Quando a sbagliare sono gli inglesi

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Dall’ «X-presoh» alla «brusceta» Quando anche gli inglesi sbagliano

Papere a tavola: la classifica delle parole pronunciate male

di Paola De Carolis

Pizza è facile. Lo sanno dire tutti. Pasta pure. Nessun problema. Ma la cucina italiana, tanto amata dagli inglesi da raggiungere quasi quella indiana in fatto di pietanze preferite, presenta per i sudditi di Elisabetta II non pochi problemi. È proprio a tavola, dove – trascinato per la gola – è obbligato ad avventurarsi sul terreno ostile delle lingue straniere, che l’inglese medio si rivela capace di insospettabili intrugli fonetici. In assoluto, il piatto più difficile da ordinare è la bruschetta. Prima di arrivare ad ottenere quell’anelata fetta di pane abbrustolito con un filo d’olio e aglio, l’inglese deve battersi con tre consonanti dal suono ostico, e raramente ne esce vincitore, ricadendo spesso e volentieri su una storpiatura meno impegnativa, brusceta (o broo-shet-tar, per usare il loro alfabeto fonetico). Tanto è comune l’errore che la povera bruschetta si ritrova al primo posto nella classifica di termini gastronomici mal pronunciati realizzata dalla Bbc Good Food Magazine. Tra le labbra degli inglesi soffre nel 63% dei casi. «Siamo un Paese che ama la cucina straniera, eppure ignora la pronuncia di molti vocaboli relativamente comuni», ha spiegato la direttrice Gillian Carter. Ne fanno le spese diversi pilastri della tavola italiana, come l’espresso, che nonostante abbia colonizzato il mondo del caffé – a Londra e dintorni si trova ormai ovunque – viene ancora pronunciato ex-presoh. E perché no. Dopotutto noi che con «espresso» ce la caviamo al bar ordiniamo il «tost»: roba da far rabbrividire un inglese, per il quale il toast è sempre ed esclusivamente pane tostato, senza formaggio o prosciutto, da consumare preferibilmente a colazione con burro e marmellata. Forse per via del fatto che il menù tradizionale britannico non è molto fantasioso, ingredienti nostrani sono entrati a far parte del dizionario inglese. Mozzarella e parmigiano si trovano oggi in qualsiasi supermercato, pur se a prezzi proibitivi, come il prosciutto – pardon, prosiutoh -, termine il cui significato ha subito una trasformazione. In inglese è sempre ed esclusivamente crudo, come se la parola indicasse un tipo di prosciutto piuttosto che un’intera categoria. La stessa cosa è successa alla pasta, che in inglese è solo la pasta corta. Non sono molti gli inglesi che sanno che spaghetti e tortellini appartengono alla stessa famiglia. Piacciono moltissimo gli ghnocci, ovvero gli gnocchi, il pesche frescio, pesce fresco, e il capucino, o capuccino, quasi mai cappuccino, da consumarsi questo a qualsiasi ora, non solo la mattina con la brioche, molto spesso al termine del pranzo e della cena. Non mancano inoltre gli inglesi che in Italia al bar ordinano il latte. Si aspettano il caffelatte – che il lessico di Starbucks ha troncato a metà – e si ritrovano davanti qualcosa di molto diverso. Bevono quel lindo bicchiere pieno di liquido bianco? Spesso sì, racconta qualcuno, troppo imbarazzati dall’idea di dover descrivere cosa vogliono o ammettere di aver fatto un errore. Ma se è vero che gli strafalcioni ci sono, sono simpatici (altra parola, quest’ultima, che l’inglese ha adottato, anche se sempre e solo nella forma maschile singolare) e completamente comprensibili.

«L’importante – ha spiegato Carter – è continuare a provare. E se proprio la pronuncia non viene, allora si può sempre indicare sul menu cosa si desidera».

(Dal Corriere della Sera, 16/10/2006).

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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Dall' «X-presoh» alla «brusceta» Quando anche gli inglesi sbagliano<br /><br />
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Pizza è facile. Lo sanno dire tutti. Pasta pure. Nessun problema. Ma la cucina italiana, tanto amata dagli inglesi da raggiungere quasi quella indiana in fatto di pietanze preferite, presenta per i sudditi di Elisabetta II non pochi problemi. È proprio a tavola, dove - trascinato per la gola - è obbligato ad avventurarsi sul terreno ostile delle lingue straniere, che l'inglese medio si rivela capace di insospettabili intrugli fonetici. In assoluto, il piatto più difficile da ordinare è la bruschetta. Prima di arrivare ad ottenere quell'anelata fetta di pane abbrustolito con un filo d'olio e aglio, l'inglese deve battersi con tre consonanti dal suono ostico, e raramente ne esce vincitore, ricadendo spesso e volentieri su una storpiatura meno impegnativa, brusceta (o broo-shet-tar, per usare il loro alfabeto fonetico). Tanto è comune l'errore che la povera bruschetta si ritrova al primo posto nella classifica di termini gastronomici mal pronunciati realizzata dalla Bbc Good Food Magazine. Tra le labbra degli inglesi soffre nel 63% dei casi. «Siamo un Paese che ama la cucina straniera, eppure ignora la pronuncia di molti vocaboli relativamente comuni», ha spiegato la direttrice Gillian Carter. Ne fanno le spese diversi pilastri della tavola italiana, come l'espresso, che nonostante abbia colonizzato il mondo del caffé - a Londra e dintorni si trova ormai ovunque - viene ancora pronunciato ex-presoh. E perché no. Dopotutto noi che con «espresso» ce la caviamo al bar ordiniamo il «tost»: roba da far rabbrividire un inglese, per il quale il toast è sempre ed esclusivamente pane tostato, senza formaggio o prosciutto, da consumare preferibilmente a colazione con burro e marmellata. Forse per via del fatto che il menù tradizionale britannico non è molto fantasioso, ingredienti nostrani sono entrati a far parte del dizionario inglese. Mozzarella e parmigiano si trovano oggi in qualsiasi supermercato, pur se a prezzi proibitivi, come il prosciutto - pardon, prosiutoh -, termine il cui significato ha subito una trasformazione. In inglese è sempre ed esclusivamente crudo, come se la parola indicasse un tipo di prosciutto piuttosto che un'intera categoria. La stessa cosa è successa alla pasta, che in inglese è solo la pasta corta. Non sono molti gli inglesi che sanno che spaghetti e tortellini appartengono alla stessa famiglia. Piacciono moltissimo gli ghnocci, ovvero gli gnocchi, il pesche frescio, pesce fresco, e il capucino, o capuccino, quasi mai cappuccino, da consumarsi questo a qualsiasi ora, non solo la mattina con la brioche, molto spesso al termine del pranzo e della cena. Non mancano inoltre gli inglesi che in Italia al bar ordinano il latte. Si aspettano il caffelatte - che il lessico di Starbucks ha troncato a metà - e si ritrovano davanti qualcosa di molto diverso. Bevono quel lindo bicchiere pieno di liquido bianco? Spesso sì, racconta qualcuno, troppo imbarazzati dall'idea di dover descrivere cosa vogliono o ammettere di aver fatto un errore. Ma se è vero che gli strafalcioni ci sono, sono simpatici (altra parola, quest'ultima, che l'inglese ha adottato, anche se sempre e solo nella forma maschile singolare) e completamente comprensibili. <br /><br />
«L'importante - ha spiegato Carter - è continuare a provare. E se proprio la pronuncia non viene, allora si può sempre indicare sul menu cosa si desidera».<br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 16/10/2006).<br /><br />
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