Povero italiano in mano agli italiani

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Che fissazione questo Guastafeste con la lingua italiana. Stavolta attizzata dalla notizia che l’Unione Europea l’ha ancora una volta discriminata, stabilendo che l’esame per la selezione del personale permanente debba essere sostenuto in inglese, francese o tedesco. Inevitabile la conseguenza: nella prova saranno favoriti inglesi, francesi o tedeschi. E in Europa continueranno a comandare loro vista l’importanza del personale permanente. Ciò che ci meritiamo, avendo noi sempre mandato a Bruxelles gente che in genere (in genere) l’ha presa come ripiego (seppur pagatissimo) e con lo spirito della seccatura o della gita aziendale. Poi ci lamentiamo se decidono di finanziare i loro asparagi e non le nostre cime di rapa.

Ma come gli altri possono rispettare la nostra lingua se siamo noi i primi a vilipenderla e diffamarla? Diciamo una parola in italiano e una in inglese (maccheronico). Inutile avere a che fare soprattutto con chi si occupa di informatica, di pubblicità o di musica: non ci capisci un tubo, anzi forse non lo capiscono neanche loro. Vana la battaglia con le istruzioni per l’uso di una macchina fotografica o di un cellulare. Da ricovero anche la vita di ogni giorno, un tempo si andava dal barbiere, ora si chiama «Hair style».
Un congiuntivo è un reato – L’allarme per la nostra lingua viene perciò da più lontano. Ed è scorretto continuare a sfotticchiare gli aspiranti avvocati e il loro «patè d’animo» in un recente concorso. Il museo degli orrori è ovunque.

È stato Tullio De Mauro, il maggior linguista nazionale, a dire che il 70 per cento degli italiani è analfabeta o analfabeta di ritorno (cioè che non lo era ma lo è diventato). L’analfabeta, ha specificato l’intellettuale Giovanni Sartori, capisce la frase «il gatto miagola» ma è già in crisi se la frase diventa «il gatto miagola perché vorrebbe bere il latte». E abbiamo la più bassa percentuale di laureati d’Europa. Con De Mauro ad aggiungere che, su 130 mila vocaboli dei dizionari, solo 4 mila sono comprensibili per la maggioranza della popolazione, ma c’è chi si esprime con non più di 700-800. Diciamo che sono sintetici.

Nessuno legge più niente, col meccanismo perverso del gatto (sempre lui) che si mangia la coda: non leggono e diventano analfabeti, siccome sono analfabeti non leggono. Ai candidati giornalisti che chiedono come imparare a scrivere, si suggeriscono tre modi: leggere, leggere, leggere.

Ovvio che si metta sotto accusa anzitutto la scuola, proprio quella sfasciata dalla demagogia del «siamo tutti uguali», dal buonismo del «chiudiamo sempre un occhio», dal permissivismo del «non penalizziamo nessuno». Una pacchia per gli asini. E poi, cosa c’entra la scuola con le ore e ore rintronati davanti alla tv sgranocchiando patatine? La tv in cui usare un congiuntivo è un reato. E in cui funziona lo stesso perverso meccanismo della coda del solito gatto: non si usa il congiuntivo perché il pubblico non lo capisce, il pubblico non lo capisce perché non lo si usa. Col corollario (parola proibita in tv) che l’abitudine a capire soltanto ciò che si vede, ci impedisce di capire ciò che non è immagine, a cominciare dalla scrittura. E anche qui vale ancora l’esempio del gatto. Per non parlare della connessione in internet che sta creando una generazione di sconnessi col mondo.
La coda del gatto – Poi c’è la mezza tragedia delle lingue specialistiche, a parte l’italinglese. È lo scrittore Pietro Citati a farcene un affresco. Il politichese, oggi un misto di schiamazzo e insulto neanche lontano nipote di due pur vituperati ma più nobili filoni: il «democristiano», frasi involute, aggrovigliate e spesso incomprensibili (tipo Aldo Moro) tra l’ecclesiastico e l’avvocatesco; il «comunista», formule marxiste grigie e ponderose come «divisioni di carri armati». Il burocratese, con i suoi «entro e non oltre» e «combinato disposto». Il «parla come uno di noi» della televisione: battute, pernacchiette, cretinismo. Infine la «sottolingua» dei messaggini e dei facebook, tra xché e cmq (non centimetri quadrati ma comunque). È l’addio triste, solitario e finale a ogni regola.

Naturale che debbano essere gli adulti a dare l’esempio, proprio quelli che non parlano più con i figli perché i figli non parlano con loro: ci risiamo con la coda del gatto. Ma in fondo nulla come la lingua è lo specchio dell’attuale sciatteria nazionale, il punto più basso dello splendido popolo che col Rinascimento illuminò il mondo. Infine ci si sono messi anche i nostalgici del dialetto, cosa buona e giusta se ci fosse la sicurezza di una lingua. Ragion per cui bisogna anche difendersi dal dialettale. Staremo buoni finché non leggeremo «non ti mangiare tutta la torta, rimani un po’ alla zia».

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/ … goria=2682




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