Per poter lavorare nel mondo serve l’inglese, soprattutto a voi ingegneri (secondo Severgnini).

Posted on 27 febbraio 2018 in Politica e lingue 13 vedi

Per poter lavorare nel mondo serve l’inglese, soprattutto a voi ingegneri.

risponde Beppe Severgnini.

Caro BSev, inglese e Politecnico di Milano: permettimi uno sguardo oltre la questione contingente. Questa smania di adottare l’inglese, superlingua di prestigio, al posto dell’italiano, lingua provinciale, anche quando un minimo di buon senso imporrebbe qualche prudenza (in fondo gli ingegneri italiani tra di loro e coi clienti italiani parlano italiano), racconta come siamo più di tante indagini sociologiche. L’Italia dei nostri padri parlava dialetto. Mio padre ricordava che negli anni 40 alla RIV (cuscinetti a sfera) di Villar Perosa, tutti, dal grande capo senatore Agnelli, all’ultimo manovale, parlavano piemontese. L’italiano era la lingua colta usata a scuola sui giornali nelle cerimonie e nei discorsi. La generazione degli attuali cinquanta-sessantenni ebbe per prima l’italiano come madrelingua, al punto che dagli anni 80, l’italiano, diffuso in tutti gli ambiti, diventò veramente lingua nazionale. Ma durò poco. Quasi subito gli italiani decisero che anche l’italiano era un dialetto. Sparirono le rubriche di lingua sui giornali, non si tradussero più i termini tecnici, si tradussero al contrario termini italiani che fino ad allora avevano funzionato benissimo (Human Resources per Ufficio Personale) e si decise che le cose importanti o semplicemente sfiziose andavano dette in inglese. Con qualche problema, però, visto che l’inglese gli italiani non lo sanno e non è così facile impararlo. O forse è proprio perché non lo sanno che sono così smaniosi di parlarlo. Complesso di inferiorità? Provincialismo? Paura di apparire retrogradi? “Retromarcisti” no per favore, troppo brutto!. Mah. Comunque, l’inglesizzazione dell’italiano procede a marce forzate, e come tutte le cose fortemente volute avrà il successo che merita. A questo punto chiedo: cosa pensare di un popolo di quasi 60 milioni di persone che rinuncia con così festante leggerezza a un tratto identitario così importante come la lingua? Quanto più mi sono congeniali i francesi col loro ridicolo “ordinateur”!
Franco Riccardi , francoriccardi@alice.it

Caro Riccardi, credo di aver dimostrato in molti modi il mio attaccamento alla lingua italiana: per il modo in cui scrivo, attraverso i libri, con le partecipazioni alla giornata dedicata alla nostra bellissima lingua, in parti posti del mondo (ho pure ricevuto un premio dalla società Dante Alighieri nel 2007. per essermi dimostrato “sempre attento alle tematiche legate alla tutela e alla valorizzazione della lingua italiana”!). Ma non amo le battaglie superficiali e di retroguardia. Gli ingegneri della Fiat, negli anni ’40, potevano parlare piemontese; nel XXI secolo, se non funzionano in inglese, non vengono neppure presi in considerazione. Come si può non capirlo?

Ho sempre sostenuto che farcire l’italiano di inutili parole inglesi è sintomo di provincialismo e dimostra un ingiustificato complesso di inferiorità. Ma istituire corsi in inglese per i master del Politecnico è un’altra cosa! E’ la presa d’atto che alcune discipline hanno bisogno di una lingua comune, per poter lavorare nel mondo. L’ingegneria è tra queste. Chi non lo capisce è ingenuo. O disinformato. O duro di comprendonio. O in malafede. Magari una combinazione di queste cose.

italians.corriere.it | 27.2.2018




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