Prima vittoria di Londra tagli al bilancio 2014-2020

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Non è per nulla soddisfatta l'espressione con cui il ministro europeo (ed europeista) di area popolare confessa che «David Cameron, intanto, una battaglia l'ha già vinta: quella del bilancio Ue». Chiede di restare anonimo, è una questione di protocollo che non gli impedisce di ammettere la preoccupazione con Cui guarda al vertice dei capi di Stato e di governo dell`Unione che, i1 7-8 febbraio, dovrà stabilire quanti soldi indirizzare nelle casse comuni per il 2014-2020. «Vedrai che passa la linea dei tagli – prevede -. Se il discorso del premier fosse stato costruttivo, sarebbe stato per ricompensarlo. Adesso, sarà perché vogliono tentare di tenerli dentro».
Ecco fatto. Si scopre che comunque fosse andata sarebbe stato un successo. Lo si era intuito al summit di novembre, quando Angela Merkel si è spesa per evitare l`isolamento di Cameron. La cancelliera ha persuaso il presidente Ue, Herman Van Rompuy, che occorreva un`altra sessione per ragionare di contabilità; se si fosse andati avanti sarebbe stato il fallimento. I tedeschi non vogliono spaccature nell`anno del voto. Per loro il Regno Unito è un grande mercato, un Paese che bilancia gli equilibri, una sponda che compensa la bassa tensione sulla linea con Parigi. Poi i tagli li auspicano pure loro. «A ben vedere – dice il ministro – si stanno nascondendo dietro Cameron». Possono dichiarare agli elettori d`aver costretto Bruxelles a dimagrire.
Il compito che attende i Ventisette è definire le prospettive finanziarie settennali dell`Ue, circa mille miliardi destinati a costruire reti, sostenere l'agricoltura, aiutare le regioni meno ricche (come il Sud), pagare la funzione pubblica europea. La proposta sul tavolo, rimodellata da Van Rompuy su quella della Commissione con una decurtazione di 80 miliardi, ha svelato immense differenze fra le capitali. Chi la trovava troppo generosa, come gli inglesi e i nordici, ha cominciato con l`esigere 120 miliardi di maggiori tagli in più, da togliere alle politiche verdi e alle zone meno dinamiche. Alla fine Londra è scesa sino a 30 miliardi. Lì s'è fermata.
Il confronto ripartirà da qui, con Francia e Italia che cercheranno di recuperare fondi per le esigenze di casa, probabilmente riuscendoci nel ribilanciamento delle poste. «Da qualche giorno c`è un`idea di intesa defmita a fatica fra Londra e Berlino», ammette una fonte diplomatica. Conferma il «nostro» ministro, che immagina «più tagli, soprattutto su Connecting Europe» (i nuovi progetti infrastrutturali) e la funzione pubblica comunitaria. Trova la decisione «strana» nel momento in cui stiamo cercando di uscire da una crisi drammatica, cosa che richiede fondi abbondanti e controllori puntuali. «Bisogna domandarsi: "chi paga?" – aggiunge – e sperare di non dover impoverire le imprese per accomodare chi nell`Europa delle nazioni non ci crede».
Un bel paradosso, non c`è che dire. «La Germania sta: facendo ogni sforzo per tenere Londra nell`Ue – rivela una fonte del Consiglio -. Il sottocomitato Affari Europei del governo britannico è stato tre volte a Berlino in poche settimane, lavorano a strettissimo contatto». La Francia è in ansia, non vuol cedere a quello che ritiene un ricatto, sensazione che appare evidente anche nel determinato richiamo del presidente Hollande a Cameron, «impossibile negoziare l'Europa, essere membro dell'Ue comporta degli obblighi». Ci saranno delle code, ma pare non al summit. «Siamo rassegnati ai tagli – concede il ministro -. L'unica speranza è limitarne gli effetti». E` un`altra prova dell`affermazione inglese. Essere troppo buoni, in Europa, non ha mai pagato.

(Da: La Stampa, 24/01/2013)




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