Promozione e difesa identità linguistica nazionale: i radicali scrivono a Ciampi

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Fax

urgente per

Il Presidente della Repubblica

Carlo Azeglio Ciampi

Roma,

06/03/2002

Illustre

Presidente!

Giovedì prossimo Lei sarà a Firenze ad inaugurare la prima

grande mostra sulla storia della lingua italiana “Dove il sì

suona”.

Al Senato continua il suo iter il provvedimento 993 sulla istituzione

del “Consiglio Superiore della Lingua Italiana”.

Sono, queste, iniziative importanti nel tentativo di promuovere e salvaguardare

il prestigio e la vita della nostra lingua.

Chi come noi, da sempre, attenti e pronti nella difesa della vita e delle

culture minoritarie ancora più apprezza e sostiene iniziative volte

alla salvaguardia della vita linguistica e culturale di intere nazioni

sempre più a rischio “dialettizzazione” (anticamera

della scomparsa) in un processo di globalizzazione per nulla politicamente

governato e che prevede, se non ci saranno interventi correttivi forti,

la scomparsa del 90% del patrimonio linguistico del pianeta entro questo

secolo.

Ogni settimana circa un paio di lingue scompaiono dalla faccia del pianeta

e la gravità del fenomeno è arrivata ad allarmare persino

il pachidermico UNESCO che, nell’ultima Conferenza Generale, ha

messo in guardia, nella sua Risoluzione sul plurilinguismo nell’educazione,

rispetto al «pericolo che oggi minaccia la diversità linguistica

a causa della mondializzazione della comunicazione e delle tendenze ad

usare una lingua unica, con i rischi di emarginazione delle altre grandi

lingue del mondo e addirittura di estinzione delle altre lingue di minore

diffusione, a cominciare dalle lingue regionali».

Se l’UNESCO parla alludendo, proprio i giornali anglosassoni, invece,

ci avvertono da chi dobbiamo maaggiormente guardarci circa i pericoli

di estinzione che stanno correndo le nostre lingue.

La più prestigiosa testata economica del mondo, l’Economist

arriva a titolare un lungo articolo di qualche mese fa “Il trionfo

dell’inglese. Un impero mondiale con altri mezzi” e, ancora

più schietta e brutale, è stata la denuncia de The Independent

del 20 marzo scorso giunto a parlare di inglese «linguicida»,

non solo, partendo dagli antichi trascorsi colonizzatori del Regno Unito,

il quotidiano inglese è stato ancora più pesante nella denuncia

arrivando a chiedersi retoricamente:«non è un genere ancor

più sinistro del colonialismo che noi praticavamo cento anni fa?

Non troppo tempo fa noi prendevamo le loro materie prime. Ora noi invadiamo

le loro menti, cambiando lo strumento primario col quale essi pensano:

la “loro” lingua».

Di fronte a simile scenario, agli interessi colossali che si muovono dietro

la lingua/potenza egemone per eccellenza, al loro movimento inesorabile,

ci si deve render conto di come, iniziative promozionali come quella di

Firenze o quella di una futuro “Consiglio Superiore della Lingua

Italiana”, siano certamente importanti ed utili ma assolutamente

inefficaci. Per bene comprenderlo basta rammentare quello che è

successo in Francia anche dopo la legge Toubon e l’ulteriore stretta

contro gli anglicismi persino nelle insegne degli esercizi commerciali…

il francese ovunque e comunque continua a battere in ritirata.

Dell’assoluta parzialità di tali interventi si rende conto

persino il Presidente della Crusca che, intervistato proprio da La Nazione

il 6 febbraio, arriva ad ipotizzare per l’italiano “due o

tre generazioni” prima del cambio alla “casa anglofona”.

Noi riteniamo invece possibile arrestare il depauperamento delle risorse

linguistiche e culturali del pianeta non continuando a giocare “in

difesa” bensì “all’attacco”. Adottando,

come metodo di lotta alla morte precoce delle lingue, il metodo della

lotta biologica”. Un metodo che con successo

viene sempre più adottato nel mondo dell’agricoltura per

la sua particolare ecocompatibilità.Per comprendere quale soluzione

“biologica” controbattere, necessita separare i concetti che

sovrintendono alla comunicazione transnazionale dalle esigenze culturali

dell’apprendimento di una lingua straniera secondo non la necessità,

bensì il piacere e la voglia di apprenderla.

    1. Dietro il concetto di lingua internazionale deve esserci l’idea

      di una lingua che serve a tutelare tutti nella comunicazione

      transnazionale senza discriminazione alcuna. Per tutti intendiamo davvero

      tutti: una lingua semplice che possa essere appresa pienamente nell’arco

      della scuola dell’obbligo ma, anche, da chi la scuola dell’obbligo

      l’ha finita da tempo, da chi si trova anche in piena terza o quarta

      età, una sorta di lingua pubblica (così

      come c’è una scuola o una sanità pubblica… nel

      senso di tutti), di lingua di comunicazione sociale

      che, appunto, in quanto pubblica e sociale non appartiene ad alcun sistema

      linguistico “privato” (nel senso di etnico, nel senso quindi

      di francese, inglese, giapponese…) né privilegia un ceto

      più ricco piuttosto che un popolo più potente.

    1. Il concetto di lingua straniera deve tornare ad essere quello sano ed

      umanistico di studio per la conoscenza di culture e popoli: non – com’è

      oggi – devo studiare l’inglese per trovare lavoro

      ma, ad esempio, voglio studiare l’arabo perché

      mi incuriosisce questa cultura così diversa dalla mia.

      Dobbiamo puntare a liberare il mercato delle lingue dal monopolio anglofono

      (a quando un antitrust per le lingue?).

Queste

linee concettuali e operative ci portano, inequivocabilmente, alla necessità

improrogabile di mettere in campo la Lingua Internazionale o, come è

stata soprannominata del suo creatore (Dott. Esperanto), l’esperanto.

Molti rispetto a tale fenomeno linguistico hanno un’opinione negativa.

Non sappiamo come se la siano formata. Per esperienza però sappiamo

che non appena si cercano di approfondire le conoscenze sulle quali essi

l’hanno basata si scopre di solito che in realtà non ne sanno

nulla o che le loro informazioni sono di una tale genericità da

essere in sostanza inconsistenti se non ridicole.

Ad ogni modo non c’interessa in questa lettera affrontare quest’argomento

quanto, piuttosto, spiegare, seppure sinteticamente, perché la

Lingua Internazionale può dispiegare tutto il suo potere salvifico

in questa che chiamiamo “lotta biologica alla distruzione precoce

delle lingue”:

    • Il

      primo, la sua semplicità e quindi facilità d’apprendimento.

      Il rapporto con l’inglese è di 1 a 20, ossia, se gli esperti

      indicano in 10.000 ore il tempo medio d’apprendimento dell’inglese

      per l’Internazionale ce ne vuole 500 per conoscerlo da super esperti.

      Questo ne consente un pieno apprendimento nella scuola dell’obbligo

      (ma anche in età adulta e postscolare) liberando così

      un’enormità di tempo per lo studio libero e liberato delle

      lingue straniere.

    • Il secondo, il fatto di non essere lingua materna di alcuna etnia (in

      tal senso frutto di artificio o di fatto ad arte!). Questa peculiarità

      consente la messa al sicuro di tutte le lingue – nazionali e minori

      – da qualsiasi colonialismo linguistico-culturale e/o glottofagia.

      Come dire non si è nel mondo in un incontro/scontro tra popoli

      più potenti o più poveri bensì ci si ritrova tutti

      in una sorta di “organizzazione mondiale della democrazia linguistica”.

Questa

riteniamo sia politicamente la via da seguire se vogliamo salvare l’ecosistema

linguistico-culturale terrestre. Noi speriamo, dal profondo delle nostre

ragioni, che Lei nell’occasione prossima di Firenze ne tenga conto

e ne faccia cenno nel suo discorso d’inaugurazione, certamente ascoltatissimo.

Ci sono poi ulteriori ragioni per le quali proprio l’Italia, quale

erede storica di duemila anni di civiltà occidentale, ha l’obbligo

morale di promuove e sostenere tutte le iniziative volte al perseguimento

dell’obiettivo “democrazia linguistica internazionale”.

La prima d’esse è certamente legata alla Pace e alla questione

della guerra in Irak. Su questo solo una domanda di riflessione: il tentativo

di porre il tutto in termini di civiltà religiose (scontro cristianità/mondo

musulmano) non è dovuto al fatto che da troppi decenni il mondo

laico non è più stato in grado di pensare, porre in essere,

incarnare nuove conquiste democratiche che portassero l’umanità

verso nuovi traguardi universalistici e civili?

La seconda ci riguarda anche come Paese fondatore dell’Unione europea:

quanto ci costa la (non) comunicazione in Europa? Noi con il Premio Nobel

per l’Economia, il tedesco Reinhard Selten, abbiamo prodotto un

interessantissimo studio che saremo onorati di donarLe in occasione dell’incontro

che, per quanto breve, speriamo vorrà concedere ad una nostra piccola

delegazione prima dell’occasione di Firenze.

Quanto ci costerà dopo che saremo a 21 lingue? Quant’è

giusto che i ragazzi di tutta l’Unione siano obbligati a studiare

due lingue straniere mentre i ragazzi del Regno Unito nemmeno una come

oggi fanno? Quando mai potrà partire una “locomotiva Europa”

che, pur avendo un’euromoneta, non ha una “eurolingua”

che consenta al mezzo miliardo di giovani e anziani eurocittadini di muoversi

come pesci nell’ “acquis” comunitario? Speriamo, grazie

anche a questi ultimi spunti interrogativi, Signor Presidente, d’averLe

partecipato sufficientemente le ragioni dell’urgenza dell’incontro

che chiediamo e di quanto battersi per la scelta democratica contro quella

egemonica sia oggi importante per dare al mondo una via d’uscita

alla guerra, delle lingue.

Con l’occasione voglia gradire i nostri più Distinti saluti,

Giorgio Pagano

Senatore del Partito radicale

Responsabile Campagna “Diritto alla lingua & alla Lingua

Internazionale

Segretario associazione radicale “Esperanto”

 

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