Puntata di Domenica 27 Gennaio

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Nella Puntata di Domenica 27 Gennaio, condotta da Giorgio Pagano:

– La settimana politica dell'Era, condotta da Selena Vacca
Il de-Cameron
Internet, Pagano (ERA): Mot-dièse in Francia ma per la colonia Italia rimane hashtag
Europa, Pagano (ERA): Cameron inappetente europeista ma ingordo di fondi europei
Ue-Gb: Schulz, Cameron venga in Parlamento. Giusto voler migliore Europa, non cercare spaccarla;

– intervista di Dario Fanara a Giorgio Bozzo, produttore-autore delle Sorelle Marinetti.

[mp3]http://www.eraonlus.org/radio/dl_2013.01.27.mp3[/mp3]




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E.R.A.
E.R.A.

[justify]INTERVISTA A GIORGIO BOZZO<br />
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Fanara: Oggi parliamo delle Marinetti, le tre sorelle canterine che sono una creazione del produttore e autore Giorgio Bozzo, che le ha formate quasi con un'ostinazione che rasentava la tortura, facendo loro ascoltare i grandi nomi della canzone degli anni '30. Turbina è la sorella maggiore, la più saggia e posata, Mercuria la mediana, più ingenua e sognatrice, mentre Scintilla, la minore, è più sfacciata e birichina. Affidate al maestro preparatore Christian Schmitz , le sorelle già nelle prime incisioni di prova realizzate nella primavera del 2007 hanno prodotto un'ottima interpretazione di “Tuli Tulipan”, “La gelosia non è più di moda” e “Non sei più la mia bambina”. Il primo disco delle sorelle Marinetti è uscito nel febbraio del 2008 dal titolo “Non ce ne importa niente”, seguito dal debutto con uno spettacolo teatrale. Nel 2009 partecipano a vari festival e si esibiscono all'interno di varie manifestazioni e nel 2010 accompagnano la cantante Arisa sul palco di Sanremo con il brano “Ma l'amore no”, nel 25 maggio 2010 esce il loro secondo album dal titolo “Signorine Novecento” e ne segue un altro tour per i teatri d'Italia e nel 2011 vengono inserite nella colonna sonora all'interno dello spettacolo di Virzì dal titolo “Se non ci sono altre domande”.<br />
Senti, come è nata l'idea delle Marinetti e soprattutto l'idea di riproporre al grande pubblico i brani anni '30 del glorioso passato musicale italiano?<br />
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Bozzo: Guarda, è nato assolutamente per caso come progetto. Un giorno, credo fosse il 2006, il maestro Schmitz ed io stavamo percorrendo l'autostrada A1 verso Roma e ci siamo fermati per una piccola pausa in un Autogrill e, come accade spesso a chi si ferma in questo luoghi, abbiamo infilato distrattamente la mano in quei cestoni dove si trovano i cd a poco prezzo e abbiamo tirato su alcune compilation. Tra queste vi era una compilation di brani dell'epopea dello swing italiano, il periodo appunto dell'EIAR, che abbiamo prontamente infilato nel lettore cd in macchina e questo disco ci ha accompagnati fino alla nostra destinazione. Io credo e mi piace pensare che quel giorno il nostro viaggio fisico è terminato a Roma ma è cominciato quest'altro meraviglioso viaggio che ci ha visti appassionarci sempre di più a questo genere che conoscevamo ma questa fu proprio una scintilla per far partire un fuoco, un incendio. Christian come musicista ha cominciato ad appassionarsi, è venuto alla ricerca di brani musicali che inizialmente è avvenuta attraverso la rete, attraverso Internet, poi pian piano, ahimè, ha cominciato a mettere mano al portafoglio acquistando dischi 78 giri su e-bay e io al contempo cominciavo invece ad appassionarmi alla storia di questi musicisti, di questi cantanti, in particolare le sorelle Lescano, quelle che ci avevano colpito di più. E quindi da quel momento è cominciata una ricerca documentaria che inizialmente doveva essere finalizzata alla scrittura di una biografia delle sorelle Leshan e dopodiché invece con una bizzarria che chi fa teatro ogni tanto sa essere sempre pronta a saltare fuori, abbiamo pensato di fare uno spettacolo teatrale per riportare in vita quelle storie e quella musica e la bizzarria (…) che io chiedessi a questi tre meravigliosi artisti, cantanti, di interpretare queste tre signorine della media borghesia torinese degli anni '30. <br />
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Fanara: Voi riprendete un po' il trio Lescano, che era di madrelingua ungherese, ma cantava in italiano. Evidentemente la lingua italiana possiede delle qualità che le sono intrinseche e innegabili, soprattutto in passato è stata una lingua molto presente nei vari campi artistici. L'Italia oggi non dovrebbe promuovere iniziative che potrebbero dare lustro e importanza planetaria alla nostra lingua e alla nostra cultura?<br />
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Bozzo: Intanto una piccola correzione perché le sorelle Leshan avevano la nazionalità ungherese perché il loro papà, Alexander Leshan era ungherese, era di Budapest, ma loro sono nate e sono cresciute in Olanda e quindi la loro madrelingua era l'olandese, infatti in Italia erano conosciute come le olandesine e non a caso la canzone che è rimasta a perpetuarne il ricordo è proprio quella che cita il fiore tipico dell'Olanda, quindi i tulipani. Peraltro erano delle ragazze molto moderne proprio sul fronte della lingua perché erano poliglotte, parlavano l'olandese, parlavano il tedesco, l'ungherese, perché il papà era appunto ungherese, parlavano senz'altro lo spagnolo perché negli anni '30 giravano tantissimo la Spagna per lavoro, parlavano l'italiano perché hanno vissuto in Italia per tanti anni. Insomma, erano già al loro tempo delle donne estremamente moderne anche su questo fronte, un tempo in cui non era poi così normale trovare qualcuno che parlasse una lingua. Devo dirti però che quello che loro facevano negli anni '30 era un genere musicale al quale vennero introdotte proprio quando arrivarono in Italia da un giovane ragazzo che si chiamava Carlo Prato, appassionato di Jazz, un genere che italiano non era perché arrivava dall'America e che piaceva tantissimo ai ragazzi di allora e che faceva ovviamente inorridire i parrucconi del tempo, un po' come accadde col punk negli anni '70. Loro dovettero imparare l'italiano per cantare, pensa che addirittura il loro accento olandese, che ovviamente è un accento un po' duretto, non è proprio musicale come quello italiano, non piacque ai dirigenti dell'EIAR, che in effetti avrebbero voluto rottamarle immediatamente. Fortunatamente loro vennero salvate dai ragazzi del tempo che iniziarono a scrivere cartoline in via Arsenale a Torino, che era la sede dell'EIAR, dicendo meraviglie di queste ragazze che erano state ascoltate alla radio, che venivano chiamate le topoline, perché uno dei loro primi brani incisi fu proprio “topolino al mercato”. Insomma loro fecero qualcosa in una lingua che non era la loro, con una musica che non era italiana, però va detto che quell'epopea lì, quel momento dello swing italiano, della canzonetta sincopata, fu un momento di grande, grande, come dirti, qualità artistica dei nostri artisti, dei nostri musicisti, dei nostri cantanti che seppero, con una lingua che è incredibilmente musicale, visto che poi sappiamo, ad esempio, che storicamente è la lingua del melodramma e la stessa musica utilizza termini italiani per la scrittura, per la definizione appunto in ambito proprio specifico musicale. E loro seppero appunto, con un genere non proprio, con una lingua non propria però molto musicale, diventare delle dive assolute nel nostro paese. Se si debba fare qualcosa per la lingua italiana nel nostro paese? Ovviamente, ovviamente andrebbe fatto. Ad esempio un'operazione è quella che abbiamo fatto con il nostro spettacolo, recuperare un repertorio meraviglioso che anche grazie alla musicalità e alla bellezza della nostra lingua fu, in un certo momento della nostra storia, qualcosa che fece impazzire i nostri genitori, i nostri nonni, che allora erano dei ragazzi come tanti ragazzi di oggi.<br />
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Fanara: Parliamo adesso dell'Esperanto, la lingua ideata per l'Europa. In campo musicale pensi sia possibile, e soprattutto le Sorelle Marinetti sarebbero disposte ad adottare questa lingua come soluzione per la promozione di una cultura europea unita?<br />
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Bozzo: Guarda, io devo dirti, devo darti una risposta che forse non ti convincerà o ti lascerà perplesso. L'Esperanto trovo che sia uno strumento molto... Potrebbe diventare un espediente, uno strumento molto efficace per tentare di omogeneizzare le lingue europee, che ovviamente non sono, a differenza di quanto si pensi, soltanto l'inglese, o solo il francese o solo il tedesco, ma ogni nazione europea ha una propria lingua, che tra l'altro andrebbe tutelata. Ma il vero problema è che tutte queste lingue, che magari rendono difficile la comunicazione tra popoli, sono il vero prodotto culturale di una nazione, quello attraverso il quale si esprime la cultura di una nazione, quindi fare una lingua comune che possa essere alternativa all'inglese è comunque un'operazione pregevole e interessante, e anche per certi aspetti divertente. Che l'Esperanto possa racchiudere in sé tutte le lingue e le culture europee, forse sì, forse le parole, la cultura è un po' più difficile. Vanno tutelate per la loro specificità, credo. Però è interessante pensare che si possa travalicare il confine di una lingua utilizzando una lingua comune condivisa, questo senz'altro. Sarebbe un'operazione interessante […] è già stato intentato purtroppo non con grande successo, si potrebbe riprovare. Sarebbe estremamente divertente, questo devo dirlo, e sarei anche pronto a fare un tentativo, sarebbe estremamente divertente far interpretare alle Sorelle Marinetti una canzone tradotta in Esperanto. Questo sarebbe veramente molto buffo e andrebbe forse fatto.<br />
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Fanara: Parliamo invece adesso un attimo dell'inglese, siccome l'hai nominato adesso. Siamo un po' assoggettati, penetra sempre di più nei vari campi artistici rappresentando non solo un mezzo di colonizzazione ma soprattutto un veicolo che garantisce soldi ai madrelingua invece che a noi. Non stiamo consegnando le nostre potenzialità e guadagni nelle mani di un dominatore straniero?<br />
Bozzo: Guarda, io ho sentimenti misti nei confronti di questa lingua, perché ovviamente è una lingua che ho fatto di tutto per imparare, che padroneggio abbastanza, che mi ha ovviamente molto aiutato quando mi sono spostato all'estero perché è molto facile trovare in giro per il mondo qualcuno che parli inglese e molto più difficile trovare qualcuno che parli bene, padroneggi l'italiano. Diciamo che da una parte sono molto grato a questa lingua che mi ha permesso di gestire delle situazioni che altrimenti potevano essere molto complesse. Certamente ti dico, […] ti riporto un aneddoto. Ieri ero in una casa di produzione televisiva per una riunione e devo dirti che almeno la metà della riunione era costruita con termini tecnici inglesi e devo dire di cui alcuni assolutamente oscuri anche a me che lavoro nel mondo dello spettacolo, e ho avuto una sensazione di fastidio molto forte, perché sono dell'idea che molte delle parole che sono state utilizzate nel corso della riunione potevano tranquillamente essere evitate e al loro posto poteva essere utilizzato l'equipollente italiano. Quindi diciamo che ho sentimenti misti per questo motivo, trovo che la lingua inglese possa essere una chance quando ci si ritrova in situazioni in cui non si è con propri connazionali, perché oggettivamente è una lingua estremamente diffusa, trovo però sia vero che oggi ci sia una modo e che si sia molto consenzienti nel farsi colonizzare. Non amo le dietrologie, ecco, non amo i disegni e non amo, come dire, i complotti, ma purtroppo ormai la situazione della dominazione dell'inglese sul pianeta come lingua della comunicazione universale ormai si sia un po' troppo, come dirti, radicalizzata come posizione, per cui sarebbe un po' difficile tornare indietro, la vedo un po' difficile. Però ecco, almeno quando siamo in un territorio nostro insomma, all'interno dei nostri confini dovremmo pensare di utilizzare l'italiano che è una lingua bellissima, piena di sfumature, di grande musicalità, con la quale sono state scritte grandi opere d'arte letterarie e quindi non vedo perché debba essere così tanto disprezzata da venir accantonata in favore di termini che, ribadisco, hanno gli equipollenti italiani per nulla incomprensibili, al contrario. Anzi è molto più incomprensibile a volte sentir parlare di seed, di spread, di tutte queste parole mono o bisillabiche che sono... che non sappiamo cosa significhino.<br />
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Fanara: A livello europeo dovrebbe essere invece, diciamo, favorita, un'unità tra gli artisti. Risulterebbe anche un vantaggio per promuovere la lingua federale. Come vedi la nascita di un comitato d'onore, non solo tra artisti, comunque un po' più esteso e come si potrebbe avviare. Soprattutto saresti lieto di farne parte?<br />
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Bozzo: Mah, guarda, devo dirti, il problema lingua è un problema estremamente complesso che, e soprattutto se parliamo di cambi artistici, anche in ambito artistico esiste in questo momento la dominanza della lingua inglese rispetto ad altre lingue. Ora poi differenziamo i vari campi artistici, perché un conto è quello delle arti visive, dove la parola ha un'importanza minore rispetto al segno. Però ad esempio, se parlo, se penso al campo specifico nel quale opero che è quello del teatro non ti nascondo che la questione della lingua non è di poco conto. Ci sono ovviamente degli escamotage che possono risolvere il problema della non comprensione di una lingua. Se io andassi domattina a teatro una rappresentazione teatrale nella quale si parla una lingua scandinava devo dire che avrei delle forti difficoltà e credo che l'escamotage di vedere un display sul proscenio sul quale passa il testo mentre viene recitato è senz'altro un escamotage utile e interessante, però io so anche che il pubblico italiano è molto pigro e non so fino a che punto il fatto di dover partecipare a uno spettacolo in una lingua straniera con la necessità di leggere un display possa in qualche modo aiutare. Tutti i tentativi che possono essere fatti, compreso quello di creare come dici tu, un comitato d'onore, per tentare di creare un network tra le arti, le forme di spettacolo e le lingue in Europa sono ben accetti. Certo non vorrei che poi risultasse degli organismi polverosi, inutili nei quali si fanno grandi magari parole e pochi fatti. Mi spiacerebbe anche, lo ribadisco, io non sono un localista né un nazionalista, Dio me ne scampi, però certamente la tutela delle specificità nazionali è qualcosa di cui dovremmo assumerci l'onere, perché i popoli che si ritrovano insieme volontariamente con sistemi democratici per collaborare non possono perdere i loro specifici di partenza, quindi è giusto far circolare. Attenzione a non andare verso però l'omologazione come idea, cioè devono convivere realtà differenti, devono farlo con la stessa dignità, devono farlo con una volontà di integrazione perché questo è molto importante nel processo di identificazione europea. E però ecco, senza sofismi, perché altrimenti rischiamo di combinare più danni di quanti ne vorremmo combinare. <br />
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Fanara: E quindi l'adozione dell'Esperanto in campo artistico garantirebbe la nascita di un sentimento nel cuore dell'artista, perché lo farebbe sentire un po' come abitante e artista dell'Europa tutta.<br />
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Bozzo: Questo non te lo so dire, perché poi tutto dipende dalla sensibilità di ogni artista. Non vorrei che anche l'adozione di una lingua come l'Esperanto diventasse una forma, come dire, avvertito come non naturale. Quindi bisognerebbe creare le premesse affinché l'utilizzo di una lingua che diventa un mezzo condiviso e senza supremazia da parte di qualcuno può essere un'operazione secondo me molto interessante. Non deve diventare un obbligo, un ulteriore obbligo, capisci? È questo che intendo dire. Bisognerebbe capire se questa operazione può trovare una forma di naturalezza nell'essere messa in cantiere e poi sviluppata. Però attenzione, esistono delle sensibilità poi personali. Per cui nel momento in cui tu pensi anche alla migliore operazione far sì che si emancipi un territorio della società umana, avrai sempre grandi sostenitori, avrai sempre dei gran detrattori. Per cui bisognerebbe provare, senz'altro. Io ci leggo, da teatrante, un elemento di sfida anche in questo. E di divertimento, mi permetto anche di dire, che mi solletica molto. Bisognerebbe capire se molti altri miei colleghi vedono la cosa nello stesso modo.[/justify]

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