Povero Dante e poveri noi

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BELLI

Il povero Dante dei nostri giorni

America oggi Il poeta è costretto a vendere il suo libro ad un facoltoso americano che si riconosce nei peccati puniti nell’Inferno

di Natalia Distefano

«Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate». Storpiando il terrificante invito che Dante Alighieri trova inciso sulle porte degli inferi nella sua «Divina Commedia», si potrebbe suggerire al pubblico del Teatro Belli: lasciate ogni nozione scolastica o voi ch’entrate per assistere a «American Dante», in scena da stasera al 10 febbraio con un appassionato Giorgio Colangeli diretto da Marco Maltauro. Perché l’obiettivo dello spettacolo, in prima nazionale, è far amare i versi del poeta spogliandosi di quanto imparato sui banchi, liberandosi dall’ossessione per le citazioni e i riferimenti alla Firenze del Trecento, in un curioso esperimento che mescola inglese e italiano dell’epoca. «Per molti sono due lingue straniere – commenta Maltauro, autore e regista della pièce -, ma la comprensione e l’emozione sono assicurate. Il semplice ascolto, senza accanirsi sull’analisi del testo, basta a svelare la grandezza dell’opera». Lo spettacolo si divide in due. Una surreale commedia interpretata da Colangeli, Katherine Wilson e Marcus J. Cotterell in cui un presunto Dante, catapultato ai giorni nostri, si ritrova povero ed è costretto a vendere il suo libro a un facoltoso americano: gli racconta la trama, ma l’acquirente si riconosce in tutti i peccati puniti nel suo Inferno e l’affare si complica. E una seconda parte in cui Colangeli recita la prima cantica. «Non una lettura – precisa l’attore -. Conosco la Commedia a memoria e ne porto sul palco una versione viva, per restituire l’emozione della poesia spesso mortificata nei ricordi scolastici». Ogni sera in scena sei diversi canti. «Con un biglietto si può tornare a vedere l’ultima parte dello spettacolo e godersi tutto l’Inferno in una settimana – conclude Maltauro -. Per amare Dante sarebbe meglio leggere i cento canti d’un fiato piuttosto che impantanarsi sulle note di dieci versi».
(Dal Corriere della Sera, 29/1/2013).




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