Politecnico, il furbo, aggira il ‘no’ del Tar: otto corsi su dieci in inglese dall’anno prossimo.

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Milano, il Politecnico aggira il ‘no’ del Tar: otto corsi su dieci in inglese dall’anno prossimo.

Ventinove lauree su 34 saranno in inglese a partire dal nuovo anno accademico. Nonostante il pronunciamento contrario dei giudici amministrativi. Il rettore: “Puntavamo al 100 per cento dei corsi”.

di LUCA DE VITO

Il Politecnico di Milano tira dritto sull’inglese. E già dal prossimo anno accademico l’offerta dei corsi di laurea magistrale in lingua straniera supererà abbondantemente l’80 per cento. Esattamente un anno fa il Tar aveva accolto il ricorso presentato da 150 professori dell’ateneo contro il provvedimento approvato nel 2012 dal Senato accademico, che prevedeva l’inglese come unica lingua delle lauree di secondo livello e dei dottorati di ricerca a partire dal 2014.
Quella che sembrava una pietra tombale sull’ambizioso progetto di internazionalizzazione voluto dal rettore, in realtà non sembra aver intralciato più di tanto la trasformazione dei corsi di laurea. La spiegazione è puramente tecnica: annullate le delibere del senato accademico che prevedevano un’imposizione “dall’alto” della lingua da usare, i singoli corsi di studio hanno espresso autonomamente la volontà di passare all’inglese proponendo un’offerta formativa in lingua straniera, cosa che già prima delle polemiche era avvenuta per alcuni insegnamenti. Il senato accademico si è quindi limitato a prendere atto delle proposte approvandole in via ufficiale.
Risultato, i corsi di laurea specialistica completamente in inglese sono passati da 17 a 29 (di cui 8 sono anche in italiano) e soltanto cinque corsi di secondo livello sono rimasti esclusivamente in italiano: ingegneria della sicurezza nell’industria di processo, architettura delle costruzioni, design del prodotto per l’innovazione, design navale e nautico, design della comunicazione. «Abbiamo rispettato la sentenza del Tar e non abbiamo dato indicazioni vincolanti — ha spiegato il rettore Giovanni Azzone — La nostra idea iniziale era diversa, però, perché avevamo previsto che dal prossimo anno accademico il cento per cento dei corsi potesse essere in lingua straniera. E questo perché volevamo avere classi internazionali, ovvero con molti studenti stranieri, e come strumento per attirarli avevamo scelto l’inglese».
Su questa trasformazione in atto pende però ancora il pronunciamento del Consiglio di Stato, che potrebbe cambiare le carte in tavola. In seguito alla sentenza del Tar che aveva definito le scelte dell’ateneo «sproporzionate perché comprimono le libertà, costituzionalmente riconosciute, di docenti e studenti» l’università aveva immediatamente presentato ricorso. I giudici amministrativi di secondo grado hanno rinviato il loro pronunciamento a novembre (e quindi ad anno accademico già in corso) chiedendo all’ateneo di piazza Leonardo da Vinci ulteriori chiarimenti su quali sono i corsi già in inglese. La soluzione a tutti i problemi, auspicata anche dal Tar, sarebbe quella di offrire tutti i corsi in doppia lingua, cosa che però è impossibile visto che il raddoppio dei corsi avrebbe un costo eccessivo.
A favore dell’internazionalizzazione si è sempre schierato anche il ministero dell’istruzione, prima con Maria Chiara Carrozza e adesso con il nuovo ministro del governo di Matteo Renzi, Stefania Giannini. Che però non è sempre stata di questo avviso. In una delle ultime audizioni in Senato (1° aprile) Giannini ha definito «indispensabile superare le difficoltà che alcuni atenei incontrano nel proporre la didattica interamente in lingua straniera».
Ad agosto 2013, invece, quando non era ancora ministro ma presidente della Società italiana di glottologia, aveva firmato una lettera aperta dell’Accademia della Crusca al ministero in cui, in relazione alla vicenda del Politecnico, si rimarcava «con rammarico
e viva preoccupazione il persistere della linea di progressiva emarginazione e di abbandono dell’italiano nei gradi alti della formazione universitaria». Una contraddizione che non è passata inosservata agli oppositori della linea del rettore, che adesso chiedono chiarimenti.
(Da milano.repubblica.it, 5/5/2014).

L’INTERVISTA/EMILIO MATRICCIANI

“E una forzatura, i giudici la bocceranno”

Emilio Matricciani, docente del Politecnico presso il dipartimento di Elettronica è stato tra i più convinti promotori del ricorso contro la decisione del rettore di estendere l’inglese a tutti i corsi di laurea magistrale.
Di fatto l’ateneo sta proseguendo nella direzione dell`internazionalizzazione, lei che ne pensa?
«Mi sembra di capire che la sentenza del Tar non venga considerata. Ma sono sicuro che il pronunciamento dell’appello tornerà a darci ragione e allora le cose dovranno cambiare».
Il consiglio di Stato al momento però ha chiesto solo dei chiarimenti.
«L`ordinanza è interessante perché hanno chiesto una relazione a firma del rettore e del ministro oltre a un elenco completo degli insegnamenti nelle lauree magistrali e dei corsi di dottorato dove già si fanno lezioni in lingua, per capire dove è solo in inglese e dove no. Noi stiamo facendo un’indagine analoga sull’anno scorso, su questo e sul prossimo. I giudici hanno chiesto tutti i dettagli, una lunga lista…».
Non pensa che ormai la battaglia è persa?
«Io sono un ingegnere, non un avvocato. Ma una domanda me la pongo: in Italia, dove ci sono giudici che guardano tante cose, è mai possibile che nessuno provi a capire se si va contro la Costituzione? Non c’è un giudice che guardi questa cosa d’ufficio? Noi ci siamo rivolti alla giustizia amministrativa, ma ci sono anche risvolti penali».
Ma perché ce l`avete tanto con l’inglese?
«Non siamo contro l’inglese, ma contro l’idea di chi vuole imporre un’anglicizzazione forzata in un settore importante come la cultura e soprattutto l’insegnamento. È qualcosa che va contro il nostro Paese, noi siamo italiani perché parliamo italiano».
In molti pensano che sia un processo ineluttabile.
«Certo, ma sono loro che portano avanti questa iniziativa a pensarla così. Il mondo in realtà sta andando in un’altra direzione, verso il multilinguismo. Siamo in Europa ma siamo italiani e dobbiamo mantenere la nostra identità».
(Da La Repubbica ed. Milano, 5/5/2014).

 




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