l'appoggio di Chirac consentì al rais di lasciare Camp David, rifiutando l'accordo di pace, privando Bill Clinton di un successo diplomatico, ma soprattutto aprendo la strada alla carneficina della seconda Intifada. Un bel capolavoro di autolesionismo, in cambio del quale non ha avuto nulla, se non il conforto della sua pretesa di porre la democrazia israeliana sul banco degli accusati ogni volta che ad un attacco kamikaze veniva risposto con una rappresaglia. E ha speso risorse ed energie, ma solo con il risultato di vedere it suo interlocutore privilegiato – Arafat – rinchiuso in un bunker e il popolo che egli rappresentava travolto da una nuova sconfitta. E ora, di fronte ai bollettini medici emessi a Parigi, si interroga angosciata su cosa sarà un futuro a cui non ha saputo contribuire.
Ci vorrà qualche giomo, ma certamente anche sull'epilogo di questa fase della vicenda palestinese sentiremo – da parte di questa mezza Europa – le stesse riflessioni proposte all'amaro risveglio, seguito alla disfatta di Kerry e dei democratici americani. Sempre in ritardo. Ci voleva la conferma elettorale di Bush, per scoprire che negli Stati Uniti la cultura della sinistra da tempo non ha più nulla da dire? E che la vittoria della « rivoluzione neoconservatrice» e dovuta all'affermazione di valori ben più forti di quella melassa rappresentata dalle abitudini del «politicamente corretto» ? In questi giomi abbiamo sentito vari esponenti della sinistra italiana – quelli che hanno evitato di parlare del «voto rurale» e del «fondamentalismo religioso» – invitare al realismo e prendere atto dell' America che c'e e a farci i conti, quegli stessi che per quattro anni non sono stati capaci di andare oltre le contestazioni sulla legittimità dell'amministrazione repubblicana e sulla legalità del suo operato. Come si rifletterà su Arafat? Ci sarà anche in questa occasione qualche invito al realismo, a rinunciare alle mitologie e a giudicare quel grumo mediorientale per quello che è?
Ma soprattutto questa mezza Europa comincerà a guardare con realismo anche a se stessa? In questi giomi abbiamo, infatti, sentito una corale speranza che, nel suo secondo mandato, Bush cambi politica. Come se il problema fosse della Casa Bianca e non di chi, sbagliando tutto, ha finito con l'isolarsi dal resto del mondo. E l'Europa di Chirac, di Schroder e di Prodi – questa strana ditta che salda il vecchio nazionalismo francese ad una sinistra orfana della sua storia e ormai priva di idee e dalla cultura sempre più debole – a doversi chiedere dove ha sbagliato e quanto i suoi errori hanno pesato sull'ingovemabilità del mondo. E a dover riconoscere che quelli che considera i suoi nemici – Bush, Blair, Sharon e Berlusconi – hanno qualche merito. Come ha appena detto l'elettorato americano.

Renzo Foa
Il Giornale, 06 11 2004, p.1

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