Problema linguistico a Lampedusa

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NELL’AVAMPOSTO DELL’IMMIGRAZIONE DOVE (QUASI) NESSUNO PARLA l’ARABO

di Felice Cavallaro

Fra le pieghe del caso Lampedusa, con l’assalto degli immigrati che hanno trasformato questo scoglio del Mediterraneo nella «porta d’Europa», emerge un buco nero del sistema Italia. Perché, dopo tanti anni di forzata esperienza sul fronte dell’emigrazione, si scopre che in un avamposto a rischio come Lampedusa dove tutti temono che sui barconi della speranza si possano intrufolare malviventi e terroristi, i reparti schierati dalle forze di polizia, funzionari, ufficiali e militari chiamati a controllare questa massa di nordafricani, risultano privi della prima arma necessaria, la lingua.
Non a caso l’altro giorno, quando da un barcone è sbucata fuori una tedesca in fuga dal marito con la sua bimba, una insegnante di Dutsseldorf, per interrogarla sono passate venti ore. E dire che in questo caso la gamma era vasta, parlando la mamma fluentemente anche francese e inglese, la piccola pure l’arabo. Ma dall’altra parte la polizia incaricata della verbalizzazione, fra uno sbarco e l’altro, doveva attendere che si liberasse una volontaria dell’Oim (l’organizzazione internazionale per le migrazioni) per la traduzione.
Un inciampo tutto sommato superabile in questo caso, trattandosi solo, a quanto pare, di una lite familiare. Cosa ben diversa se pensiamo al rischio terrorismo.
Come forse ha fatto l’Arma dei carabinieri inviando nell’isola un giovane capitano, Federico Palmieri, l’unico in divisa che qui parla arabo. Ma solo perché lo studia privatamente. Cinque anni di vacanze e licenze tutte passate a studiare fra Egitto e Israele. Adesso è una risorsa. Ma lo Stato italiano avrebbe dovuto pensarci prima e allevare almeno un po’ di giovani volenterosi pronti ad assimilare la lingua degli stranieri che sbarcano. Sarebbe stata una scelta coerente con la preoccupazione che pure viene spesso manifestata dal mondo politico sull’«emergenza immigrazione». Non è stato così, ad eccezione, appunto, del capitano che risponde in arabo. Per merito proprio.
(Dal Corriere della Sera, 10/3/2011).




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