Quel grande maestro

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Un romanzo dell’insegnante di “Non è mai troppo tardi”

La lezione del maestro Manzi dalla tv all’Amazzonia

di Rossella Martina

Il maestro Alberto Manzi. Il maestro della televisione. Il maestro che ha insegnato a leggere e a scrivere a due generazioni di italiani: ai nonni, quelli nati a cavallo tra Ottocento e Novecento, e ai loro nipoti, nati invece alla fine degli anni Cinquanta. Erano tempi in cui la tv aveva un solo canale, in bianco e nero, e, dal 1960 al 1968, andò in onda una trasmissione, intitolata “Non è mai troppo tardi”, pensata per gli analfabeti che da noi erano ancora il dieci per cento della popolazione adulta.E furono davvero tanti quelli che usufruirono di quella “tv di servizio” perché alla fine un milione e mezzo di italiani, dopo aver seguito il maestro Manzi, riuscì a ottenere la licenza elementare. Ma accanto a questi “nonni” che ogni pomeriggio impugnavano il lapis e con fatica riempivano quaderni di vocali e consonanti, c’erano anche i loro nipotini che avevano quattro o cinque anni e si divertivano a copiare le parole che il maestro Manzi con grafia meravigliosa scriveva su una ‘lavagna di carta ’. Ciò che probabilmente spingeva questi bambini a seguire la trasmissione erano i disegni bellissimi di quel maestro che tutto illustrava con un gessetto nero e la sua mano pareva una bacchetta magica da cui uscivano alberi, case, bambini, uomini e donne, navi e fiori, sogni e speranze.

Ma Alberto Manzi (Roma 1924 – Pitigliano 1997) con “Non è mai troppo tardi” ha insegnato molto di più che a leggere e a scrivere. In mezzo a quelle sillabe illustrate c’era infatti una filosofia dell’esistere improntata a valori profondi che veniva spiegata con parole comprensibili a tutti e con calma e una dolce tristezza che faceva pensare al maestro Manzi come a un personaggio paziente, lento e forse, una volta tornato a casa, persino un poco noioso. Ma non c’è nulla di più falso di quell’impressione come conferma con un sorriso di nostalgia la moglie Sonia che abbiamo incontrato a Grosseto dove vive con l’ultima figlia del maestro, Giulia, di sedici anni.

“Alberto un tipo “grigio”? – spiega Sonia Manzi – no, al contrario indipendente, coraggioso, frenetico, avventuroso. Un uomo anche tormentato, aveva dentro un grande senso di solitudine e al tempo stesso viveva per gli altri: insomma, un uomo dai molti colori”.

Due lauree – biologia e filosofia – la possibilità di una carriera universitaria, l’attività di scrittore e pittore, eppure per Alberto Manzi un’unica passione: quella di insegnare ai bambini.

“Ai bambini, come ha fatto per tutta la vita, dal ’46 fino alla pensione nell’ 87. Ma non solo ai bambini. A partire dal 1955 e per più di venti anni, Alberto trascorreva ogni estate in Sud America. La prima volta ci andò per studiare le formiche, ma capì subito che c’erano cose più importanti, grazie soprattutto all’incontro, in Perù, con don Giulio Pianello, un sacerdote salesiano che gli ha cambiato la vita. Ha seguito don Giulio in Ecuador, in Bolivia, nel cuore della foresta, nei paesi più sperduti, ovunque la gente avesse bisogno. E non insegnava solo a leggere e a scrivere, anche se Albero considerava questo fondamentale per la libertà dell’individuo, ma faceva tutto ciò che era possibile per migliorare la vita degli indios. In alcuni paesi la sua missione laica, che pure era ispirata alla non violenza, ad una specie di gandhismo cristiano, non era gradita e le autorità gli impedirono di tornarvi”.

Alberto Manzi era cristiano ma molto critico nei confronti della Chiesa quando appoggiava i potenti invece dei disperati…

“Rimproverava alla Chiesa di aver dimenticato il messaggio di Cristo, di aver dimenticato l’uomo. E comunque è molto difficile riuscire a ‘collocare’ Alberto. Era un uomo libero, non era legato a nessun partito, a nessuna conventicola e questo lo ha molto penalizzato. Ha subito anche delle umiliazioni, specialmente negli ultimi anni, che non meritava. Per esempio il fatto di non essere stato chiamato tra i 70 ‘saggi’ riuniti dal ministro Berlinguer per riformare la scuola, e anche l’esperienza di sindaco, a Pitigliano, nel ’96-’97, è stata molto sofferta…”.

Manzi ha scritto oltre cento libri tra ricerche, saggi pedagogici e romanzi per ragazzi. Il più celebre, tradotto in 32 lingue, è “Orzowei” da cui, nel 1977, fu tratto un seguitissimo sceneggiato televisivo. Ma tra le carte di suo marito c’era anche un romanzo inedito, “E venne il sabato”.

“E’ l’unico romanzo che ha scritto non per i ragazzi, ma, diciamo, “anche” per gli adulti. Lo scrisse tra l’85 e l’86, lo propose alla Mondatori e poi alla Rcs, in entrambi i casi con esito negativo. Sebbene abbia continuato a lavorarci, evitava persino di parlarne…del resto Alberto era un uomo di poche parole anche se aveva una grandissima capacità comunicativa”.

Ma oggi “E venne il sabato” è finalmente in libreria.

“Sì, è stato pubblicato dalle Edizioni Gorée, una piccola ma determinata casa editrice di Monticiano, vicino a Siena. Purtroppo conta poco se dico io che è bellissimo…”.

E infatti lo diciamo noi e con assoluta sincerità: è un libro bellissimo. Ambientato nella foresta amazzonica dell’Ecuador dove Manzi ha cucito con una trama appassionante, personaggi che ha conosciuto e tutto ciò che di vero, reale, attuale ha visto laggiù. Un libro che costringe a riflettere su ciò che ha veramente valore e su ciò che merita di essere difeso anche a costo della vita.

(Da La Nazione, 26/5/2005).

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2 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Un romanzo dell’insegnante di “Non è mai troppo tardi”<br /><br />
La lezione del maestro Manzi dalla tv all’Amazzonia<br /><br />
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di Rossella Martina<br /><br />
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Il maestro Alberto Manzi. Il maestro della televisione. Il maestro che ha insegnato a leggere e a scrivere a due generazioni di italiani: ai nonni, quelli nati a cavallo tra Ottocento e Novecento, e ai loro nipoti, nati invece alla fine degli anni Cinquanta. Erano tempi in cui la tv aveva un solo canale, in bianco e nero, e, dal 1960 al 1968, andò in onda una trasmissione, intitolata “Non è mai troppo tardi”, pensata per gli analfabeti che da noi erano ancora il dieci per cento della popolazione adulta.E furono davvero tanti quelli che usufruirono di quella “tv di servizio” perché alla fine un milione e mezzo di italiani, dopo aver seguito il maestro Manzi, riuscì a ottenere la licenza elementare. Ma accanto a questi “nonni” che ogni pomeriggio impugnavano il lapis e con fatica riempivano quaderni di vocali e consonanti, c’erano anche i loro nipotini che avevano quattro o cinque anni e si divertivano a copiare le parole che il maestro Manzi con grafia meravigliosa scriveva su una ‘lavagna di carta ’. Ciò che probabilmente spingeva questi bambini a seguire la trasmissione erano i disegni bellissimi di quel maestro che tutto illustrava con un gessetto nero e la sua mano pareva una bacchetta magica da cui uscivano alberi, case, bambini, uomini e donne, navi e fiori, sogni e speranze.<br /><br />
Ma Alberto Manzi (Roma 1924 - Pitigliano 1997) con “Non è mai troppo tardi” ha insegnato molto di più che a leggere e a scrivere. In mezzo a quelle sillabe illustrate c’era infatti una filosofia dell’esistere improntata a valori profondi che veniva spiegata con parole comprensibili a tutti e con calma e una dolce tristezza che faceva pensare al maestro Manzi come a un personaggio paziente, lento e forse, una volta tornato a casa, persino un poco noioso. Ma non c’è nulla di più falso di quell’impressione come conferma con un sorriso di nostalgia la moglie Sonia che abbiamo incontrato a Grosseto dove vive con l’ultima figlia del maestro, Giulia, di sedici anni.<br /><br />
“Alberto un tipo “grigio”? – spiega Sonia Manzi – no, al contrario indipendente, coraggioso, frenetico, avventuroso. Un uomo anche tormentato, aveva dentro un grande senso di solitudine e al tempo stesso viveva per gli altri: insomma, un uomo dai molti colori”.<br /><br />
Due lauree – biologia e filosofia – la possibilità di una carriera universitaria, l’attività di scrittore e pittore, eppure per Alberto Manzi un’unica passione: quella di insegnare ai bambini.<br /><br />
“Ai bambini, come ha fatto per tutta la vita, dal ’46 fino alla pensione nell’ 87. Ma non solo ai bambini. A partire dal 1955 e per più di venti anni, Alberto trascorreva ogni estate in Sud America. La prima volta ci andò per studiare le formiche, ma capì subito che c’erano cose più importanti, grazie soprattutto all’incontro, in Perù, con don Giulio Pianello, un sacerdote salesiano che gli ha cambiato la vita. Ha seguito don Giulio in Ecuador, in Bolivia, nel cuore della foresta, nei paesi più sperduti, ovunque la gente avesse bisogno. E non insegnava solo a leggere e a scrivere, anche se Albero considerava questo fondamentale per la libertà dell’individuo, ma faceva tutto ciò che era possibile per migliorare la vita degli indios. In alcuni paesi la sua missione laica, che pure era ispirata alla non violenza, ad una specie di gandhismo cristiano, non era gradita e le autorità gli impedirono di tornarvi”.<br /><br />
Alberto Manzi era cristiano ma molto critico nei confronti della Chiesa quando appoggiava i potenti invece dei disperati…<br /><br />
“Rimproverava alla Chiesa di aver dimenticato il messaggio di Cristo, di aver dimenticato l’uomo. E comunque è molto difficile riuscire a ‘collocare’ Alberto. Era un uomo libero, non era legato a nessun partito, a nessuna conventicola e questo lo ha molto penalizzato. Ha subito anche delle umiliazioni, specialmente negli ultimi anni, che non meritava. Per esempio il fatto di non essere stato chiamato tra i 70 ‘saggi’ riuniti dal ministro Berlinguer per riformare la scuola, e anche l’esperienza di sindaco, a Pitigliano, nel ’96-’97, è stata molto sofferta…”.<br /><br />
Manzi ha scritto oltre cento libri tra ricerche, saggi pedagogici e romanzi per ragazzi. Il più celebre, tradotto in 32 lingue, è “Orzowei” da cui, nel 1977, fu tratto un seguitissimo sceneggiato televisivo. Ma tra le carte di suo marito c’era anche un romanzo inedito, “E venne il sabato”.<br /><br />
“E’ l’unico romanzo che ha scritto non per i ragazzi, ma, diciamo, “anche” per gli adulti. Lo scrisse tra l’85 e l’86, lo propose alla Mondatori e poi alla Rcs, in entrambi i casi con esito negativo. Sebbene abbia continuato a lavorarci, evitava persino di parlarne…del resto Alberto era un uomo di poche parole anche se aveva una grandissima capacità comunicativa”.<br /><br />
Ma oggi “E venne il sabato” è finalmente in libreria.<br /><br />
“Sì, è stato pubblicato dalle Edizioni Gorée, una piccola ma determinata casa editrice di Monticiano, vicino a Siena. Purtroppo conta poco se dico io che è bellissimo…”.<br /><br />
E infatti lo diciamo noi e con assoluta sincerità: è un libro bellissimo. Ambientato nella foresta amazzonica dell’Ecuador dove Manzi ha cucito con una trama appassionante, personaggi che ha conosciuto e tutto ciò che di vero, reale, attuale ha visto laggiù. Un libro che costringe a riflettere su ciò che ha veramente valore e su ciò che merita di essere difeso anche a costo della vita.<br /><br />
(Da La Nazione, 26/5/2005). <br /><br />
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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Un romanzo dell’insegnante di “Non è mai troppo tardi”<br /><br />
La lezione del maestro Manzi dalla tv all’Amazzonia<br /><br />
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di Rossella Martina<br /><br />
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Il maestro Alberto Manzi. Il maestro della televisione. Il maestro che ha insegnato a leggere e a scrivere a due generazioni di italiani: ai nonni, quelli nati a cavallo tra Ottocento e Novecento, e ai loro nipoti, nati invece alla fine degli anni Cinquanta. Erano tempi in cui la tv aveva un solo canale, in bianco e nero, e, dal 1960 al 1968, andò in onda una trasmissione, intitolata “Non è mai troppo tardi”, pensata per gli analfabeti che da noi erano ancora il dieci per cento della popolazione adulta.E furono davvero tanti quelli che usufruirono di quella “tv di servizio” perché alla fine un milione e mezzo di italiani, dopo aver seguito il maestro Manzi, riuscì a ottenere la licenza elementare. Ma accanto a questi “nonni” che ogni pomeriggio impugnavano il lapis e con fatica riempivano quaderni di vocali e consonanti, c’erano anche i loro nipotini che avevano quattro o cinque anni e si divertivano a copiare le parole che il maestro Manzi con grafia meravigliosa scriveva su una ‘lavagna di carta ’. Ciò che probabilmente spingeva questi bambini a seguire la trasmissione erano i disegni bellissimi di quel maestro che tutto illustrava con un gessetto nero e la sua mano pareva una bacchetta magica da cui uscivano alberi, case, bambini, uomini e donne, navi e fiori, sogni e speranze.<br /><br />
Ma Alberto Manzi (Roma 1924 - Pitigliano 1997) con “Non è mai troppo tardi” ha insegnato molto di più che a leggere e a scrivere. In mezzo a quelle sillabe illustrate c’era infatti una filosofia dell’esistere improntata a valori profondi che veniva spiegata con parole comprensibili a tutti e con calma e una dolce tristezza che faceva pensare al maestro Manzi come a un personaggio paziente, lento e forse, una volta tornato a casa, persino un poco noioso. Ma non c’è nulla di più falso di quell’impressione come conferma con un sorriso di nostalgia la moglie Sonia che abbiamo incontrato a Grosseto dove vive con l’ultima figlia del maestro, Giulia, di sedici anni.<br /><br />
“Alberto un tipo “grigio”? – spiega Sonia Manzi – no, al contrario indipendente, coraggioso, frenetico, avventuroso. Un uomo anche tormentato, aveva dentro un grande senso di solitudine e al tempo stesso viveva per gli altri: insomma, un uomo dai molti colori”.<br /><br />
Due lauree – biologia e filosofia – la possibilità di una carriera universitaria, l’attività di scrittore e pittore, eppure per Alberto Manzi un’unica passione: quella di insegnare ai bambini.<br /><br />
“Ai bambini, come ha fatto per tutta la vita, dal ’46 fino alla pensione nell’ 87. Ma non solo ai bambini. A partire dal 1955 e per più di venti anni, Alberto trascorreva ogni estate in Sud America. La prima volta ci andò per studiare le formiche, ma capì subito che c’erano cose più importanti, grazie soprattutto all’incontro, in Perù, con don Giulio Pianello, un sacerdote salesiano che gli ha cambiato la vita. Ha seguito don Giulio in Ecuador, in Bolivia, nel cuore della foresta, nei paesi più sperduti, ovunque la gente avesse bisogno. E non insegnava solo a leggere e a scrivere, anche se Albero considerava questo fondamentale per la libertà dell’individuo, ma faceva tutto ciò che era possibile per migliorare la vita degli indios. In alcuni paesi la sua missione laica, che pure era ispirata alla non violenza, ad una specie di gandhismo cristiano, non era gradita e le autorità gli impedirono di tornarvi”.<br /><br />
Alberto Manzi era cristiano ma molto critico nei confronti della Chiesa quando appoggiava i potenti invece dei disperati…<br /><br />
“Rimproverava alla Chiesa di aver dimenticato il messaggio di Cristo, di aver dimenticato l’uomo. E comunque è molto difficile riuscire a ‘collocare’ Alberto. Era un uomo libero, non era legato a nessun partito, a nessuna conventicola e questo lo ha molto penalizzato. Ha subito anche delle umiliazioni, specialmente negli ultimi anni, che non meritava. Per esempio il fatto di non essere stato chiamato tra i 70 ‘saggi’ riuniti dal ministro Berlinguer per riformare la scuola, e anche l’esperienza di sindaco, a Pitigliano, nel ’96-’97, è stata molto sofferta…”.<br /><br />
Manzi ha scritto oltre cento libri tra ricerche, saggi pedagogici e romanzi per ragazzi. Il più celebre, tradotto in 32 lingue, è “Orzowei” da cui, nel 1977, fu tratto un seguitissimo sceneggiato televisivo. Ma tra le carte di suo marito c’era anche un romanzo inedito, “E venne il sabato”.<br /><br />
“E’ l’unico romanzo che ha scritto non per i ragazzi, ma, diciamo, “anche” per gli adulti. Lo scrisse tra l’85 e l’86, lo propose alla Mondatori e poi alla Rcs, in entrambi i casi con esito negativo. Sebbene abbia continuato a lavorarci, evitava persino di parlarne…del resto Alberto era un uomo di poche parole anche se aveva una grandissima capacità comunicativa”.<br /><br />
Ma oggi “E venne il sabato” è finalmente in libreria.<br /><br />
“Sì, è stato pubblicato dalle Edizioni Gorée, una piccola ma determinata casa editrice di Monticiano, vicino a Siena. Purtroppo conta poco se dico io che è bellissimo…”.<br /><br />
E infatti lo diciamo noi e con assoluta sincerità: è un libro bellissimo. Ambientato nella foresta amazzonica dell’Ecuador dove Manzi ha cucito con una trama appassionante, personaggi che ha conosciuto e tutto ciò che di vero, reale, attuale ha visto laggiù. Un libro che costringe a riflettere su ciò che ha veramente valore e su ciò che merita di essere difeso anche a costo della vita.<br /><br />
(Da La Nazione, 26/5/2005). <br /><br />
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