Puntata di Domenica 13 Gennaio

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Nella puntata di Domenica 13 Gennaio, condotta da Giorgio Pagano:

– continua lo sciopero della fame e della sete dei dirigenti e dei militanti del Partito Radicale, compreso il Segretario dell’Era, Giorgio Pagano, rivolto ai rappresentanti delle massime istituzioni italiane e ai mezzi di informazione affinché sia garantito agli italiani il diritto costituzionale alla conoscenza fin qui negata sui temi connessi alla giustizia e alla carceri;
– la Settimana politica dell’Era, condotta da Selena Vacca
Anno Europeo dei cittadini, Pagano: Sì, ma solo se inglesi francesi o tedeschi!
referendum inglese per l’Europa, Pagano: Gli USA avvertono la Gran Bretagna preoccupati per gli esiti sulla colonizzazione
anche il Segretario dell’ERA Giorgio Pagano in sciopero totale di fame e sete
voto all’estero, Pagano: Basta con l’illegalità! Si punti sulla lingua italiana per la promozione civile ed economica e sull’Esperanto per la cittadinanza continentale
Cina, Pagano: La Grande Muraglia ferma Google, la democrazia s’arrende al mercato cinese
USA/UK/UE, Pagano (Era): Se gli USA non convincono il Regno Unito perderanno lo strumento fondamentale della loro ingerenza in Europa
Giorgio Pagano al secondo giorno di sciopero della fame e della sete: emblematico il totale silenzio stampa

– proseguono le interviste alle Case editrici che al Politecnico di Milano vedono sostituire i loro testi con quelli in inglese, dato che l’Ateneo dal 2014 proporrà solo lauree Magistrali in quella lingua; intervista di Giorgio Pagano a Gianluca Mori della Casa editrice Carocci.

[mp3]http://www.eraonlus.org/radio/dl_2013.01.13.mp3[/mp3]




1 Commenti

E.R.A.
E.R.A.

[justify]<strong>Intervista di Giorgio Pagano a Gianluca Mori</strong><br />
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P. Abbiamo ai microfoni di Radio Radicale il Direttore Editoriale della Carocci Editore, Gianluca Mori, con il quale continuiamo in questa inchiesta relativamente al Politecnico di Milano, il quale ha deciso che dal 2014 non insegnerà più in lingua italiana. Stiamo valutando, quindi, la questione danni, che evidentemente non asseriscono solo alla cultura italiana. Da questo punto di vista non produrremo più cultura in lingua italiana, nella fattispecie scientifica, ma esclusivamente in lingua inglese. Non credo, Mori, che siate stati in qualche modo partecipi di questa scelta del Politecnico. Ricordiamo, anche per gli ascoltatori, che si tratta di cifre non di poco conto, nel senso che tutto l’ambiente studentesco fa capo a circa 35.000/40.000 persone per quanto riguarda tutto l’arco scolastico. Anche solo un libro che una casa editrice doveva vendere in quel del Politecnico, costituisce una perdita economica di non poco conto. Ecco, da questo punto di vista, volevo un po’ le sue impressioni e capire che cosa possiamo fare per evitare questa situazione, anche perché sappiamo, per altro, che circa 100 docenti anno deciso di ricorrere al Tar contro questa decisione, dato che, tra l’altro, c’è già un articolo 2 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che logicamente vieta la discriminazione linguistica, il paradosso è che avviene in Italia da parte di italiani, insomma.<br />
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M. Questo è un aspetto indubbiamente paradossale. Non so si possa fare per far sì che queste decisioni vengano in qualche modo... si modifichino. C’è da fare poco da un punto di vista istituzionale, è l’opinione pubblica che dovrebbe avere il suo peso. Naturalmente sono decisioni che, diciamo, non condividiamo, dal momento che sono abbastanza dissennate, nel senso che la necessità di una conoscenza approfondita in lingua inglese non può andare a detrimento della lingua italiana. Diciamo una conoscenza anche specialistica.<br />
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P. Certo, paradossalmente non avremo più ingegneri, ad esempio, o disegnatori italiani.<br />
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M. Se ci si misura, diciamo, con gli ambiti disciplinari che sono costitutivi di una formazione, diciamo, “politecnica”, il fatto che ci siano lingue veicolari con come lingua dominante la lingua inglese, non significa che si debba perdere la propria terminologia specialistica in quei settori. Sono, come dire, teorie abbastanza dissennate, presumibilmente mosse dall’esigenza… Ci sono molte, secondo me, istanze che portano a queste decisioni che non sono mai necessariamente compatibili fra di loro. Non si capisce mai di che cosa si parla, il problema è raggiungere, far sì che ci siano studenti stranieri? Creare una didattica accattivante per gli studenti stranieri? Questo è il punto.<br />
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P. Anche quella, però, non si capisce perché non si potrebbe fare in italiano. Questa è una specificità, cioè lei mi insegna che in un mercato, dal momento in cui tutti la fanno in inglese, dal momento in cui c’è una specificità, da questo punto di vista valorizza, no?<br />
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M. Del resto quando noi vediamo gli studenti italiani che vanno in Germania, nel senso, se c’è un dottorato in Germania non necessariamente lo si fa in inglese, ma nella lingua della nazione presso cui si va. E poi questo dipende moltissimo dagli ambiti disciplinari, insomma, ecco. In teoria, per altro, da un punto di vista dell’industria editoriale è evidente che vengono meno quote, come si dice, di mercato, più o meno rilevanti a seconda delle caratteristiche editoriali. Non si può pensare di pubblicare avendo un mercato non globale, quindi, non è che semplicemente si fa la pubblicazione, a questo punto, di libri in inglese per un mercato, diciamo, molto contenuto. Ha senso pubblicare libri in lingua inglese se si raggiunge un mercato, diciamo, globale, ma raggiungere un mercato globale significa avere reti di promozione, di distribuzione. E’ un orizzonte completamente diverso.<br />
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P. Ma voi avete ipotizzato di fare, ad esempio, la lista della spesa dei mancati introiti che questo produrrà alla Carocci?<br />
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M. Devo dire che in occasione della sollecitazione di questa intervista, ho visto un po’ quali sono i libri adottati. Essendo la Carocci un editore votato, diciamo, all’area delle scienze sociali ed umane, nell’area più propriamente detta, non ha moltissimi libri. Comunque ci sono dei libri adottati, ma noi non abbiamo fatto una quantificazione precisa, però, naturalmente questo non potrà non avere delle conseguenze. Io ho visto un po’ delle posizioni molto equilibrate che sono state prese, evidentemente per consuetudine nei confronti di questi problemi, di Tullio De Mauro. Penso che non so se rimarrà ferma questa decisione, insomma. C’è un aspetto un po’ demagogico.<br />
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P. No, ma in realtà ci si presta ad un’operazione che non è accaduta nemmeno nella Francia di Vichy occupata dai Nazisti, nel senso che addirittura sotto occupazione nazista nessuna università francese ha adottao il tedesco, mentre qui invece si passa ad una lingua straniera senza contare, tra l’altro, che in uno scenario mondiale possono essere diverse le lingue straniere che possono interessare da un punto di vista occupazionale.<br />
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M. E’ una scelta abbastanza dissennata, perché, soprattutto, per quello che ho visto, non è chiara qual è la motivazione fondamentale: conoscere la lingua inglese non significa fare corsi di matematica in inglese. Evidentemente, qual è il punto fondamentale? Che poi si confonde, diciamo, una questione di fatto, la necessità, cioè, che si conosca in modo adeguato una lingua straniera, che non è un fatto, non è un valore, non è che come tale questo costituisce un accrescimento, almeno da un punto di vista delle competenze.<br />
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P. No, anzi. Probabilmente va in senso deteriore rispetto ad esempio agli architetti o agli ingegneri inglesi che, ovviamente, non studiano nessun’altra lingua straniera, perché l’inglese è la loro lingua madre, mentre i nostri sono obbligati a studiarne un’altra, avvantaggiando, in tal senso, i lingua madre inglesi. Esattamente l’opposto, no?<br />
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M. Non c’è dubbio. Questo dipende dagli ambiti disciplinari. Ci sono dei contesti disciplinari in cui l’inglese costituisce, diciamo, la lingua fondamentale. Questo non significa allora… Si tratta di accompagnare fin dai primi corsi propedeutici la conoscenza della terminologia tecnica, che è una terminologia internazionale, in lingua inglese per quanto riguarda, ad esempio, il settore scientifico ecc. Insomma, non significa che non si debbano mantenere i target anche di terminologie più specifiche. Il punto fondamentale è che poi gli insegnanti, nei corsi impartiti in lingua inglese, che inglese verrà… Se lo mettessimo solo sul piano dell’acquisizione sempre più accurata di una lingua, sarebbe un corso sullo stampo di un inglese non dico arronzato, ma… C’è un impoverimento complessivo anche rispetto alla lingua inglese, perché inevitabilmente ci saranno degli orecchianti, sì perché non penso che tutti gli insegnanti si mettano…<br />
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P. Tra l’altro segna anche un passaggio drammatico per l’occupazione nel paese perché, naturalmente, se l’obiettivo è insegnare sempre meglio in lingua inglese e non insegnare le materie in sé e per sé, l’architettura, ad esempio, l’obiettivo non è chi insegna meglio, ma chi insegna meglio architettura in lingua inglese. Da questo punto di vista si passerà all’assunzione sempre maggiore di docenti madre lingua inglesi, questo, però, significa ovviamente l’assunzione di meno docenti di lingua italiana. Ovviamente non potranno licenziare quelli già presi, ma quelli che si prenderanno, man mano, saranno sempre più madre lingua inglesi.<br />
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M. Per altro, poi, in una situazione in cui le università sono, adesso al di là della specifica situazione economico-amministrativa del Politecnico, in una situazione di decremento drammatico di risorse, queste possibilità di differire fondi mi sembra diciamo… Non so quanto poi…<br />
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P. Comunque le dico la cifra stanziata: sono quasi 3 milioni e mezzo di euro stanziati per la colonizzazione linguistica inglese.<br />
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M. Ah… ecco. Diciamo una cifra…<br />
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P. Stiamo parlando di quasi 7 miliardi di vecchie lire…<br />
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M. Adesso non so che piano di rientro venga presentato, per quanto riguarda le iscrizioni di studenti stranieri. Probabilmente diciamo… la produttività…<br />
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P. Anche se è vero che gli stranieri che vogliono apprendere queste materie in lingua inglese vanno ovviamente in un paese inglese.<br />
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M. Presumibilmente.<br />
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P. Oppure dovrei avere dei prezzi talmente bassi… il che significa, ovviamente, pagare meno gli insegnanti, per essere appetibile. Andare in una facoltà di architettura a Cambridge potrebbe costarmi meno che andare a Milano.<br />
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M. Abbassando, quindi, la qualità dell’offerta.<br />
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P. Abbasserai la qualità dell’offerta, è inevitabile, perché pagherai i docenti di meno. Da questo punto di vista c’è un fatto preoccupante, comunque, che non stiamo parlando di un’università privata, stiamo parlando di un’università pubblica, dato che il Politecnico è un’università statale. E lì, da questo punto di vista, c’è anche un problema credo, come dire, di unità della nazione, se una facoltà o un’università non insegnano più in italiano, non si capisce per quale motivo queste devono godere di fondi statali italiani, cioè di italiani che pagano le tasse per mantenere…<br />
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M. Ma mi sembra dissennato. Vedo che regna molta confusione, non so quello che vedremo. Come per molte cose che riguardano il mondo accademico, potrebbe rivelarsi tutto una bolla di sapone. Non sono convintissimo, diciamo, che vada a buon fine. Al di là del fatto, diciamo, dello scatenarsi di furori ideologici variamente connotati. Potrebbe rimanere tutto un nulla di fatto, ecco, non lo escluderei.<br />
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P. Quello non lo escluderei, a meno che il Tar non si qualifichi rispetto alle decisioni prese, nel senso che i docenti hanno dovuto addirittura fare ricorso al Tar, 22 persone del Senato accademico, perché la stragrande maggioranza ha deciso per la colonizzazione linguistica inglese. Siamo convinti che bisogna fare l’internazionalizzazione della e nella lingua italiana. Stiamo organizzando un convegno a Roma, l’8 febbraio, non so se già glielo abbiamo accennato attraverso una mail.<br />
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M. No, ne vengo a conoscenza adesso.<br />
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P. Ecco, stiamo intervistando tutte le case editrici, finora abbiamo intervistato Martina Mazzotta, ad esempio, Moro della casa editrice Ambiente, se non ricordo male. Stiamo continuando, siete circa una ventina, tra l’altro alcune case editrici sono abbastanza...<br />
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M. Magari, allora, lascio l’indirizzo di posta elettronica se non ce lo siamo già scambiato e verrò con piacere.<br />
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P. Bene, la ringrazio tanto e alla prossima.<br />
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M. Buon lavoro.[/justify]

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