Puntata di Domenica 16 Dicembre

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Puntata di Domenica 16 Dicembre

Nella puntata di Domenica 16 Dicembre, condotta da Giorgio Pagano:
– la settimana politica dell’Era, condotta da Selena Vacca:
– 150 anni del PoliMi: l’ateneo non sarà più italiano, ma Napolitano manda gli auguri al rettore
– per l’Amnistia e il diritto di voto, l’Era alla manifestazione radicale
– contro la legge delega sulle riforme delle forze armate c’era anche l’Era
– brevetto Ue, Italia e Spagna verso la sconfitta, Pagano: rilanciando sulla lingua federale i giovani possono spazzare via oligopoli e classi politiche asservite e corrotte
– solo 900 euro il contributo Regionale per la cultura della Nonviolenza
– Google evasore fiscale, Pagano: occorre lavorare a una completa indipendenza dell’informazione e del digitale d’Europa

– intervista di Giorgio Pagano a Claudio Longhi, ideatore e regista dell’opera teatrale "Il ratto d’Europa"

La trasmissione, per motivi tecnici, è andata in onda domenica 16 dicembre alle ore 21.00.

[mp3]http://www.eraonlus.org/radio/dl_2012.12.16.mp3[/mp3]




1 Commenti

E.R.A.
E.R.A.

[justify]<strong>Trascrizione intervista a Claudio Longhi</strong><br />
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Pagano:<br />
Claudio Longhi sta portando in giro per l'Italia un pezzo teatrale che si intitola “Il ratto d'Europa” e la prima domanda che le faccio è: com'è nato questo pezzo? Che obiettivi si pone? Come sta andando? Che tipo di accoglienza c'è in un momento in cui, per altro, la questione Europa è più all'attenzione generale per problematiche di tipo economico piuttosto che di problematiche di tipo culturale o ideale?<br />
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Claudio Longhi: <br />
Innanzitutto grazie per aver reso possibile questa chiacchierata. Dunque, riguardo al “Ratto d'Europa”, questo progetto è nato all'incirca un anno fa, anzi poco più di un anno fa, era in luglio, non quello che ci siamo lasciati alle spalle ma quello precedente. Faccio questo riferimento cronologico per dare un paesaggio culturale su cui è nato questo progetto. Il paesaggio culturale era il paesaggio culturale in cui lo spread che stava cominciando a schizzare alle stelle e della questione d'Europa che stava cominciando a diventare prepotentemente urgente alla ribalta della cronaca politico-economica. Erano i mesi in cui si cominciava a parlare di commissariamento europeo dell'Italia e quindi il fantasma Europa bussava minaccioso alle nostre porte. La cosa che mi ha colpito molto in quelle settimane era, come dire, la distanza tra l'invasività, la pervasività di questa emergenza Europa, su un fronte, e, dall'altra parte, una sorta di indifferenza, estraneità, lontananza o, nella migliore delle ipotesi, scarsa chiarezza da parte poi delle persone che incontravo per strada, solitamente attingendo a quell'altra parte della mia esperienza professionale che è quella di essere professore universitario. Parlando con i miei studenti mi rendevo conto, per l'appunto, che la persona “X” della strada o lo studente “X” dei miei corsi aveva una scarsissima cognizione di causa rispetto a che cosa fosse l'Europa. L'avvertiva come una presenza, più che come una presenza, come un'assenza o qualche cosa di scarsamente definibile. Il divario fra questi due orizzonti mi ha indotto a pensare che potesse essere interessante lavorare su questo scarto e interrogarsi, effettivamente, sul luogo che l'Europa ha all'interno del nostro immaginario e della nostra cultura. Logicamente ci siamo subito imbattuti nello scarto, che da un certo punto di vista lei stesso stava chiamando in causa, ossia quel progetto politico d'Europa che noi stiamo vivendo oggi sulla nostra pelle è un progetto politico che è nato notoriamente all'indomani del secondo dopoguerra come tentativo di disinnescare la contrapposizione tra blocco capitalistico e sovietico, per intenderci per disinnescare la miccia della guerra fredda, e garantire una sorta di stabilità e di pace, passando attraverso un terreno che era evidentemente economico perché il più antico antenato dell'attuale Unione Europea è la CECA (Comunità Economica del Carbone e dell'Acciaio) e da lì poi il mercato comune etc. Si è stata scelta la via economica per far passare un progetto di natura politica che però è stato evidentemente radicato su quel terreno. Il risultato è che attualmente ci troviamo alla presenza di un'istituzione che manca di un radicamento politico vero e, soprattutto, manca di un radicamento culturale vero. Il fatto che manchi il radicamento culturale, d'altra parte, cozza col fatto che l'Europa culturalmente esiste, perché comunque, come dire, le migliaia di anni che abbiamo alle spalle non sono trascorsi invano. E quindi ci troviamo impegnati dentro questa aporia, dentro questa contraddizione che è difficile da diffamare. <br />
Questo progetto nasce per l'appunto con l'ambizione di sollevare la questione europea, di interrogarci sulla questione europea e di interrogarci su quelle che possono essere le possibili radici della nostra identità europea. Sono delle radici di ordine confessionale, religioso, economico, politico, culturale, linguistico e questi sono i campi che noi andiamo ad affrontare con questo spettacolo.<br />
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Pagano:<br />
La modernità da un punto di vista artistico-culturale, ma diciamo la modernità in genere, nasce in Europa ai primi del '900 e sostanzialmente con le avanguardie storiche. La Parigi degli anni '20 è impensabile senza la Mosca degli anni '20, quindi senza i Majakovskij, i Malevich ecc, ecc. In realtà, con la fine della seconda guerra mondiale, l'Europa viene spaccata nettamente in due e oggi, di fatto, il ventricolo sinistro e quello destro di questo cuore che pompava sangue in tutta Europa rinnovandosi, ovviamente producendo rivoluzioni a tutto tondo, da un punto di vista visivo, sonoro ecc ecc, una cosa che conosciamo bene, viene interrotto. È come se avessimo un'Europa senza un cuore di nuovo unito e che, sostanzialmente, è obbligata quasi a ragionare in modo diverso. <br />
Pochi pensano all'entità del popolo europeo, cioè oggi 27 Paesi membri sono mezzo miliardo di persone, e nessuno mai ha proposto un'unione europea, nessuno si è ben guardato dal proporre qualcosa che sicuramente sarebbe negli interessi del popolo europeo centro-occidentale come ovviamente la Russia, non solo perché in ogni caso comunque condividono, a proposito dell'accenno che faceva, la dimensione religiosa, cioè una cristianità, anche se ovviamente sono ortodossi, ma, chiaramente, ci sono tutta una serie di problematiche che riguardano proprio il carattere geopolitico, cioè è evidente che se esistesse un'associazione politica della Russia-Unione Europea di fatto avremmo, forse, la più grande potenza del mondo in assoluto. Però, mi pare che tutto questo, in questo scenario, forse la cultura avrebbe da dire qualche cosa, no?<br />
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Claudio Longhi:<br />
Ci troviamo esattamente nella situazione che lei ha descritto, di un cuore con due ventricoli che funzionano separatamente l'uno dall'altro. Forse i ventricoli sono anche più di due, nel senso che c'è un'esplosione della economia culturale che vive di schegge separate e questo è un dato incontrovertibile. D'altra parte, un altro dato non meno incontrovertibile è che si ragiona in una prospettiva storica, un fil rouge identitario esiste. Se ragiono banalmente in termini linguistici è chiaro che questo non riassume l'identità europea, pensiamo a una coiné delle lingue romanze all'interno dell'identità europea; ecco che cosa c'è di più tenace di un'identità linguistica. Intendo dire che, sostanzialmente, è dall'età del bronzo che le popolazioni che insistono sul territorio europeo hanno stretto dei rapporti tra di loro, prima ancora del mondo greco, perché è con l'età del bronzo che la necessità di mettere insieme lo stagno e il rame determina la fuoriuscita dalle comunità autocentrate, come sono quelle dell'età del ferro, chiama in causa la necessità di stabilire rapporti su scala europea per l'appunto.<br />
Questi migliaia di anni di storia non sono passati invano, hanno lasciato un'impronta profondissima. Attualmente noi ci troviamo tra delle culture codificate che funzionano come culture tra loro irrelate, aggiogate al carro dell'economia sostanzialmente come locomotiva trainante ma che in realtà non riesce a trainare se non c'è un impulso di altra natura, e dall'altra parte dei presupposti che di fatto è difficile negare e contestare di cui però c'è una scarsa consapevolezza. Innegabilmente poi, tutto questo, questo orizzonte di contraddizione di cui stavo parlando, si impania ulteriormente in un successivo problema che è quello della democratizzazione della cultura, che lei sta ponendo, ossia della necessità di ragionare su una scala di democratizzazione che insista su mezzo miliardo di persone. Ed è a questo che dobbiamo puntare e in questa direzione dobbiamo progettare.<br />
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Pagano:<br />
In riferimento proprio alla questione di un'antica coiné soggiacente alla dimensione culturale europea, in realtà tutto questo rischia di saltare proprio in Italia. Il riferimento è al Politecnico di Milano che ha deciso che dal 2014 non farà più le lauree in lingua italiana, per cui se c'è un processo di internazionalizzazione operato dai popoli di lingua inglese sulla loro lingua è totalmente assente un processo di internazionalizzazione in e della lingua italiana.<br />
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Claudio Longhi:<br />
Dal mio punto di vista la lingua e le lingue sono delle possibilità e degli strumenti di pensiero, sono dei punti di vista sul mondo. La lingua non è uno strumento asettico, la lingua è generatrice di pensiero. Ogni volta che muore una parola, muore un tempo verbale muore una lingua e muore una possibilità di pensare. Le nostre lingue non hanno più l'ottativo, le nostre lingue non hanno più l'aoristo. La mancanza dell'ottativo e dell'aoristo determina la preclusione di una possibilità di pensiero e di una possibilità di articolazione del tempo. Personalmente, la crisi del congiuntivo non è un fatto di purismo cruscante ma è la perdita della modalità della congettura.<br />
Quindi tutto quello che va verso il depauperamento linguistico, dal mio punto di vista, è assolutamente agghiacciante. Anche qui abbiamo una splendida parabola che ci è stata regalata dalla letteratura europea “1984” di Orwell, con lo spettro della nuova lingua che funziona per espunzione progressiva di vocaboli, per autoannientamento. È una prospettiva sicuramente terrificante. Dall'altra parte, non lo faccio per cancellare quello che ho appena detto ma in virtù di un sano esercizio di dialettica bressiana, non possiamo non prendere atto del fatto che viviamo nella storia e che la storia innesca ideologicamente dei processi di nascita, crescita, evoluzione e fisiologicamente anche di morte. Ci siamo lasciati alle spalle dei patrimoni linguistici enormi come il greco antico e il latino che si sono chiusi per sempre e che continuiamo a frequentare come lingue morte. Credo che sia illusorio uscire dalla storia e cancellare fenomeni di questo genere. Dati questi due alternativi, il problema è come vivere sensatamente all'interno di questa dialettica. Allora, il rischio che c'è dietro la porta è che il rischio che, a mio giudizio, va rigurgito come la morte è quello dell'omologazione. Fondare un'identità culturale non significa di necessità omologare, non significa passare sotto il ferro da stiro, cancellare qualsiasi forma di specificità, anche perché credo che l'identità europea sia per l'appunto un'identità patchwork, cioè la ricchezza dell'Europa , quella che ha determinato la vivacità e la vitalità dell'Europa anche nei secoli che ci siamo lasciati alle spalle, è il dialogo che noi ci auguriamo sia proficuo e non uno scontro come a volte è stato tra culture.<br />
Coltivare un progetto di identità europea, di cultura europea senza poter dialogare con le identità di cui l'identità europea è tessuta. Tutto questo problema, in prima battuta, è un problema del tutto linguistico perché le identità che si prestano all'identità europea sono tramate di questioni di ordine linguistico.<br />
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Pagano:<br />
L'area radicale, il Partito Radicale, già da diverso tempo propone un'uscita, da un punto di vista linguistico, in chiave federale e sposare un po' le tesi dell'unica lingua viva costruita, che ha avuto vita con queste prerogative, che è l'esperanto. Su questo fronte è evidente che apre scenari culturali, cinematografici, musicali notevoli, nel senso che si riprende il cammino proprio là dove le avanguardie storiche lo avevano interrotto, nel senso che avevamo un'avanguardia molto avanti con una società, in questo senso, rimanendo nella metafora come un esercito terribilmente indietro. Se pensiamo alle parole di libertà di Marinetti o alcune cose musicali sempre di quell'ambito, ci troviamo di fronte a qualcosa di terribile. In questo caso, invece, ci troviamo di fronte a una dimensione opposta, nel senso che proprio la cultura riesce a fare una riflessione, fino ad adesso anche di questo abbiamo parlato parlando del “Ratto d'Europa”, però quello che non riesce a fare è costruire una dimensione per cui l'avanguardia si faccia esercito e quindi riesca, appunto, a portarsi dietro e a guidare, da questo punto di vista, mezzo miliardo di persone orfani di una comunione culturale dove ciascuno possa portare il proprio bagaglio linguistico e culturale senza necessariamente e fortunatamente dover annientare il proprio e, da questo punto di vista, aprendo ovviamente a tutta una serie di opportunità, in quanto è una lingua che quasi tutti apprendono in modo autodidatta, non c'è necessità di avere docenti madrelingua ecc. Probabilmente, non a caso, anche lo stesso Pannella ne parla come lingua della razza umana. Un'ipotesi di questo genere non potrebbe essere, come dire, quasi la rivincita della cultura nei confronti dell'economia, portandosi dietro anche la salvaguardia di lingue come l'italiano, lo spagnolo. Ecco questa era un po' la domanda che volevo farle come chiusura. <br />
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Claudio Longhi:<br />
Sicuramente la prospettiva che lei sta aprendo è una prospettiva stranamente stimolante e anche molto sottoscrivibile. Da questo punto di vista io sono convinto di una cosa: stiamo patendo in questi anni, in questi mesi una crisi incredibile che incide la nostra carne letteralmente. Credo che questa crisi terribile che stiamo patendo può avere una sorta di, non posso neanche dire giustificazione perché sarebbe davvero insensato parlare in questi termini, ma la possiamo affrontare positivamente soltanto rendendoci conto che può essere una straordinaria occasione di rivincita della cultura. In questo momento la cultura è probabilmente uno dei fronti che subisce più fortemente il peso della crisi, patisce più fortemente le strettoie, i soffocamenti è praticamente messa in ginocchio. La cultura è praticamente messa in ginocchio. Conosco bene due fronti, il fronte teatrale e il fronte universitario, e so di cosa stiamo parlando.<br />
Credo anche che, in questo momento, l'unico modo per uscire dal corridoio in cui ci siamo ficcati sia anche quello di provare la rivincita culturale per l'appunto, perché non credo che il problema possa essere risolto puramente sulla base di una mera ricetta di ordine economico. La ricetta economica che risolverà la crisi non può che essere dettata da una ricetta culturale più ampia, dentro la quale entra anche l'ingrediente economico, e questa è una grande occasione, una grande possibilità di rilancio. È una sfida che noi tutti, ognuno nel nostro piccolo, deve accettare e ci si deve rimboccare le maniche in questa situazione.<br />
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Pagano:<br />
Diciamo le prossime tappe delle città che toccherà questo pezzo di teatro quali saranno.<br />
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Claudio Longhi:<br />
Il ratto d'Europa in questo momento si sta sviluppando in due città parallelamente, che sono Modena e Roma. A Modena abbiamo dato via alle attività in ottobre e questo ha portato alla creazione di laboratori, di gruppi di scrittura, di gruppi di riflessione che porteranno alla presentazione dello spettacolo a maggio. Il 9 maggio per la festa dell'Europa debutterà lo spettacolo a Modena. A Roma abbiamo avviato il percorso questa settimana; percorso si snoderà lungo tutto l'arco di questa stagione e lo spettacolo debutterà dopo l'estate, la prossima stagione.[/justify]

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