Populismo linguistico

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IL LINGUAGGIO DI POLITICI, PRESENTATORI E SPORTIVI

L’uso comune della parolaccia, una moda alla quale non arrendersi

di Giovanni Belardelli

La percezione del turpiloquio, in Italia, esiste ancora? Esiste, intendo dire, la consapevolezza che certe espressioni magari si possono impiegare in pizzeria con gli amici o quando ci capita eventualmente di trascendere in una discussione, ma non dovrebbero diventare una componente normale del nostro linguaggio? A leggere le cronache degli ultimi giorni viene da dubitarne. Non tanto e non solo per l’uso sempre più frequente di parolacce da parte di esponenti del mondo del calcio – negli ultimi giorni Cannavaro e Lippi – che a un uso del genere è sempre stato incline. Soprattutto, il loro impiego va facendosi più frequente – e, ciò che più conta, accettato come cosa normale – in due settori chiave nel plasmare il linguaggio pubblico come la televisione e la politica. Ancora di recente, ad esempio, nella trasmissione di Raidue X Factor Mara Maionchi si è esibita in quell’uso di parolacce che (almeno secondo Wikipedia) l’avrebbe resa famosa. Ed è stata, ciò nonostante o forse proprio per questo, applaudita dal pubblico e sostenuta da Claudia Mori. In campo politico, da ultimo è da segnalare il recentissimo sdoganamento del termine «sputtanare» da parte di Silvio Berlusconi. Dove il punto non è solo l’impiego di una parola non proprio forbitissima da parte del presidente del Consiglio (dai Vaffaday di Beppe Grillo alle «élite di merda» del ministro Brunetta le parolacce sembrano ormai una costante della politica italiana), ma è anche la sostanziale normalità con cui Berlusconi ha impiegato la parola suddetta. Il fatto che la tv e la politica si mostrino sempre più volgari ha evidentemente a che fare con il rapporto, diverso nei due casi ma sempre strettissimo, che l’una e l’altra hanno con il popolo, con il volgo. E con la circostanza che in entrambe (fatte le debite differenze, certo) tendono a prevalere le tendenze populiste, intese come sollecitazione degli istinti «medio-bassi» del pubblico, alla ricerca del più ampio consenso politico o del più ampio audience. Non vorrei fare una sociologia della parolaccia, ma certo, se il turpiloquio appare sempre più diffuso in quella società che poi tv e politica si limitano pigramente a rappresentare, ebbene questo avviene anche per alcune caratteristiche della cultura di massa della nostra epoca. Penso ad esempio a quel culto della genuinità e immediatezza nell’espressione di sé e dei propri sentimenti che dà vita a una sorta di romanticismo dozzinale di massa, alla manifestazione, anzi ostentazione, pubblica della propria interiorità: che si tratti di litigare al cellulare col proprio fidanzato su un autobus affollato o di tanti reality e varietà televisivi è i sentimenti, la spontaneità, che questo wertherismo di massa in sedicesimo sembra soprattutto amare. L’uomo massa, osservava ottant’anni fa José Ortega y Gasset, si abbandona interamente a se stesso, senza più «sentirsi soggetto a limitazioni materiali e a poteri sociali superiori». Dovremmo dunque concluderne che la volgarità è un inevitabile prodotto (e sia pure un sottoprodotto) della società di massa e della democrazia? Solo fino a un certo punto, direi. La funzione di argine rispetto alla volgarità di massa (e non solo) un tempo esercitata da quei poteri sociali superiori di cui parlava Ortega dovrebbe essere oggi assunta dalle grandi agenzie educative del Paese, tutte non più in grado però di svolgere quel ruolo di freno di fronte al dilagare delle parolacce, certo, ma anche – più in generale – di fronte alla liquefazione delle strutture culturali profonde, degli usi e costumi che esistevano solo una o due generazioni fa, di quella (si può ancora usare la parola?) educazione e di quella moderazione che sono state per secoli un tratto tra i migliori dell’identità italiana. La scuola, la famiglia, la Chiesa sembrano per motivi diversi non più in grado di svolgere fino in fondo questa funzione. Ma è davvero paradossale e triste che siano la politica e i personaggi più amati dal pubblico (dallo sport allo spettacolo ai media) ad accentuarne l’impotenza insegnando agli italiani e alle italiane, ai giovani soprattutto, quanto è normale, quanto non ci vuole niente, quanto è trendy dare a qualcuno, che so, del «coglione». Lo è altrettanto, paradossale e triste, che sia una moderna agenzia educativa come la Rai che, alla faccia della sempre pronta retorica sul servizio pubblico, cerca di aumentare l’audience attraverso qualche parolaccia in più.

(Dal Corriere della Sera, 16/10/2009).

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