QUANDO L`EUROPA E’ SOLO UN CONDOMINIO

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Egoismi nazionali
QUANDO L`EUROPA E' SOLO UN CONDOMINIO
di PAOLO POMBENI , il Messaggero 21 giugno
Dopo tanto stracciarsi le vesti per l`incremento terribile dell`astensionismo alle elezioni per il Parlamento di Bruxelles-Strasburgo (una geremiade che ha coinvolto tutta Europa), la Ue è andata avanti come se nulla fosse accaduto. E questo, ci si consenta, è un segnale ancor più inquietante dell`alto tasso di astensioni. L`ultimo Consiglio europeo sotto la presidenza di turno ceca ha mostrato più che mai una Unione ridotta ad un condominio fra i 27 stati membri: nell`Ottocento chiamavano pomposamente questo genere di cooperazione “concerto europeo” (e allora la Ue era di là da venire), mentre oggi somiglia davvero più che altro ad un condominio, dove si decide in base ai “millesimi” di potere di ogni partner e il massimo che si riesce a produrre è un po` di regolamenti per la convivenza e per il ripristino e manutenzione delle parti comuni. Le due vicende parallele che si occupano della sistemazione di due vertici istituzionali, la Commissione e il Parlamento, parlano un linguaggio chiaro. Alla Commissione sarà confermato Barroso, che tanto bene ha interpretato il ruolo di amministratore fiduciario dei condomini, molto attento a valutare bene quanti “millesimi” di proprietà avesse ciascuno. Sulla presidenza del Parlamento ci si contrappone non fra i gruppi parlamentari “europei”, non in nome di una “rappresentatività” che quell`assise non riesce ad avere, ma in nome degli interessi nelle relazioni fra le varie nazioni. Lasciando da parte il fatto che si possa pensare ad un presidente che viene eletto per la sua capacità di essere una autonoma ed autorevole figura di riferimento per l`opinione pubblica dell`Unione (i candidati in lizza sono pressoché degli sconosciuti per il grande pubblico), tutto si riduce alla scelta che ciascuno stato opererà avendo in mente la sua “politica estera”. Per questo il candidato polacco è favorito su quello italiano, perché la Polonia interessa molto a Francia, Germania, Gran Bretagna per le loro poli- tiche di presenza nell`Europa Orientale, considerata uno scac; chiere chiave. In questo orizzonte a finire premiata è la politica di chi ricatta. Si veda quanto ha ottenuto l`Irlanda nella speranza che questo possa indurre ad ottobre i suoi cittadini a ratificare con un nuovo referendum il Trattato di Sottolineiamolo: nella “speranza”, perché ovviamente non è neppure certo che questo basterà ad avere la sospirata vittoria del sì nella consultazione popolare. È un panorama che preoccupa tutti coloro che hanno in mente il grande ruolo che l`Europa potrebbe giocare nel difficile frangente attuale. Una crisi però non si governa con le regole di un condominio, anche se con esse si può riuscire a darsi un po` di bon ton nelle relazioni fra vicini. Poiché bisogna ridimensionare interessi, piegare egoismi, spostare pesi economici e politici, ci vuole un`architettura che garantisca la “equità” in queste operazioni, cioè la ragionevole aspettativa che le decisioni non si prendono a colpi di “spade del potere” gettate sulla bilancia, ma in una logica che guarda all`interesse generale senza farsi condizionare da quelli particolari. Non lo diciamo scomodando la filosofia di John Rawls, ma semplicemente in base al buon senso. L`Italia non può assistere a questa deriva in forma passiva. Non ce lo consentono né la nostra storia di Paese fondatore della nuova Europa, né i molti contributi che abbiamo dato alla costruzione dell`Europa, da De Gasperi a Prodi, da Spinelli, a Napolitano, ad Amato, a Tajani (non stupisca questa citazione dell`attuale vicepresidente della Commissione che sta operando con grande impegno). Perché la forza di un Paese è nell`essere capace di fare sistema, nel capire che molti si sono passati di mano la simbolica fiaccola di questa operazione, ognuno portandola un po` più avanti, e che buttare questo patrimonio nella diatriba di questioni sull`eredità sarebbe molto miope. Nessuno chiude gli occhi di fronte alle difficoltà che incontra oggi il nostro Paese a gestire una adeguata presenza sulla scena europea: è un handicap non da poco il concorrere delle difficoltà in cui versa la leadership governativa con quelle della leadership del maggior partito di opposizione, impelagato anch`esso in una sterile discussione sulla sua collocazione all`europarlamento. Fare sistema a Bruxelles non riesce perché sostanzialmente entrambe le parti partono col piede sbagliato: ciascuna lo interpreta semplicemente come un dovere degli “altri” di appiattirsi sulla propria posizione. Siccome di Europa c`è un gran bisogno, ecco una buona occasione per far vedere che l`Italia ha capito fino in fondo il valore della posta in gioco, e che è in grado di mettersi al servizio del raggiungimento dell`obiettivo, senza subordinarlo alle competizioni della sua politica interna. La partita europea è ancora aperta, non solo perché la decisione sulla presidenza del Parlamento non è stata formalmente presa (e sarebbe bene lasciarla a quell`organo nella sua autonomia anziché ai giochetti delle cancellerie dei Paesi membri), ma perché altre decisioni verranno a scadenza. Se l`Irlanda ratificherà e se non crolla il fronte inglese (cosa possibile visti gli ultimi contorcimenti politici in quell`isola) arriveremo al prossimo anno alla questione del presidente stabile e dell`alto commissario per la politica estera. Due appuntamenti a cui l`Italia deve giungere non solo tecnicamente preparata, ma anche in migliori condizioni di coesione nazionale.

Questo messaggio è stato modificato da: annarita, 23 Giu 2009 – 01:59 [addsig]




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