Previsioni per le lingue usate dai consumatori in rete.

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La Babele dell’e-commerce, presto l’inglese non basterà più.

Da qui al 2020 la quota di consumatori anglofoni sul web scenderà dal 42 al 33%, mentre crescerà quella di chi parla cinese e spagnolo. Secondo gli analisti un prodotto offerto in lingua madre ha più possibilità di essere acquistato.

di Filippo Santelli.

La buona notizia è che per vendere in mezzo mondo, alla lettera, oggi bastano due lingue: l’inglese e il cinese. Quella cattiva, per le tante aziende che esportano oltre confine, è che presto ci vorrà qualche dizionario in più. Da qui al 2020 infatti l’inglese, pur rimanendo la lingua franca del commercio digitale, vedrà la propria quota diminuire dal 42 al 33%. A vantaggio del mandarino, che con l’arricchimento della borghesia cinese continuerà la sua ascesa, dall’8 al 12,8%. Ma anche di altri idiomi “emergenti”, come i Paesi in cui vengono parlati: dallo spagnolo (per il Sud America) al portoghese (per il Brasile), dal russo al nigeriano. Morale: per raggiungere lo stesso numero di consumatori online e provare ad ammaliarli nelle loro lingua madre le aziende dovranno fare un ulteriore sforzo di traduzione.
A mettere in fila i 195 Paesi del mondo e le rispettive lingue sulla base dell'”indotto commerciale” è Translated, startup italiana specializzata nella traduzione online. Il T-Index, così si chiama la classifica, incrocia il numero di utenti web di ciascuna nazione con una stima della loro spesa annua pro capite. Nel 2016 gli Stati Uniti, con 278 milioni di consumatori connessi e un budget medio di 41 mila dollari ogni anno da sborsare, occupano il primo posto, con una fetta del commercio globale del 29,9% e la Cina staccata seconda all’8. Il divario però tenderà a chiudersi da qui al 2020, quando gli Usa scenderanno al 20,6% contro il 12,7% del Dragone. Considerando tutti i Paesi anglofoni poi, tra gli altri anche il Regno Unito e il Canada, la lingua di Shakespeare vedrà calare la sua quota dal 42,4 al 33%. Per raggiungere il famoso mezzo mondo insomma, oltre all’inglese e al cinese, bisognerà tradurre anche in spagnolo.
Certo, anche nei Paesi non anglofoni gran parte dei consumatori digitali, più istruiti rispetto alla media della popolazione, parla inglese. Una strategia di export base insomma potrebbe fermarsi lì. Eppure diverse ricerche di mercato mostrano che un prodotto presentato in lingua madre ha molte più possibilità di fare breccia. Un sondaggio degli analisti di Common Sense Advisory per esempio rivela che il 75% dei consumatori dei Paesi non anglofoni sceglie più volentiri un prodotto presentato nella propria lingua piuttosto che in inglese. E questa o vale anche per la generazione globale dei Millennials. In generale, c’è una forte correlazione tra la forza finanziaria di un marchio e il numero di versioni che offre del proprio sito.
Tradurre aiuta a vendere, insomma. E la cosa vale ancora di più per le imprese della “vecchia” Europa. A guardare il T-Index al 2020 il tedesco perde posizioni, così come l’italiano, con il nostro Paese che scende dall’ottavo
al decimo posto, al 2,5% del mercato globale. Stabile il francese, mentre sale forte la Russia, dal 2,3 al 3,4%. Ma i grandi balzi sono di alcuni Paesi emergenti come il Brasile (con il portoghese), dal 3,3 al 5,1%, dello spagnolo, grazie soprattutto al Sud America, e dell’arabo.
(Da repubblica.it, 17/7/2016).

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