Proteste in Tibet: altre due autoimmolazioni

Proteste in Tibet: altre due autoimmolazioni
Lunedì 25 Marzo 2013, in Cronaca estera
di Alessandro Pignatelli

Ieri una donna di 30 anni, madre di quattro figli; oggi un uomo di 43. Pechino continua con il pugno di ferro.

Due nuove autoimmolazioni in Tibet in meno di 24 ore. Dopo il suicidio di una mamma, un 43enne si è tolto la vita dandosi fuoco per chiedere alla Cina libertà religiosa e il ritorno del Dalai Lama a Lhasa. Si tratta del 111esimo suicidio in totale che però non pare scuotere il governo di Pechino che prosegue con il pugno di ferro.

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Ieri a togliersi la vita era stata la 30enne Kal Kyi, madre di quattro figli. Si è uccisa nei pressi del monastero di Jonang. Il corpo della donna è stato subito portato dentro al monastero per evitare che venisse preso dalla polizia.

Le autorità regionali, per evitare proteste, tendono a portare via i corpi e a negare loro la sepoltura. La 30enne si sarebbe uccisa per "sottolineare la violenta politica cinese nel territorio". Nonostante gli appelli delle autorità civili e religiose, che hanno chiesto alla Cina di aprire un tavolo di negoziazione, da Pechino sono arrivati sempre nuovi regolamenti che "minacciano l'arresto per chi si autoimmola e per chi incita gli altri a farlo".

Dal febbraio del 2009 a oggi, Kal Kyi è la nona donna che si autoimmola per la causa. Dei 111 casi avvenuti finora, 91 si sono conclusi con la morte immediata, non si conosce la sorte dei 20 che sarebbero sopravvisuti alla fiamme

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