Presidente Ciampi salvi l’italiano: e’ la nostra storia

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Bookshop o libreria?

Facciamo shopping. Beviamo drink. E lo stress ci assilla. In Italia 10 parole

su 100 sono anglofone. Ma e’ iniziata la rivolta dei puristi.

di Guido Vigna

Prima mangiavamo trash. Ora c’e’ lo slow food. E l’ hamburger e’ diventato out.

E gli intellettuali scrivono a Ciampi: “ Salviamo l’ italiano: e’ la nostra storia”.

Vai all’ Inps e per metterti in coda devi ritirare il ticket. Telefoni per prenotare una stanza in albergo e se non hai la card neanche ti danno ascolto. Navighi in Internet ed e’ una tempesta di domande di nickname e di password. Se dall’ ufficio esci in anticipo tutti a chiederti se vai a fare shopping. Al venerdi’ la domanda e’ scontata: “Che cosa fai questo weekend?”. Sono rimasti in pochi nostalgici a non chiamare meeting o convention una riunione di lavoro, cocktail o party una festicciola tra amici, lunch il pranzo, coffee break la pausa caffe’. E guai a parlare di passatempo, e’ da bacucchi, hobby e’ un’altra cosa e, men che meno, di pettegolezzi, e’ linguaggio da servette, si dice gossip che fa tanto fino. Intanto il sì, cosi’ dolce, cosi’ musicale, cosi’ lieve, e’ scomparso; per strada, al bar, nei negozi e’ tutto un okay. Che trionfa anche nei soliloqui. Okay? Okay!

D’accordo, non si puo’ certo sostituire smog con “fubbia”, commenta Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. “Ma perche’ Antonio D’Amato continua a parlare di fashion e di food?”, si chiede il giornalista. “Perche’ usare parole inglesi per definire due punti di forza italiana? Che senso c’e’ a esaltare la nostra grande moda se poi buttiamo via questo marchio chiamandola “fashion”?. Ma l’inglese sembra inarrestabile. Anni fa, Romano Prodi sentenziava che era da considerare analfabeta chi non lo sapeva. Lui, naturalmente, cadenza emiliana a parte, lo conosceva bene, addirittura meglio dell’italiano, sostiene qualcuno.

No, non e’ la Bbc, ma le somiglia

Da allora e’ stata tutta una corsa a far mostra d’inglese in ogni discorso. Comincio’ la Rai. Dicono sia stata la televisione a fare l’unita’ linguistica dell’Italia, puo’ darsi che ci sia stata un’eguale ambizione per diffondere l’inglese. Fatto sta che sono nate Rai educational, Rai news, Rai fiction, Rai international, Rai trade, Rai corporation, Rai way. E alla Rai come a Mediaset e’ cosi’ diffusa la preoccupazione di non far la figura degli analfabeti che molte espressioni latine, di stanza nell’italiano, sono pronunciate da annunciatori e conduttori in un inglese perfetto. Al fascino della lingua di Shakespeare non hanno saputo resistere neppure i partigiani della cucina italiana. Che hanno chiamato il loro movimento, fondato per contrastare la tendenza, molto anglo-americana, a mangiare in fretta e quindi male, con due paroline inglesi: Slow Food. E Silvio Berlusconi che cosa ha fatto una volta tornato a Palazzo Chigi per far capire agli italiani che lui avrebbe fatto le riforme tanto attese? Ha subito cambiato nome al ministero del Lavoro, ribattezzandolo ministero del Welfare. I risultati sono sotto gli occhi, anzi, le orecchie di tutti: nel Bel Paese l’inglese e’ ormai la seconda lingua. E non perche’ il bilinguismo sia diventato realta’ ma per l’invadenza dell’inglese nel discorrere degli italiani, di ogni censo e di ogni ceto. I numeri che filtrano dalla redazione dello Zingarelli, il piu’ noto e diffuso vocabolario della lingua italiana, aggiornato ogni dodici mesi, confermano. State a sentire.

Zitella sara’ lei. Io sono single

Nell’ultima edizione, 2004, dello Zingarelli le voci accolte sono 134mila e le straniere non arrivano al 2 per cento. Tra queste le parole inglesi sono preponderanti: il 64 per cento, che equivale a piu’ dell’1 per cento di tutti i vocaboli dello Zingarelli. Trasformando le percentuali, possiamo dire che delle circa 2500 parole straniere entrate stabilmente nel nostro linguaggio, 1600 sono inglesi. Sono niente, di fronte alle 134mila voci dello Zingarelli. Ma se facciamo un confronto tra le tante parole inglesi che sono entrate nel dialogo e nella scrittura e il vocabolario dell’italiano medio, che si dice sia di due-tremila voci, ci si accorge che la percentuale comincia a diventare preoccupante, arrivando sino al 10 per cento. Inevitabile, allora, la scomparsa dal linguaggio di parole da secoli cementate nell’italiano. Se ci fate caso, nessuno dice o scrive piu’: scapolo, celibe, nubile. Single ha scaraventato nel cestino queste tre voci. Shopping ha fatto altrettanto con il vecchio “fare la spesa”.

La tata non e’ chic. Meglio la nanny

E che importa se lo shopping possono permetterselo solo i ricchi? Ormai anche i poveri, che la spesa la fanno quando possono, dicono shopping. E la tata? Uccisa dalla nanny, che e’ poi la tata dei rampolli bene dall’inglese perfetto e dall’italiano cosi’ cosi’. L’invadenza dell’inglese s’avverte, ammonisce Gian Luigi Beccaria, anche nei calchi, ovvero nell’adattamento italiano di voci o espressioni angloamericane. Il “buon giornata” che dilaga e che i nostri nonni non avrebbero mai augurato e’ figlio dell’inglese “have a nice day”. Cosi’ come nocciolo duro (hard core), giorno dopo giorno (day after day). Per non parlare del terribile, onnipresente “non c’e’ problema”.

Chi abbonda con l’inglese sostiene che lo fa perche’ ci sono termini intraducibili. E’ vero ma soltanto in parte, anzi le parole impossibili da tradurre sono una minoranza e relegate nei linguaggi specialistici. E’ cosi’ che la pensano quelli dell’Accademia degli Incamminati, che hanno proposto un Manifesto agli italiani per l’italiano. L’Accademia, che e’ presieduta da Natale Graziani e ha quasi tre secoli e mezzo, ha tra gli accademici personaggi come Pierferdinando Casini, presidente della Camera, Giulio Andreotti, Romano Prodi e intellettuali come Claudio Magris, Gaspare Barbiellini Amidei, Norberto Bobbio, Giuseppe De Rita, Tonino Guerra, Gina Lagorio, Antonio Paolucci, e, ancora, Riccardo Muti e Jader Jacobelli.

Siamo tutti esterofili

Tutti questi illustri personaggi hanno firmato il Manifesto, e lo hanno inviato alle piu’ alte cariche dello Stato, a cominciare da Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi, a Regioni, Comuni, universita’.Il documento denuncia

“l’impoverimento che la lingua italiana sta subendo da alcuni decenni” e dice basta agli “inutili e snobistici forestierismi”. Gli accademici hanno anche proposto una rosa d’ esempi di voci inglesi ormai insediate nel linguaggio degli italiani eppure perfettamente traducibili. Un primo successo l’ hanno raggiunto. Alla Rai nessuna testata avra’ piu’ un nome inglese. Okay? (Da Anna n.42, ottobre- 2003).

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2 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Bookshop o libreria?<br /><br />
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Facciamo shopping. Beviamo drink. E lo stress ci assilla. In Italia 10 parole <br /><br />
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Prima mangiavamo trash. Ora c’e’ lo slow food. E l’ hamburger e’ diventato out. <br /><br />
E gli intellettuali scrivono a Ciampi: “ Salviamo l’ italiano: e’ la nostra storia”.<br /><br />
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Vai all’ Inps e per metterti in coda devi ritirare il ticket. Telefoni per prenotare una stanza in albergo e se non hai la card neanche ti danno ascolto. Navighi in Internet ed e’ una tempesta di domande di nickname e di password. Se dall’ ufficio esci in anticipo tutti a chiederti se vai a fare shopping. Al venerdi’ la domanda e’ scontata: “Che cosa fai questo weekend?”. Sono rimasti in pochi nostalgici a non chiamare meeting o convention una riunione di lavoro, cocktail o party una festicciola tra amici, lunch il pranzo, coffee break la pausa caffe’. E guai a parlare di passatempo, e’ da bacucchi, hobby e’ un’altra cosa e, men che meno, di pettegolezzi, e’ linguaggio da servette, si dice gossip che fa tanto fino. Intanto il sì, cosi’ dolce, cosi’ musicale, cosi’ lieve, e’ scomparso; per strada, al bar, nei negozi e’ tutto un okay. Che trionfa anche nei soliloqui. Okay? Okay! <br /><br />
D’accordo, non si puo’ certo sostituire smog con “fubbia”, commenta Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. “Ma perche’ Antonio D’Amato continua a parlare di fashion e di food?”, si chiede il giornalista. “Perche’ usare parole inglesi per definire due punti di forza italiana? Che senso c’e’ a esaltare la nostra grande moda se poi buttiamo via questo marchio chiamandola “fashion”?. Ma l’inglese sembra inarrestabile. Anni fa, Romano Prodi sentenziava che era da considerare analfabeta chi non lo sapeva. Lui, naturalmente, cadenza emiliana a parte, lo conosceva bene, addirittura meglio dell’italiano, sostiene qualcuno.<br /><br />
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No, non e’ la Bbc, ma le somiglia<br /><br />
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Da allora e’ stata tutta una corsa a far mostra d’inglese in ogni discorso. Comincio’ la Rai. Dicono sia stata la televisione a fare l’unita’ linguistica dell’Italia, puo’ darsi che ci sia stata un’eguale ambizione per diffondere l’inglese. Fatto sta che sono nate Rai educational, Rai news, Rai fiction, Rai international, Rai trade, Rai corporation, Rai way. E alla Rai come a Mediaset e’ cosi’ diffusa la preoccupazione di non far la figura degli analfabeti che molte espressioni latine, di stanza nell’italiano, sono pronunciate da annunciatori e conduttori in un inglese perfetto. Al fascino della lingua di Shakespeare non hanno saputo resistere neppure i partigiani della cucina italiana. Che hanno chiamato il loro movimento, fondato per contrastare la tendenza, molto anglo-americana, a mangiare in fretta e quindi male, con due paroline inglesi: Slow Food. E Silvio Berlusconi che cosa ha fatto una volta tornato a Palazzo Chigi per far capire agli italiani che lui avrebbe fatto le riforme tanto attese? Ha subito cambiato nome al ministero del Lavoro, ribattezzandolo ministero del Welfare. I risultati sono sotto gli occhi, anzi, le orecchie di tutti: nel Bel Paese l’inglese e’ ormai la seconda lingua. E non perche’ il bilinguismo sia diventato realta’ ma per l’invadenza dell’inglese nel discorrere degli italiani, di ogni censo e di ogni ceto. I numeri che filtrano dalla redazione dello Zingarelli, il piu’ noto e diffuso vocabolario della lingua italiana, aggiornato ogni dodici mesi, confermano. State a sentire.<br /><br />
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Zitella sara’ lei. Io sono single<br /><br />
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Nell’ultima edizione, 2004, dello Zingarelli le voci accolte sono 134mila e le straniere non arrivano al 2 per cento. Tra queste le parole inglesi sono preponderanti: il 64 per cento, che equivale a piu’ dell’1 per cento di tutti i vocaboli dello Zingarelli. Trasformando le percentuali, possiamo dire che delle circa 2500 parole straniere entrate stabilmente nel nostro linguaggio, 1600 sono inglesi. Sono niente, di fronte alle 134mila voci dello Zingarelli. Ma se facciamo un confronto tra le tante parole inglesi che sono entrate nel dialogo e nella scrittura e il vocabolario dell’italiano medio, che si dice sia di due-tremila voci, ci si accorge che la percentuale comincia a diventare preoccupante, arrivando sino al 10 per cento. Inevitabile, allora, la scomparsa dal linguaggio di parole da secoli cementate nell’italiano. Se ci fate caso, nessuno dice o scrive piu’: scapolo, celibe, nubile. Single ha scaraventato nel cestino queste tre voci. Shopping ha fatto altrettanto con il vecchio “fare la spesa”.<br /><br />
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La tata non e’ chic. Meglio la nanny<br /><br />
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E che importa se lo shopping possono permetterselo solo i ricchi? Ormai anche i poveri, che la spesa la fanno quando possono, dicono shopping. E la tata? Uccisa dalla nanny, che e’ poi la tata dei rampolli bene dall’inglese perfetto e dall’italiano cosi’ cosi’. L’invadenza dell’inglese s’avverte, ammonisce Gian Luigi Beccaria, anche nei calchi, ovvero nell’adattamento italiano di voci o espressioni angloamericane. Il “buon giornata” che dilaga e che i nostri nonni non avrebbero mai augurato e’ figlio dell’inglese “have a nice day”. Cosi’ come nocciolo duro (hard core), giorno dopo giorno (day after day). Per non parlare del terribile, onnipresente “non c’e’ problema”. <br /><br />
Chi abbonda con l’inglese sostiene che lo fa perche’ ci sono termini intraducibili. E’ vero ma soltanto in parte, anzi le parole impossibili da tradurre sono una minoranza e relegate nei linguaggi specialistici. E’ cosi’ che la pensano quelli dell’Accademia degli Incamminati, che hanno proposto un Manifesto agli italiani per l’italiano. L’Accademia, che e’ presieduta da Natale Graziani e ha quasi tre secoli e mezzo, ha tra gli accademici personaggi come Pierferdinando Casini, presidente della Camera, Giulio Andreotti, Romano Prodi e intellettuali come Claudio Magris, Gaspare Barbiellini Amidei, Norberto Bobbio, Giuseppe De Rita, Tonino Guerra, Gina Lagorio, Antonio Paolucci, e, ancora, Riccardo Muti e Jader Jacobelli.<br /><br />
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Siamo tutti esterofili<br /><br />
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Tutti questi illustri personaggi hanno firmato il Manifesto, e lo hanno inviato alle piu’ alte cariche dello Stato, a cominciare da Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi, a Regioni, Comuni, universita’.Il documento denuncia<br /><br />
“l’impoverimento che la lingua italiana sta subendo da alcuni decenni” e dice basta agli “inutili e snobistici forestierismi”. Gli accademici hanno anche proposto una rosa d’ esempi di voci inglesi ormai insediate nel linguaggio degli italiani eppure perfettamente traducibili. Un primo successo l’ hanno raggiunto. Alla Rai nessuna testata avra’ piu’ un nome inglese. Okay? (Da Anna n.42, ottobre- 2003).<br /><br />
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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Bookshop o libreria?<br /><br />
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Facciamo shopping. Beviamo drink. E lo stress ci assilla. In Italia 10 parole <br /><br />
su 100 sono anglofone. Ma e’ iniziata la rivolta dei puristi. <br /><br />
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di Guido Vigna<br /><br />
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Prima mangiavamo trash. Ora c’e’ lo slow food. E l’ hamburger e’ diventato out. <br /><br />
E gli intellettuali scrivono a Ciampi: “ Salviamo l’ italiano: e’ la nostra storia”.<br /><br />
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Vai all’ Inps e per metterti in coda devi ritirare il ticket. Telefoni per prenotare una stanza in albergo e se non hai la card neanche ti danno ascolto. Navighi in Internet ed e’ una tempesta di domande di nickname e di password. Se dall’ ufficio esci in anticipo tutti a chiederti se vai a fare shopping. Al venerdi’ la domanda e’ scontata: “Che cosa fai questo weekend?”. Sono rimasti in pochi nostalgici a non chiamare meeting o convention una riunione di lavoro, cocktail o party una festicciola tra amici, lunch il pranzo, coffee break la pausa caffe’. E guai a parlare di passatempo, e’ da bacucchi, hobby e’ un’altra cosa e, men che meno, di pettegolezzi, e’ linguaggio da servette, si dice gossip che fa tanto fino. Intanto il sì, cosi’ dolce, cosi’ musicale, cosi’ lieve, e’ scomparso; per strada, al bar, nei negozi e’ tutto un okay. Che trionfa anche nei soliloqui. Okay? Okay! <br /><br />
D’accordo, non si puo’ certo sostituire smog con “fubbia”, commenta Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. “Ma perche’ Antonio D’Amato continua a parlare di fashion e di food?”, si chiede il giornalista. “Perche’ usare parole inglesi per definire due punti di forza italiana? Che senso c’e’ a esaltare la nostra grande moda se poi buttiamo via questo marchio chiamandola “fashion”?. Ma l’inglese sembra inarrestabile. Anni fa, Romano Prodi sentenziava che era da considerare analfabeta chi non lo sapeva. Lui, naturalmente, cadenza emiliana a parte, lo conosceva bene, addirittura meglio dell’italiano, sostiene qualcuno.<br /><br />
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No, non e’ la Bbc, ma le somiglia<br /><br />
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Da allora e’ stata tutta una corsa a far mostra d’inglese in ogni discorso. Comincio’ la Rai. Dicono sia stata la televisione a fare l’unita’ linguistica dell’Italia, puo’ darsi che ci sia stata un’eguale ambizione per diffondere l’inglese. Fatto sta che sono nate Rai educational, Rai news, Rai fiction, Rai international, Rai trade, Rai corporation, Rai way. E alla Rai come a Mediaset e’ cosi’ diffusa la preoccupazione di non far la figura degli analfabeti che molte espressioni latine, di stanza nell’italiano, sono pronunciate da annunciatori e conduttori in un inglese perfetto. Al fascino della lingua di Shakespeare non hanno saputo resistere neppure i partigiani della cucina italiana. Che hanno chiamato il loro movimento, fondato per contrastare la tendenza, molto anglo-americana, a mangiare in fretta e quindi male, con due paroline inglesi: Slow Food. E Silvio Berlusconi che cosa ha fatto una volta tornato a Palazzo Chigi per far capire agli italiani che lui avrebbe fatto le riforme tanto attese? Ha subito cambiato nome al ministero del Lavoro, ribattezzandolo ministero del Welfare. I risultati sono sotto gli occhi, anzi, le orecchie di tutti: nel Bel Paese l’inglese e’ ormai la seconda lingua. E non perche’ il bilinguismo sia diventato realta’ ma per l’invadenza dell’inglese nel discorrere degli italiani, di ogni censo e di ogni ceto. I numeri che filtrano dalla redazione dello Zingarelli, il piu’ noto e diffuso vocabolario della lingua italiana, aggiornato ogni dodici mesi, confermano. State a sentire.<br /><br />
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Zitella sara’ lei. Io sono single<br /><br />
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Nell’ultima edizione, 2004, dello Zingarelli le voci accolte sono 134mila e le straniere non arrivano al 2 per cento. Tra queste le parole inglesi sono preponderanti: il 64 per cento, che equivale a piu’ dell’1 per cento di tutti i vocaboli dello Zingarelli. Trasformando le percentuali, possiamo dire che delle circa 2500 parole straniere entrate stabilmente nel nostro linguaggio, 1600 sono inglesi. Sono niente, di fronte alle 134mila voci dello Zingarelli. Ma se facciamo un confronto tra le tante parole inglesi che sono entrate nel dialogo e nella scrittura e il vocabolario dell’italiano medio, che si dice sia di due-tremila voci, ci si accorge che la percentuale comincia a diventare preoccupante, arrivando sino al 10 per cento. Inevitabile, allora, la scomparsa dal linguaggio di parole da secoli cementate nell’italiano. Se ci fate caso, nessuno dice o scrive piu’: scapolo, celibe, nubile. Single ha scaraventato nel cestino queste tre voci. Shopping ha fatto altrettanto con il vecchio “fare la spesa”.<br /><br />
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La tata non e’ chic. Meglio la nanny<br /><br />
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E che importa se lo shopping possono permetterselo solo i ricchi? Ormai anche i poveri, che la spesa la fanno quando possono, dicono shopping. E la tata? Uccisa dalla nanny, che e’ poi la tata dei rampolli bene dall’inglese perfetto e dall’italiano cosi’ cosi’. L’invadenza dell’inglese s’avverte, ammonisce Gian Luigi Beccaria, anche nei calchi, ovvero nell’adattamento italiano di voci o espressioni angloamericane. Il “buon giornata” che dilaga e che i nostri nonni non avrebbero mai augurato e’ figlio dell’inglese “have a nice day”. Cosi’ come nocciolo duro (hard core), giorno dopo giorno (day after day). Per non parlare del terribile, onnipresente “non c’e’ problema”. <br /><br />
Chi abbonda con l’inglese sostiene che lo fa perche’ ci sono termini intraducibili. E’ vero ma soltanto in parte, anzi le parole impossibili da tradurre sono una minoranza e relegate nei linguaggi specialistici. E’ cosi’ che la pensano quelli dell’Accademia degli Incamminati, che hanno proposto un Manifesto agli italiani per l’italiano. L’Accademia, che e’ presieduta da Natale Graziani e ha quasi tre secoli e mezzo, ha tra gli accademici personaggi come Pierferdinando Casini, presidente della Camera, Giulio Andreotti, Romano Prodi e intellettuali come Claudio Magris, Gaspare Barbiellini Amidei, Norberto Bobbio, Giuseppe De Rita, Tonino Guerra, Gina Lagorio, Antonio Paolucci, e, ancora, Riccardo Muti e Jader Jacobelli.<br /><br />
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Siamo tutti esterofili<br /><br />
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Tutti questi illustri personaggi hanno firmato il Manifesto, e lo hanno inviato alle piu’ alte cariche dello Stato, a cominciare da Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi, a Regioni, Comuni, universita’.Il documento denuncia<br /><br />
“l’impoverimento che la lingua italiana sta subendo da alcuni decenni” e dice basta agli “inutili e snobistici forestierismi”. Gli accademici hanno anche proposto una rosa d’ esempi di voci inglesi ormai insediate nel linguaggio degli italiani eppure perfettamente traducibili. Un primo successo l’ hanno raggiunto. Alla Rai nessuna testata avra’ piu’ un nome inglese. Okay? (Da Anna n.42, ottobre- 2003).<br /><br />
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