Puntata di Domenica 16 Giugno

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Puntata di Domenica 16 Giugno

Nella puntata di domenica 16 giugno, condotta da Giorgio Pagano:

Comunicato da centoautori.it sull’accordo di libero scambio tra USA e UE;

La settimana politica dell’Era condotta da Monia Chimienti:
– "10 giugno, Pagano (ERA): Fra fascisti e sfascisti, il lento suicidio assistito dell’Europa";
– "Grecia. Pagano (ERA): Un’Europa libera senza televisione pubblica è impensabile";
– "UE-USA, Pagano (ERA): Spie anglo-americane e collaborazionisti europei".

Intervista di Franco Martinelli al regista Maurizio Nichetti

[mp3]http://eraonlus.org/radio/dl_2013.06.16.mp3[/mp3]




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E.R.A.
E.R.A.

INTERVISTA A MAURIZIO NICHETTI
DI FRANCO MARTINELLI

F. Abbiamo con noi Maurizio Nichetti, che ovviamente non ha bisogno di nessuna presentazione. Una prima domanda sull’eccezione culturale per cui ha firmato appunto con l’associazione Centoautori riguardo a proteggere il settore audio video nel contesto di questi negoziati che si apriranno per il libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, quindi le chiedevo un quadro che può farci brevemente su questo.

N. Dunque, premesso che io credo che ognuno debba seguire le cose da vicino e dal didentro per cui ci sono dei rappresentanti dei Centoautori che sono proprio in prima linea sia con la SIAE che con il Ministero per seguire queste pratiche. Io ho aderito come socio dei Centoautori perché da sempre quando capita un accordo bilaterale tra due nazioni, tra due fronti come in questo caso l’Europa e l’America, vengono tutelate tutta una serie di categorie merceologiche di prodotti, di scambi economici e la parte culturale la si trascura. Dopodiché noi ovviamente abbiamo le frontiere a qualsiasi tipo di prodotto straniero ma i nostri film, le nostre canzoni, la nostra produzione culturale non ha questa facilità di veicolazione all’estero anche perché ci sono delle leggi protezionistiche in vari paesi. Ora, siccome la Francia per esempio su questo è molto più attenta a difendere il suo prodotto e altri paesi hanno fatto della cultura una loro bandiera, mi sembrava molto giusto nel momento in cui è partito l’allarme, cioè si è saputo che stavano facendo quest’accordo e naturalmente come sempre la cultura veniva trascurata, l’eccezione culturale veniva messa da parte perché sembrava meno importante, mi è sembrato giusto aderire, poi i dettagli dell’accordo e come in realtà stavano trascurando la cosa penso che all’interno dei Centoautori senz’altro ci sono delle persone che ne sanno più di me.

F. Certo, ma qui ci battiamo anche per questo, è proprio una questione di principio nel senso che la Francia, come giustamente ha visto da subito fra un paese che ha una posizione dominante e un’Unione Europea che non ha le stesse strutture in atto per poter proteggere la nostra cultura non è possibile cedere a questa cosa senza avere delle garanzie, senza almeno indagare meglio il discorso, giusto?

N. Io anni fa mi sono occupato più da vicino di queste problematiche e mi sembra che si è sempre avuto un grande timore di toccare gli interessi americani nell’audiovisivo. Basterebbe un minimo di percentuale che un prodotto straniero distribuito in Italia deve lasciare per un prodotto italiano e sarebbe già un modo per aiutare le industrie del cinema italiano. Oppure una minima percentuale del nostro prodotto che venisse esportato anche sulla base di accordi bilaterali, sarebbe già un aiuto. Noi all’estero dobbiamo andare sempre come degli emigranti con la borsetta con le nostre … una volta, adesso abbiamo i DVD, andiamo sempre come degli individui che devono portare in giro il loro lavoro in maniera autonoma. Allo stesso tempo le persone che vengono qui da noi invece non lasciano sul territorio nessuna quota seppur minima del loro incasso per per esempio produrre opere nuove nel territorio. Questa cosa fin dai tempi del dopoguerra, me lo dicevano sempre quando il tutto si stava inventando si aveva paura di scontentare gli americani, temevano quasi un embargo del prodotto, cosa che non accadrà mai, perché poi gli americani hanno tutto l’interesse a mandare in giro il loro prodotto, però ecco qui a diventare poi un mercato che ancora una volta ha svenduto il 70-80% delle nostre proiezioni a una cinematografia straniera, questo poi si ripercuote su tutto il nostro lavoro, perché la difficoltà che abbiamo in questo momento nella produzione di film italiani deriva proprio da quello, che in un momento di crisi non si riescono a trovare delle risorse sane perché non si può continuare a chiedere allo Stato di dare dei soldi alla cultura e basta, bisogna anche trovare dei modi per trovare questi soldi laddove ci sono.

F. Senta volevo anche allargare il discorso avendo presente che lei ha un rapporto con l’architettura mi sembra piuttosto forte…

N. Diciamo che il mio rapporto è che mi sono laureato in architettura negli anni ’70…

F. Sì, certo un rapporto affettivo. Siccome noi ci siamo occupati proprio del caso, non so se è informato sul Politecnico di Milano, per questo glielo cito, il cui senato accademico dal prossimo anno avrebbe eliminato completamente qualunque corso in lingua italiana, lasciato solo dei corsi in inglese, solo il ricorso del Tar ha bloccato momentaneamente questa cosa che però continua ora in consiglio di stato quindi è una partita ancora non chiusa.

N. Io ci ho fatto un film su questo gran mélo di lingue a cui siamo obbligati, ho fatto Honolulu Baby in cui tutti dovevano parlare inglese anche se non lo sapevano e proprio degli insegnanti della Bocconi nel 2002 mi hanno detto “Ah ma questa è una tematica vecchia perché ormai l’inglese lo sanno tutti, anche noi abbiamo i corsi in inglese alla Bocconi” e dal 2002 sono passati altri 10 anni. Qui a Milano siamo reduci dalla polemica del gelato a mezzanotte, non so se l’avete letta: la giunta del comune ha fatto una delibera per cui non si potevano consumare cibi da asporto dopo la mezzanotte per cui di colpo tutti i gelatai aspettavano questa stagione per vendere i gelati di notte, sono impazziti e hanno fatto la rivoluzione e subito Pisapia ha detto “è stato un equivoco, ci siamo capiti male, non volevamo dire quello” e l’hanno rimangiata nel giro di due giorni. Allora secondo me ogni volta che si fa una cosa si rischia di essere fraintesi o di aver sbagliato, probabilmente chi ha detto che dall’anno prossimo non ci sono più corsi in italiano ha commesso una fesseria. Però bisogna andare a capire quali sono le reali motivazioni di una cosa del genere e probabilmente il giusto starà in un’integrazione in cui chi verrà a studiare in Italia deve trovare anche la cultura italiana perché proprio nell’architettura per esempio non è che noi non abbiamo un passato…

F. è proprio questo il punto, che anche molti studenti stranieri ci rimettono perché il loro venire qui è anche per studiare in inglese, in una lingua internazionale ma anche per avere quel di più che altrimenti potrebbero andare da un’altra parte…

N. Guardi io penso al design della moda, al design industriale che sono cose tipicamente milanesi. Qui a Milano la gente viene da tutto il mondo per studiare la moda, per studiare il design, per studiare l’architettura. Allora è chiaro che se glielo comunichi in lingua inglese, gli vieti di accedere a tutto quello che è la nostra storia specifica. Non c’è dubbio, però ripeto, mi dispiace un po’ che in Italia, negli spot tv, nei talk show, nelle radio veniamo sempre chiamati a pontificare su tutto. Io credo che se in ognuno di questi campi ci fossero delle persone di buon senso che questi ragionamenti li fanno e li applicano con cognizione di causa, perché noi al telefono possiamo fare della filosofia, però poi mandare avanti un’università e gestire una popolazione di studenti che arriva da tutto il mondo è più complessa come cosa, ecco. E allora il buonsenso direbbe questo, speriamo che trovino il modo di farlo senza diventare ridicoli, perché togliere la lingua italiana completamente dall’università è una cosa ridicola come vietare…

F. Di fatto finiamo per ghettizzarci, volendo fare il contrario… Diventa una cosa, appunto, ridicola. Una internazionalizzazione seria passa attraverso, come diceva lei giustamente, tutta un’integrazione che… Poi ecco, e con questo anche concludo, ma appunto parlavamo di accezione culturale. Delle volte, voglio dire, anche la cultura tecnica è cultura, cioè nel senso non dobbiamo dimenticarci che sì, dobbiamo proteggere tutto…

N. Certamente, poi, in un mondo in cui per esempio gli americani sono bravissimi nell’arte del copyright, cioè, non so come dire, in America non è un caso che le grandi ricchezze e le grandi fortune degli ultimi 20 anni li hanno fatti i Google, i Facebook, le Microsoft… Cioè, ragazzi di 16 anni che prima ancora di avere una bella idea sono andati a depositare un brevetto. E sono tutelati da una legislazione che gli riconosce il diritto d’autore su quel brevetto. Da noi questa cosa non è possibile, cioè, adesso non vorrei aprire un discorso sul diritto d’autore, ma ci sono delle sentenze proprio sul design, ne parlavo con l’associazione italiana del design, delle sentenze assolutamente discutibili, sul fatto che non tutelino nessuna idea applicata al mondo del design. Chiunque può copiare qualunque prototipo di lampada, cambia un colore, cambia un materiale, e dice che questa cosa la fa per divulgare in maniera popolare un prodotto che magari ha un costo più esclusivo. Sulla base di questa giustificazione sono passate delle sentenze che magari hanno dato per 10 anni la possibilità di produrre le idee degli altri. Questo è gravissimo, però noi viviamo in una società dove la ruberia dell’idea altrui è all’ordine del giorno, dove la tutela del copyright culturale non è per niente attuata, e però importiamo delle grosse idee, dei grossi meccanismi, che di fatto imbrigliano queste cose e possono fare solo loro. Per cui in futuro ci saranno anche delle banche dati, ci saranno delle cineteche online, tutto, che saranno sempre americane. Perché noi non siamo capaci di mettere un copyright al nostro cinema, per esempio, e farlo diventare un marchio che poi esportiamo in tutto il mondo. E non è vero che non lo esporteremmo, perché noi abbiamo fatto un cinema che è stato apprezzato in tutto il mondo, e come il cinema bene o male nella sua accezione migliore è morto nel 1900, il 1900 rimarrà un secolo con dei capolavori che verranno visti come le opere liriche dagli appassionati di cinema nei secoli futuri. E noi se non riusciamo a mettere un marchio su quello che è italiano, ce lo fregheranno sempre tutti, per cui i nostri film saranno in tutte le library di questo mondo perché tanto noi non abbiamo un nostro copyright di quel tipo lì. Questo è un discorso, per esempio, che forse è prematuro ancora, ma fra 6 mesi o un anno vedrai che c’avranno già fregato.

F. certo, certo… che poi anche per quanto riguarda il brevetto unico, insomma le normative europee, è stato un disastro che più si va avanti più è un disastro, non se ne esce… è proprio una cosa da riformare completamente perché su queste basi appunto non è possibile…

N. Però gli altri, gli altri intesi come americani, sono bravissimi a tutelare il loro prodotto.

F. sì, sì, ma anche il Giappone, che io sappia.

N. Il Giappone, sì, ma vedrai che anche l’India e la Cina ci arriveranno tra poco, perché siamo noi europei che siamo troppo abituati a essere francesi, tedeschi, italiani, austriaci, e prima di metterci d’accordo ci faremo fregar da tutti.

F. Certo, certo. Sì, la Cina per esempio si pensava ai social network e a quello che fa, non passa neanche uno spillo che non sia loro, ormai, e si stanno emancipando anche da Microsoft ormai, basandosi su Linux… Non stanno dietro, non tengono un miliardo e mezzo di persone, quanti sono, incatenati… Insomma si muovono in modo diverso da noi. Siamo noi che non ci muoviamo!

N. Siamo troppo occupati a parlare in televisione, son tutti in televisione che parlano, tutto il tempo che passano a fare i talk show stessero negli uffici a fare quello per cui sono stati eletti sarebbe la cosa migliore.

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