Politica linguistica di Madrid

Posted on in Politica e lingue 13 vedi

Lo spagnolo carta vincente di Madrid

Nuova frontiera l’Asia: in Cina sarà aperto un istituto Cervantes

di Michela Coricelli

Il “nostro petrolio”. Lo definirono così gli esperti che partecipavano al II Congresso internazionale della lingua di Valladolid nel 2002. Una metafora ambiziosa, ma non del tutto stravagante: una risorsa naturale con un potenziale enorme, anche dal punto di vista economico. Lo spagnolo è la lingua madre di oltre 400 milioni di persone: più del 7% della popolazione mondiale. E’ l’idioma ufficiale di 21 Paesi, il quarto nel mondo (dopo il cinese-mandarino, l’inglese e l’hindi). Quasi 100 milioni di persone lo parlano come seconda lingua e il numero degli studenti continua a crescere, anche grazie a una potente macchina culturale che la Spagna ha messo in moto in 15 anni.

L’interesse internazionale per lo spagnolo – o il castellano – è un boom relativamente recente, che negli ultimi 20 anni non ha conosciuto crisi o flessioni. Al contrario. La crescita degli ispanofoni negli Stati Uniti (grazie all’incremento degli immigrati hispanos), l’espansione internazionale delle compagnie spagnole, l’attrazione per un idioma che gli esperti definiscono pratico e “facile”: gli ingredienti per il successo dello spagnolo ci sono tutti. Nonostante sia consapevole di non essere l’unica “depositaria” del patrimonio del casigliano, la Spagna ha deciso di scommettere con forza sulla lingua a livello internazionale. Lo dimostra il piano di crescita dell’Istituto Cervantes in tutto il mondo: dal Brasile all’Europa dell’Est, dalla Cina all’India.

Il Cervantes è un’istituzione giovane, anzi giovanissima: ha appena 15 anni. Il suo obiettivo è diffondere la conoscenza della lingua e della cultura spagnola. Il piano per la sua crescita internazionale è aggressivo, e in fondo non dista troppo dalle ambizioni di espansione economica e commerciale del Paese iberico. Il prossimo luglio – spiegano fonti dell’Istituto – il Cervantes aprirà i battenti anche a Pechino, prima tappa cinese; in 12 mesi verranno inaugurati centri in altre sei città brasiliane e “nell’arco di due o tre anni sarà anche a Tokyo, Seul, New Delhi e Sidney”. Dopo aver inaugurato istituti in quasi tutta l’Europa orientale (da Praga a Budapest), gli obiettivi strategici del Cervantes sono tre: “Stati Uniti, Brasile e Asia”.

Nel primo mercato, il vantaggio è evidente: negli Usa sarebbero già 40 milioni gli ispanofoni, mentre il 62% degli universitari studia lo spagnolo come lingua straniera. Non si tratta solo di interesse culturale. In Florida, chi è bilingue guadagna in media 7mila dollari in più all’anno rispetto a chi parla solo l’inglese. Il settore editoriale spagnolo mostra vitalità oltre oceano, con 40 quotidiani e 300 settimanali in spagnolo, oltre a decine di radio e diverse tv. Non stupisce, dunque, che l’Istituto del commercio estero (Icex), in collaborazione con l’associazione editori, abbia lanciato un programma ad hoc (“Piano del libro in spagnolo negli Stati Uniti”) per aprire nuovi spazi alle aziende spagnole negli Usa. Il budget iniziale è di 600mila euro: un esempio della strategia adottata dalla Spagna per sfruttare al massimo quest’opportunità. Un fattore competitivo nel mercato globale.

Geograficamente l’altra grande scommessa è il Brasile: il gigante sudamericano lo scorso anno ha approvato una legge che obbliga le scuole secondarie a offrire lo spagnolo come lingua straniera accanto all’inglese. Questa norma apre le porte a un bacino potenziale di 11 milioni di studenti, ma servono 200mila professori e la vera sfida è la loro formazione; secondo i calcoli del governo sudamericano, nel 2012 trenta milioni di brasiliani parleranno lo spagnolo. Uno strumento chiave, soprattutto dopo la nascita del Mercosur nel 1991. Del resto, come diceva l’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, il Brasile si trova fra lo “spagnolo e l’oceano”.

Infine c’è l’Asia: un continente al quale anche Madrid comincia a guardare con grande interesse. In particolare la Cina, dove ci sono 60 aspiranti per ogni posto universitario per studiare lo spagnolo. “E poi il 1° luglio entrerà in vigore il trattato di libero commercio fra Cile e Cina: questo significa che il Paese andino diventerà la porta d’ingresso dei prodotti cinesi per tutta l’America latina” sottolineano al Cervantes. Dunque più contatti fra Asia e ispanofoni.

Secondo lo studio “Il valore economico della lingua spagnola” pubblicato nel 2003, il peso dello spagnolo sul Pil oscillava intorno al 15 per cento. Per l’Icex “anche la lingua spagnola si vende”; è una “risorsa naturale”, dicono fonti dell’Istituto, che “può apportare miliardi di euro alla nostra economia”. L’amministrazione commerciale spagnola – confermano – vuole utilizzare al massimo questo “straordinario potenziale economico”. I settori interessati vanno dall’insegnamento della lingua agli stranieri (un business che riguarda centinaia di piccole e medie imprese) ai servizi tecnologici, dall’editoria all’audiovisivo, alla musica, passando per il turismo linguistico. L’ambizione è fare della Spagna un Paese-studio come la gran Bretagna o l’Irlanda: Turespaña (l’agenzia che dipende dal ministero dell’Industria e del commercio) promuove questo tipo di turismo dal 2001. Ogni anno – secondo i calcoli dell’agenzia – nel Paese iberico arrivano 130mila studenti di spagnolo; dal 1995 questo segmento è cresciuto fra il 7 e il 9% all’anno. La spesa diretta dagli studenti supera i 250 milioni di euro, ma l’impatto indiretto raddoppia le cifre. Milioni di studenti, inoltre, imparano la lingua nei loro Paesi; a settembre il Cervantes pubblicherà l’ “Enciclopedia dello spagnolo nel mondo”, uno studio a 360 gradi sulla diffusione del castigliano come lingua straniera.

L’espansione internazionale delle grandi compagnie spagnole, negli ultimi 15 anni, è sempre passata per l’America Latina: un continente “vicino” culturalmente e anche linguisticamente. Giganti come Teléfonica, Santander o Bbva, ma anche i grandi nomi delle infrastrutture e dei servizi, hanno scommesso forte sull’America del Sud, sfruttando i vantaggi dell’idioma comune. Dalla flessibilità del personale (disposto più facilmente a trasferirsi) alla creazione di servizi più economici (come i call-center), dalla gestione del management al mercato del lavoro. “Negli anni 90, quando le grandi società spagnole crebbero in America Latina – spiega Gonzalo Garland, professore di Economia alla business school Istituto de Impresa (Ie) – l’idioma e le affinità culturali giocarono un ruolo importante. Permisero la mobilità dei dipendenti e una più facile comunicazione”. Ora, sottolinea Garland, le cose stanno cambiando. “La Spagna guarda ad altri mercati: all’Europa o in alcuni casi agli Stati Uniti. In questa seconda tappa di espansione delle compagnie iberiche, il vantaggio linguistico diminuisce”. Ma “lo Stato è ben cosciente della potenzialità dello spagnolo, anche come veicolo economico. Basti guardare al crescente interesse mostrato da parte dell’Europa del Nord per la nostra lingua. Le istituzioni sono consapevoli che si tratta di un’arma in più”.

La vicenda di Garland è un tassello dello stesso puzzle: peruviano, da 12 anni vive in Spagna, dove insegna agli studenti dell’Ie in inglese e in spagnolo. Far parte di una comunità linguistica di centinaia di milioni di persone – afferma – “ha dato sicurezza agli spagnoli e alle loro aziende: è stato un fattore in più, insieme al successo della transizione, alla modernizzazione politica e alla crescita economica, che li ha spinti ad espandersi all’estero senza paura. Tutto ciò si riflette in un atteggiamento sicuro delle compagnie che si proiettano al di fuori dei confini nazionali”.

(Da Il Sole 24 Ore, 25/6/2006).

[addsig]




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Lo spagnolo carta vincente di Madrid<br /><br />
<br /><br />
Nuova frontiera l’Asia: in Cina sarà aperto un istituto Cervantes<br /><br />
<br /><br />
di Michela Coricelli<br /><br />
<br /><br />
Il “nostro petrolio”. Lo definirono così gli esperti che partecipavano al II Congresso internazionale della lingua di Valladolid nel 2002. Una metafora ambiziosa, ma non del tutto stravagante: una risorsa naturale con un potenziale enorme, anche dal punto di vista economico. Lo spagnolo è la lingua madre di oltre 400 milioni di persone: più del 7% della popolazione mondiale. E’ l’idioma ufficiale di 21 Paesi, il quarto nel mondo (dopo il cinese-mandarino, l’inglese e l’hindi). Quasi 100 milioni di persone lo parlano come seconda lingua e il numero degli studenti continua a crescere, anche grazie a una potente macchina culturale che la Spagna ha messo in moto in 15 anni.<br /><br />
L’interesse internazionale per lo spagnolo – o il castellano – è un boom relativamente recente, che negli ultimi 20 anni non ha conosciuto crisi o flessioni. Al contrario. La crescita degli ispanofoni negli Stati Uniti (grazie all’incremento degli immigrati hispanos), l’espansione internazionale delle compagnie spagnole, l’attrazione per un idioma che gli esperti definiscono pratico e “facile”: gli ingredienti per il successo dello spagnolo ci sono tutti. Nonostante sia consapevole di non essere l’unica “depositaria” del patrimonio del casigliano, la Spagna ha deciso di scommettere con forza sulla lingua a livello internazionale. Lo dimostra il piano di crescita dell’Istituto Cervantes in tutto il mondo: dal Brasile all’Europa dell’Est, dalla Cina all’India.<br /><br />
Il Cervantes è un’istituzione giovane, anzi giovanissima: ha appena 15 anni. Il suo obiettivo è diffondere la conoscenza della lingua e della cultura spagnola. Il piano per la sua crescita internazionale è aggressivo, e in fondo non dista troppo dalle ambizioni di espansione economica e commerciale del Paese iberico. Il prossimo luglio – spiegano fonti dell’Istituto – il Cervantes aprirà i battenti anche a Pechino, prima tappa cinese; in 12 mesi verranno inaugurati centri in altre sei città brasiliane e “nell’arco di due o tre anni sarà anche a Tokyo, Seul, New Delhi e Sidney”. Dopo aver inaugurato istituti in quasi tutta l’Europa orientale (da Praga a Budapest), gli obiettivi strategici del Cervantes sono tre: “Stati Uniti, Brasile e Asia”.<br /><br />
Nel primo mercato, il vantaggio è evidente: negli Usa sarebbero già 40 milioni gli ispanofoni, mentre il 62% degli universitari studia lo spagnolo come lingua straniera. Non si tratta solo di interesse culturale. In Florida, chi è bilingue guadagna in media 7mila dollari in più all’anno rispetto a chi parla solo l’inglese. Il settore editoriale spagnolo mostra vitalità oltre oceano, con 40 quotidiani e 300 settimanali in spagnolo, oltre a decine di radio e diverse tv. Non stupisce, dunque, che l’Istituto del commercio estero (Icex), in collaborazione con l’associazione editori, abbia lanciato un programma ad hoc (“Piano del libro in spagnolo negli Stati Uniti”) per aprire nuovi spazi alle aziende spagnole negli Usa. Il budget iniziale è di 600mila euro: un esempio della strategia adottata dalla Spagna per sfruttare al massimo quest’opportunità. Un fattore competitivo nel mercato globale.<br /><br />
Geograficamente l’altra grande scommessa è il Brasile: il gigante sudamericano lo scorso anno ha approvato una legge che obbliga le scuole secondarie a offrire lo spagnolo come lingua straniera accanto all’inglese. Questa norma apre le porte a un bacino potenziale di 11 milioni di studenti, ma servono 200mila professori e la vera sfida è la loro formazione; secondo i calcoli del governo sudamericano, nel 2012 trenta milioni di brasiliani parleranno lo spagnolo. Uno strumento chiave, soprattutto dopo la nascita del Mercosur nel 1991. Del resto, come diceva l’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, il Brasile si trova fra lo “spagnolo e l’oceano”.<br /><br />
Infine c’è l’Asia: un continente al quale anche Madrid comincia a guardare con grande interesse. In particolare la Cina, dove ci sono 60 aspiranti per ogni posto universitario per studiare lo spagnolo. “E poi il 1° luglio entrerà in vigore il trattato di libero commercio fra Cile e Cina: questo significa che il Paese andino diventerà la porta d’ingresso dei prodotti cinesi per tutta l’America latina” sottolineano al Cervantes. Dunque più contatti fra Asia e ispanofoni.<br /><br />
Secondo lo studio “Il valore economico della lingua spagnola” pubblicato nel 2003, il peso dello spagnolo sul Pil oscillava intorno al 15 per cento. Per l’Icex “anche la lingua spagnola si vende”; è una “risorsa naturale”, dicono fonti dell’Istituto, che “può apportare miliardi di euro alla nostra economia”. L’amministrazione commerciale spagnola – confermano – vuole utilizzare al massimo questo “straordinario potenziale economico”. I settori interessati vanno dall’insegnamento della lingua agli stranieri (un business che riguarda centinaia di piccole e medie imprese) ai servizi tecnologici, dall’editoria all’audiovisivo, alla musica, passando per il turismo linguistico. L’ambizione è fare della Spagna un Paese-studio come la gran Bretagna o l’Irlanda: Turespaña (l’agenzia che dipende dal ministero dell’Industria e del commercio) promuove questo tipo di turismo dal 2001. Ogni anno – secondo i calcoli dell’agenzia – nel Paese iberico arrivano 130mila studenti di spagnolo; dal 1995 questo segmento è cresciuto fra il 7 e il 9% all’anno. La spesa diretta dagli studenti supera i 250 milioni di euro, ma l’impatto indiretto raddoppia le cifre. Milioni di studenti, inoltre, imparano la lingua nei loro Paesi; a settembre il Cervantes pubblicherà l’ “Enciclopedia dello spagnolo nel mondo”, uno studio a 360 gradi sulla diffusione del castigliano come lingua straniera.<br /><br />
L’espansione internazionale delle grandi compagnie spagnole, negli ultimi 15 anni, è sempre passata per l’America Latina: un continente “vicino” culturalmente e anche linguisticamente. Giganti come Teléfonica, Santander o Bbva, ma anche i grandi nomi delle infrastrutture e dei servizi, hanno scommesso forte sull’America del Sud, sfruttando i vantaggi dell’idioma comune. Dalla flessibilità del personale (disposto più facilmente a trasferirsi) alla creazione di servizi più economici (come i call-center), dalla gestione del management al mercato del lavoro. “Negli anni 90, quando le grandi società spagnole crebbero in America Latina – spiega Gonzalo Garland, professore di Economia alla business school Istituto de Impresa (Ie) – l’idioma e le affinità culturali giocarono un ruolo importante. Permisero la mobilità dei dipendenti e una più facile comunicazione”. Ora, sottolinea Garland, le cose stanno cambiando. “La Spagna guarda ad altri mercati: all’Europa o in alcuni casi agli Stati Uniti. In questa seconda tappa di espansione delle compagnie iberiche, il vantaggio linguistico diminuisce”. Ma “lo Stato è ben cosciente della potenzialità dello spagnolo, anche come veicolo economico. Basti guardare al crescente interesse mostrato da parte dell’Europa del Nord per la nostra lingua. Le istituzioni sono consapevoli che si tratta di un’arma in più”.<br /><br />
La vicenda di Garland è un tassello dello stesso puzzle: peruviano, da 12 anni vive in Spagna, dove insegna agli studenti dell’Ie in inglese e in spagnolo. Far parte di una comunità linguistica di centinaia di milioni di persone – afferma – “ha dato sicurezza agli spagnoli e alle loro aziende: è stato un fattore in più, insieme al successo della transizione, alla modernizzazione politica e alla crescita economica, che li ha spinti ad espandersi all’estero senza paura. Tutto ciò si riflette in un atteggiamento sicuro delle compagnie che si proiettano al di fuori dei confini nazionali”.<br /><br />
(Da Il Sole 24 Ore, 25/6/2006).<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
[addsig]

You need or account to post comment.