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A proposito di politiche linguistiche: le nostre dieci domande al ministro Gelmini

di Lingua e nuova didattica

Ci sono nelle non politiche linguistiche del ministro Gelmini tanti aspetti che non ci convincono, altri che riteniamo alquanto contradditori, altri ancora che non condividiamo proprio.

Vorremmo continuare a fare lo sforzo di capire. E siccome non abbiamo mai avuto modo di avere una risposta né un cenno di riscontro alle lettere che abbiamo scritto né siamo mai riusciti a confrontarci con il ministro in materia di politiche linguistiche, ho pensato che alcune domande potessero essere forse più adatte. Per una volta, quindi, l’editoriale lascia lo spazio ad un elenco di domande che invieremo al ministro. In attesa di una risposta che non mancheremo di pubblicare, ecco il testo delle nostre 10

domande.

1) Il plurilinguismo è uno degli obiettivi chiave per l’Europa. Il Libro Bianco della Commissione Europea “Insegnare e Apprendere: verso la società conoscitiva” (1995), pone, tra i cinque obiettivi prioritari per i sistemi educativi e formativi dei Paesi membri, la promozione della conoscenza di almeno due lingue comunitarie oltre alla lingua materna. La Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente (2006/962/CE) inserisce la comunicazione nelle lingue straniere tra le otto competenze chiave. La risoluzione del Parlamento Europeo del 24 marzo 2009 dal titolo “Il multilinguismo: una risorsa per l’Europa e un impegno comune” raccomanda, tra le altre cose, “agli Stati membri di includere nei programmi scolastici lo studio facoltativo di una terza lingua straniera a partire dal livello della scuola secondaria”.

Ministro Gelmini, che cosa intende fare per garantire concretamente a tutti i cittadini italiani la conoscenza di almeno due lingue oltre alla propria?

2) Perché nella circolare per le iscrizioni dello scorso anno ha voluto dare ai genitori la possibilità di scegliere di utilizzare le due ore della seconda lingua comunitaria nella scuola secondaria di primo grado per potenziare l’apprendimento della lingua inglese? E perché ha voluto confermare questa Sua sceltaanche attraverso il ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar del Lazio che aveva, di fatto, dichiarato l’illegittimità di tale indicazione? Perché non ha, invece, previsto un potenziamento sia della lingua inglese sia della seconda lingua comunitaria fin dalla secondaria di primo grado?

3) Tutti gli schemi di riforma della scuola cui Lei sta dando seguito presuppongono che lo studente italiano debba incominciare ad apprendere la lingua inglese all’inizio della scuola primaria per non smettere fino alla fine della secondaria di secondo grado. Quali sono le motivazioni che la spingono a sostenere la necessità per uno studente italiano di studiare una lingua – sempre la stessa – per almeno 13 anni?

4) Lei, signor Ministro, appartiene ad un partito che ha sempre usato la formula delle tre “i” per formulare la sua proposta di governo. In questa formula, una delle tre “i” è la “i” di inglese. Ora ci permettiamo di farle osservare che nelle Sue proposte di riforma per la scuola italiana, la seconda lingua comunitaria è, nei fatti, destinata a scomparire o comunque ad occupare uno spazio sempre più piccolo, ma soprattutto neanche all’inglese tocca una sorte migliore. Noi di lend abbiamo già messo in evidenza i tagli di ore che sia l’inglese sia la seconda lingua comunitaria subiranno per effetto della Sua riforma della scuola secondaria di secondo grado.

Qui ci preme chiederle: come giustifica questo taglio di ore di lingua straniera con una formula che faceva, invece, pensare ad un potenziamento almeno della lingua inglese?

5) Nei Suoi discorsi sulla riforma compare spesso il riferimento all’introduzione del Clil nel curricolo delle nostre scuole.

Il Clil è sicuramente una modalità capace, insieme ad altre, di favorire l’obiettivo del plurilinguismo. Avremmo tante cose da chiederle a proposito, ma qui ci limitiamo a chiederle: perché ha voluto introdurre il Clil solo all’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado? E chi saranno i docenti Clil?

6) Nella scuola primaria l’insegnamento della lingua inglese viene affidato a docenti che sono stati formati dall’amministrazione con corsi di formazione intensivi, che coinvolgono fasce crescenti di insegnanti di ruolo, spesso ad uno stadio piuttosto avanzato della loro carriera, anche se con scarse competenze linguistiche e didattico-metodologiche. Ai docenti della primaria che non sapevano la lingua inglese è stato chiesto di seguire un corso per un totale di quasi 400 ore comprese le 40 ore di formazione metodologica (di cui 20 online). Perché non si è pensato di provare a misurare la qualità dell’insegnamento realizzato dai docenti specializzati prima di decretare la fine di quella esperienza? E ancora perché, in alcune scuole, dopo aver rimesso su posto comune tutte le specialiste, è stato ricostituito 1 posto di inglese che è stato dato per trasferimento a docenti ad inizio carriera? Ministro, ci saprebbe spiegare la logica di questi provvedimenti?

7) Per quanto riguarda la formazione dei docenti di lingua, noi pensiamo che qui la posta in gioco sia davvero molto alta. Come leggiamo nei documenti europei(1) c’è la necessità di una formazione per il docente di lingua straniera fatta di esperienze diverse tra loro correlate in un’ottica di formazione continua. Che cosa pensa di fare per promuovere la formazione continua dei docenti di lingua straniera anche facendo tesoro degli aspetti sia positivi che negativi di progetti come il Psls e il Progetto Lingue 2000?

Sicuramente Lei conosce il concetto di “Educazione Linguistica” che nasceva negli anni in cui don Milani scriveva che “è la lingua che ci fa uguali”. Ci permetta di sottolineare che ancora oggi l’educazione linguistica o è democratica o non è. In questo senso ci permettiamo di chiederle: quali misure pensa di adottare per l’educazione linguistica degli studenti non italofoni? A questi studenti bastano, a volte, pochi mesi di immersione nella nostra lingua per essere in grado di acquisire una lingua utile per la comunicazione quotidiana, ma l’acquisizione della lingua per lo studio che sola può permettere anche agli alunni non italofoni vere opportunità di istruzione e, quindi, di integrazione richiede molti sforzi in più.

Ma soprattutto, per Lei, la presenza di alunni non italofoni nelle nostre scuole è una risorsa da valorizzare o un problema da risolvere?

1 cf. The European Profile for Language Teacher Education – final report, September 2004 – disponibile online

http://europa.eu.int/comm/education/policies/lang/doc/profile_en.pdf

9) lend è un’associazione professionale, formata da docenti di educazione linguistica, riconosciuta dal ministero come soggetto autorizzato a svolgere attività di aggiornamento per il personale della scuola. Non riceviamo finanziamenti dal Miur. L’unico aiuto che il Miur ci aveva finora riconosciuto era l’assegnazione di un docente distaccato dalla scuola sulla base di una domanda che, anche quest’anno come in passato, abbiamo presentato accompagnata da un progetto per il quale chiedevamo il distacco di personale dalla scuola. Lei, ministro Gelmini, utilizzando il criterio della “discrezionalità”, ha deciso di toglierci quest’unico aiuto. Perché? Ma soprattutto perché non utilizzare criteri trasparenti nella definizione dell’elenco delle 100 realtà a cui concedere l’assegnazione di personale distaccato? Non pensa che il criterio della discrezionalità quando usato da un ministro senza riferimento alcuno ad altri criteri chiari e noti a tutti finisca per sembrare altro?

10) Una curiosità più che una domanda per finire: Lei, signor Ministro, quante lingue conosce?

20/11/2009

http://www2.tecnicadellascuola.it/index.php?id=27280&action=view&c[addsig]




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