Povera lingua italiana massacrata dalla tv

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Povera lingua italiana massacrata dalla tv

di Carlo Donati

Sul piccolo schermo trionfano anglicismi e termini dialettali usati impropriamente

Defunto il congiuntivo i verbi latitano e il vocabolario si restringe ad appena

500 parole

Ogni undici minuti in televisione c’e’ un errore di italiano. Cioe’ viene trasmessa una parola sbagliata, o pronunciata male, o inesistente, o dialettale, oppure c’e’ una costruzione verbale inventata o una sequenza grammaticale insensata. La sentenza arriva da centoventi italianisti e professori di letteratura che hanno partecipato a un’indagine promossa da Eta Meta Research, un’agenzia milanese di relazioni pubbliche specializzata nel tenere sotto controllo la comunicazione nel mondo virtuale. In questo caso ha aperto un osservatorio sulle trasmissioni televisive, in particolare talk show, contenitori pomeridiani e telegiornali.

Le parole. Un errore ogni undici minuti equivale a cinque in un’ora. Per fortuna non dobbiamo moltiplicarlo per ventiquattro dato che di notte la maggior parte della gente dorme e non impara nuovi strafalcioni. Gli errori li conosciamo: parole straniere a sproposito, specialmente inglesi, e la pretesa di analizzare persino il latino (‘aiter’ invece di ‘iter’, ‘midia’ invece di ‘media’, ‘giunior’ invece di ‘iunior’ eccetera). Poi la confusione degli accenti. Si dice ‘guàina’ o ‘guaìna’, ‘àlacre’ o ‘alàcre’, ‘sàlubre’ o salùbre’’? Per il vocabolario e’ lo stesso, basterebbe avere un minimo di accordo.

Il congiuntivo. I tempi dei verbi sono troppo approssimativi, passati remoti, imperfetti e condizionali. Ma e’ il congiuntivo il tasto dolente. Un declino inesorabile, al punto che di recente intere scolaresche hanno sottoscritto appelli ai giornali per la difesa del congiuntivo. Un tempo era un buon indicatore sul grado di cultura dell’interlocutore. Oggi non piu’, dato che se sopravvive a fatica sulla carta stampata e’ invece quasi sparito dalle televisioni, dai discorsi degli uomini politici e persino dalle relazioni dei filosofi.

Il dialetto. L’indagine lamenta il crescente abuso di espressioni gergali o dialettali. E con ironia parla di ‘televisione federale’ gia’ realizzata. Naturalmente i dialetti sono parte integrante della nostra cultura e godono di illustri tradizioni. E sono persino attrezzati per il teatro e la poesia. Ma hanno un difetto: non si capiscono l’uno con l’altro. Anche volendo la loro funzione e’ molto ristretta e la maggior parte del sapere, in tutti i campi, non e’ trasmissibile in dialetto.

Tv nemica. “Il piccolo schermo sta uccidendo l’italiano”, dice la ricerca. Una volta invece si diceva che la tv lo ha insegnato. Qual’e’ la verita’? Entrambe. Perche’ e’ vero che abbiamo imparato una lingua comune in parte grazie alla televisione. Ma e’ anche vero che abbiamo imparato una lingua necessariamente semplificata, ma soprattutto l’abbiamo imparata senza leggere. E questo spiega anche certi esilaranti equivoci in cui incorriamo non solo in televisione.

I tic verbali. C’era una volta “nella misura in cui”. Era un intercalare senza il quale non si poteva fare un ragionamento.Ha resistito anni e anni prima di soccombere. Adesso e’ di gran moda un altro intercalare: “come dire”. E sta crescendo l’uso assurdo e paradossale di introdurre un discorso o una spiegazione con la parola “niente”.

Il vocabolario. Teoricamente abbiamo a disposizione circa centotrentamila vocaboli (e crescono, circa cinquecento parole nuove ogni anno secondo lo Zingarelli. Molti sono i neologismi, specialmente gli anglismi di cui sbagliamo la pronuncia). Pero’ ne bastano quattromilacinquecento per l’italiano fondamentale (padre, madre, casa, acqua, pane eccetera). Nella realta’ pare che se ne usino solo cinquecento. I professori si scandalizzano. Ma questo sarebbe il meno. Uno scrittore di grande successo come Georges Simenon ne usava pochi di piu’, non e’ mai arrivato a duemila, nemmeno nei romanzi piu’ complessi. Dunque accontentiamoci di cinquecento, ma almeno quelle proviamo a impararle bene.

(Da La Nazione, 26/10/2003). [addsig]




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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Povera lingua italiana massacrata dalla tv<br /><br />
di Carlo Donati<br /><br />
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Sul piccolo schermo trionfano anglicismi e termini dialettali usati impropriamente <br /><br />
Defunto il congiuntivo i verbi latitano e il vocabolario si restringe ad appena<br /><br />
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Ogni undici minuti in televisione c’e’ un errore di italiano. Cioe’ viene trasmessa una parola sbagliata, o pronunciata male, o inesistente, o dialettale, oppure c’e’ una costruzione verbale inventata o una sequenza grammaticale insensata. La sentenza arriva da centoventi italianisti e professori di letteratura che hanno partecipato a un’indagine promossa da Eta Meta Research, un’agenzia milanese di relazioni pubbliche specializzata nel tenere sotto controllo la comunicazione nel mondo virtuale. In questo caso ha aperto un osservatorio sulle trasmissioni televisive, in particolare talk show, contenitori pomeridiani e telegiornali.<br /><br />
Le parole. Un errore ogni undici minuti equivale a cinque in un’ora. Per fortuna non dobbiamo moltiplicarlo per ventiquattro dato che di notte la maggior parte della gente dorme e non impara nuovi strafalcioni. Gli errori li conosciamo: parole straniere a sproposito, specialmente inglesi, e la pretesa di analizzare persino il latino (‘aiter’ invece di ‘iter’, ‘midia’ invece di ‘media’, ‘giunior’ invece di ‘iunior’ eccetera). Poi la confusione degli accenti. Si dice ‘guàina’ o ‘guaìna’, ‘àlacre’ o ‘alàcre’, ‘sàlubre’ o salùbre’’? Per il vocabolario e’ lo stesso, basterebbe avere un minimo di accordo.<br /><br />
Il congiuntivo. I tempi dei verbi sono troppo approssimativi, passati remoti, imperfetti e condizionali. Ma e’ il congiuntivo il tasto dolente. Un declino inesorabile, al punto che di recente intere scolaresche hanno sottoscritto appelli ai giornali per la difesa del congiuntivo. Un tempo era un buon indicatore sul grado di cultura dell’interlocutore. Oggi non piu’, dato che se sopravvive a fatica sulla carta stampata e’ invece quasi sparito dalle televisioni, dai discorsi degli uomini politici e persino dalle relazioni dei filosofi.<br /><br />
Il dialetto. L’indagine lamenta il crescente abuso di espressioni gergali o dialettali. E con ironia parla di ‘televisione federale’ gia’ realizzata. Naturalmente i dialetti sono parte integrante della nostra cultura e godono di illustri tradizioni. E sono persino attrezzati per il teatro e la poesia. Ma hanno un difetto: non si capiscono l’uno con l’altro. Anche volendo la loro funzione e’ molto ristretta e la maggior parte del sapere, in tutti i campi, non e’ trasmissibile in dialetto.<br /><br />
Tv nemica. “Il piccolo schermo sta uccidendo l’italiano”, dice la ricerca. Una volta invece si diceva che la tv lo ha insegnato. Qual’e’ la verita’? Entrambe. Perche’ e’ vero che abbiamo imparato una lingua comune in parte grazie alla televisione. Ma e’ anche vero che abbiamo imparato una lingua necessariamente semplificata, ma soprattutto l’abbiamo imparata senza leggere. E questo spiega anche certi esilaranti equivoci in cui incorriamo non solo in televisione.<br /><br />
I tic verbali. C’era una volta “nella misura in cui”. Era un intercalare senza il quale non si poteva fare un ragionamento.Ha resistito anni e anni prima di soccombere. Adesso e’ di gran moda un altro intercalare: “come dire”. E sta crescendo l’uso assurdo e paradossale di introdurre un discorso o una spiegazione con la parola “niente”.<br /><br />
Il vocabolario. Teoricamente abbiamo a disposizione circa centotrentamila vocaboli (e crescono, circa cinquecento parole nuove ogni anno secondo lo Zingarelli. Molti sono i neologismi, specialmente gli anglismi di cui sbagliamo la pronuncia). Pero’ ne bastano quattromilacinquecento per l’italiano fondamentale (padre, madre, casa, acqua, pane eccetera). Nella realta’ pare che se ne usino solo cinquecento. I professori si scandalizzano. Ma questo sarebbe il meno. Uno scrittore di grande successo come Georges Simenon ne usava pochi di piu’, non e’ mai arrivato a duemila, nemmeno nei romanzi piu’ complessi. Dunque accontentiamoci di cinquecento, ma almeno quelle proviamo a impararle bene. <br /><br />
(Da La Nazione, 26/10/2003). [addsig]

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