Quando muore una lingua

CULTURA

Quando muore una lingua

Con la scomparsa dei linguaggi tribali perdiamo una visione della vita, della morte e del mondo che non tornerà mai più

di Ilaria Lonigro

Si estinguono come le specie animali, anzi, più velocemente. Le lingue muoiono al ritmo di una ogni 2 settimane. Si stima che, nel giro di un secolo, dei 7000 linguaggi oggi parlati ne rimarrà solo metà. A richiamare l’attenzione su questa «strage» è l’organizzazione Survival International. Nel 2008 è scomparsa l’ultima persona che custodiva l’Eyak, parlato in Alaska. L’anno scorso è stato il turno di Boa Senior, che si è portata con sé la lingua di una delle culture più antiche del mondo, quella dei Bo, che hanno abitato le Isole Andamane per 65.000 anni.
Si contano sulle dita di una mano gli ultimi detentori dello Yurok della California, dello Yawurudell’Australia e del Siksika, parlato dai Piedi Neri dell’America del Nord. L’Innu, in Canada, perde terreno per la «concorrenza» di inglese e francese, insegnati nelle scuole. La scomparsa dei linguaggi tribali non documentati implica, per il linguista Daniel Everett «una perdita inestimabile di espressione di humour, conoscenza, amore, e la gamma intera dell’esperienza umana. Un’antica tradizione, un mondo di soluzioni alla vita è perso per sempre. You can’t Google it and get it back». Non puoi digitarlo su Google e riaverlo indietro. «Quando noi perdiamo una lingua" spiega K. David Harrison nel libro When Languages Die, «perdiamo secoli di pensiero umano riguardo al tempo, alle stagioni, alle creature del mare, alle renne, ai fiori commestibili, alla matematica, ai paesaggi, ai miti, alla musica, allo sconosciuto e al quotidiano».
Dall’India all’Oregon, dalla Bolivia alla Siberia, Harrison viaggia per registrare le lingue in pericolo, con l’Istituto Living Tongues per le Lingue in via di estinzione, di cui dirige la Ricerca. Nelle lingue tribali si nascondono i segreti per la sopravvivenza in ambienti ostili e infinte conoscenze sulla natura e sul clima. Basti pensare che gli Inuit hanno molti modi per nominare i vari tipi di neve, ma non un’unica parola per riferirsi a essa. Lo stesso flusso della Storia è registrato diversamente dalle lingue orali e un termine può racchiudere molto più del suo significato. In Ghana, scriveRyszard Kapuscinski, la tribù dei Nankani sfregia il viso ai neonati, per renderli merce poco desiderabile agli occhi degli schiavisti bianchi. Per questo popolo la parola brutto equivale a libero.
(Da d.repubblica.it, 12/1/2012).




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