Quanto paga il linguaggio “scorretto”.

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Quanto paga il linguaggio “scorretto”.

di Massimliano Panarari.

S’avanza a destra un’ideologia inedita, che rimbalza da un continente all’altro. La neoideologia della scorrettezza politica, per la verità in gestazione da qualche tempo, ma che in questi giorni, come testimoniano alcuni episodi, si sta facendo sempre più esplosiva. Negli Stati Uniti, Donald Trump si è scagliato contro la giornalista che moderava il confronto tv tra candidati repubblicani con una delle più irritanti e antipatiche frasi sessiste in voga dalla notte dei tempi. In Francia è in corso da parecchio la gara tra i parenti serpenti Marine e Jean-Marie Le Pen («collezionista» di una sequenza di dichiarazioni antisemite da fare accapponare la pelle) a chi si supera nell’infrangere odiosamente quelli che loro definiscono tabù (e sono invece, in genere, dei pilastri della convivenza civile). Mentre da noi si dà molto da fare il «lepenizzato» Matteo Salvini (ma non scherzava neppure il suo predecessore Umberto Bossi, che del linguaggio triviale da bar sport aveva fatto uno dei motori del consenso leghista): l’ultima del leader antieuro in felpa è l’attacco al Papa sui migranti via Facebook. E, a proposito di questa tematica, il regno di quello che si vorrebbe l’anticonformismo (e del turpiloquio da politica-avanspettacolo) coincide con il blog di Beppe Grillo, con il corredo delle pagine sui social network di taluni dirigenti pentastellati: qui, per la precisione, siamo «oltre la destra e la sinistra», ma sempre dalle parti di una forza politica dalla perdurante vocazione antisistema. Contesti politici tutti collegati da una prospettiva comune: la volontà di picconare l’odiatissima «retorica» della correttezza politica. Alla quale viene contrapposta da populismi e destre radicali l’agguerrita ideologia del politicamente scorretto, il cui programma sarebbe quello di pronunciare, senza peli sulla lingua, una serie di (presunte) verità scomode espulse dal discorso pubblico da un’ortodossia alla confluenza tra le visioni (e le «ipocrisie») del liberalismo, della tecnocrazia e di una non ben specificata sinistra (con condimento di «buonismi» e «Sessantotto-pensieri» vari). Le ideologie, si sa, abbisognano di nemici, e non vanno tanto per il sottile nel fare distinzioni. Nella sua storia novecentesca, infarcita di «Me ne frego» e qualunquismi, la destra estrema italiana
ed europea avevano già ripetutamente optato, non a caso, per una lingua che si voleva «colorita» e «verace», dalla parte del popolo e con i più deboli nel mirino. Ora, nessuno vuol negare che, a volte, e soprattutto nel mondo scandinavo (dove i populisti sono in significativa ascesa) come in quello di lingua inglese, il politically correct incorra in qualche rischio di risultare eccessivo (quando non ossessivo), e di tradursi in una sorta di benpensantismo. Ma l’aggressiva neoideologia – un’ulteriore forma di egemonia sottoculturale – che ha eletto a bersaglio il supposto «bigottismo progressista» rappresenta l’ennesima demagogia a fini elettorali, fondata su una violenza verbale da rabbrividire (e che non andrebbe sottovalutata). I frame (ovvero le cornici linguistiche), le metafore e le «narrative culturali», come indicano le scienze cognitive applicate alla politica, sono molto importanti e condizionano fortemente le scelte di voto. E nel contrasto tra la «ragione illuminista» e la «ragione reale» – come ha mostrato lo studioso americano George Lakoff – è per lo più la seconda, che rimanda alle convinzioni profonde degli individui, a prevalere, perché, anche se si racconta loro la «verità», non cambiano opinione. E proprio su questo, giustappunto, lavorano oggi le formazioni antisistema. Il populismo ha scelto la dimensione semantica della «scorrettezza politica» per cavalcare il disagio sociale e la guerra tra i poveri, cercando di mettersi in sintonia con i basic instinct innanzitutto di certe fasce spaventate della popolazione. Un’operazione di egemonia del senso comune (che non è buon senso), che punta a riconfermare certi settori dell’elettorato nella bontà dei loro pregiudizi e, una volta di più, a proporre un modello di following leadership, in questo caso irresponsabile e pericolosa per la coesione sociale. Quanto sono lontani, ahinoi, i tempi in cui i grandi partiti popolari di centro si impegnavano a «ripulire» gli stereotipi e a bonificare gli estremismi viscerali e di pancia di certi loro elettori…
(Da La Stampa, 10/8/2015).

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