Quando la rivoluzione linguistica parte dai cognomi

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Svolte

Addio Kundrova, Kocumova, Kotisova. Sempre più donne infrangono la tradizione del suffisso

Le femministe di Praga all’attacco dei cognomi

di Maria Serena Natale

A Lucie è bastato cancellare tre lettere per demolire secoli di linguistica supremazia del maschio. Ventisette anni, operatrice umanitaria, nel 2008 si è sposata e ha preso il cognome del marito, Kundra. La sua piccola rivoluzione è cominciata così. Scegliendo di mantenere il nome dello sposo come simbolo della loro unione ma rifiutando di trasformarlo in «Kundrova», Lucie ha infranto la tradizione linguistica ceca secondo la quale il cognome della donna si forma aggiungendo a quello del padre prima, del marito poi, il suffisso «-ova», forma aggettivale che corrisponde al caso genitivo (complemento di specificazione). «Kundrova» avrebbe significato «di Kundra», con un implicito senso di appartenenza. La consuetudine del suffisso è rifiutata ormai da un numero sempre maggiore di giovani ceche, che nel «passaggio di consegne» linguistico tra capifamiglia vedono il residuo di un sistema sociale e culturale nel quale la donna veniva considerata merce di scambio. «Ho preso questa decisione – ha spiegato la signora Kundra al quotidiano americano Los Angeles Times – perché accettare il suffisso significa essere vista come una proprietà. Se vogliamo trasformare i rapporti tra donne e uomini e promuovere le pari opportunità, dobbiamo deciderci a lavorare sul linguaggio». «Ma scelte del genere – ribattono dall’Istituto di linguistica dell’Accademica ceca delle Scienze – violano i principi fondamentali della nostra lingua». Il movimento femminista ha sempre visto nella riappropriazione del nome uno strumento di emancipazione da un ordine «inaugurato» con Eva – nelle sacre scritture la prima donna è chiamata così da Adamo e non da Dio. In Repubblica Ceca la battaglia per l’affermazione della differenza di genere si scontra con le resistenze interne di una società che ha riconquistato le libertà democratiche appena vent’anni fa in seguito alla caduta del regime comunista. Oltre che con le trappole di una grammatica tra le più complicate, per la quale un equivoco sul genere del soggetto rischia di far saltare tutta l’impalcatura di concordanze e declinazioni. Alla regola non sfuggono neanche i nomi stranieri. A Praga il segretario di Stato Usa si chiama Hillary Clintonova.

Aveva fatto discutere lo scorso febbraio la vicenda dell’ex sciatrice e campionessa olimpica Zuzana Kocumova, chiamata a commentare per la tv pubblica i mondiali di sci nordico di Liberec. La Kocumova aveva deciso di non «cechizzare» i nomi delle atlete straniere in gara e l’emittente, travolta da una valanga di proteste, l’ aveva licenziata senza tante spiegazioni, salvo riassumerla con la stessa rapidità a causa della polemica nata intorno al caso. «Sono sorpresa dall’interesse per la mia storia – aveva detto la telecronista -, mi sono arrivati centinaia di messaggi ed email di solidarietà». Il punto, commenta sul sito GlobalPost il linguista Jiri Kraus, è la difficoltà di coniugare «tradizione e globalizzazione: la forza del femminismo e la crescente influenza delle lingue straniere complicano le cose». E anche se il suffisso «-ova» ha progressivamente perso la connotazione sessista e mantenerlo è per lo più una scelta di comodo, il fatto che sia tanto difficile scalfire le abitudini «rivela che la società ceca è molto rigida», dice l’avvocato per i diritti delle donne Milus Kotisova. Restano le eccezioni. Qualche esempio? Agatha Christie e Greta Garbo, certi nomi semplicemente non si cambiano.

(Dal Corriere della Sera, 28/6/2009).

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