Prime conseguenze dei corsi di laurea in lingua inglese negli atenei italiani

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Medicina in inglese, esame in italiano

Il Tar accoglie il ricorso di due studenti non ammessi ai corsi

di Claudio Del Frate

Il corso di laurea era rigorosamente in lingua inglese, ma le prove di selezione sono state sostenute in italiano: una contraddizione che suonerebbe strana a chiunque e che tale è apparsa anche al Tar della Lombardia. I giudici amministrativi hanno annullato infatti le graduatorie di ammissione al corso di laurea in medicina istituito – unico in Italia – dall’Università di Pavia e che, per accrescere il grado di preparazione degli studenti e l’apertura verso frontiere internazionali, si sarebbe tenuto nell’idioma di Shakespeare. La sentenza, depositata pochi giorni prima di Natale, scaturisce dall’esposto di due aspiranti allievi del corso: avevano affrontato le prove di selezione, classificandosi all’ottantaquattresimo e ottantanovesimo posto. Ma il corso ammetteva soltanto 70 studenti e i due sono rimasti tagliati fuori. Non erano predisposti all’apprendimento della medicina in inglese? Vallo a sapere, perché – ecco l’oggetto della causa intentata davanti al Tar – i test sono avvenuti tutti in italiano. Il ricorso chiedeva dunque l’annullamento del bando e la conseguente ripetizione degli esami. Molto succinta la motivazione con la quale la magistratura ha annullato il bando. Secondo il Tar, l’aver omesso le prove in inglese «appare irragionevole in quanto l’accertamento della predisposizione per le discipline oggetto del corso deve concernere innanzitutto la lingua inglese… e non è possibile in alcun modo la frequenza di tale corso a prescindere dalla conoscenza di tale lingua». Lapalissiano, verrebbe da dire. Ma possibile che tale previsione non sia stata fatta dall’università pavese? «L’avevamo fatta eccome – fanno sapere dall’ateneo – e anche a noi pareva logico che la selezione avvenisse in inglese. E’ stato invece il ministero, con tanto di risposta scritta, a imporci l’uso dell’italiano per i nostri test. Abbiamo dovuto in pratica attenerci a questa disposizione». Il problema è capire cosa succederà adesso: le lezioni oggetto della sentenza sono già iniziate da mesi, difficile se non impossibile pensare di interrompere tutto a metà anno accademico. I dirigenti sono al lavoro per trovare una soluzione che garantisca i diritti di tutti. La più probabile è quella di fare ricorso in appello contro il verdetto di primo grado. Una scappatoia che consentirebbe quanto meno di proseguire con il corso già avviato senza «disobbedire» a quanto richiesto dalla magistratura.

(Dal Corriere della Sera, 30/12/2009).

Questo messaggio è stato modificato da: Daniela_Giglioli, 11 Gen 2010 – 22:22 [addsig]




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