Polemica sulle lingue dei brevetti: Ue, pressioni sull’Italia per il brevetto europeo.

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Offshore a cura di Ivo Caizzi.

Ue, pressioni sull’Italia per il brevetto europeo.

Il governo Renzi valuta l’adesione.

Nel brevetto europeo Germania e Francia ricorsero a un’«azione di forza» per far inserire tedesco e francese come lingue ufficiali e per far escludere italiano e spagnolo. Ma Italia e Spagna hanno insistito nel rifiutare l’adesione, spiazzando tutti gli altri 26 Paesi membri aderenti. Da Parigi, Berlino e Bruxelles stanno così premendo sul governo di Matteo Renzi per convincerlo ad accettare il brevetto Ue e a isolare la Spagna nell’autoesclusione. Il presidente dell’Ufficio europeo brevetti (Epo), il francese Benoit Battistelli, è ricorso a un appello pubblico affinché a Roma accettino l’esclusione dell’italiano e l’aumento del costo del brevetto Ue con tedesco e francese in aggiunta all’inglese. L’attuale rinuncia dell’Italia non appare scomoda. Le imprese nazionali possono utilizzare i vantaggi dell’Epo presentando i loro brevetti in inglese, francese o tedesco, che diventano validi nei 26 Paesi aderenti. In Italia possono proteggersi utilizzando la lingua nazionale perché viene imposta anche ai concorrenti stranieri. Per le contestazioni si può sempre ricorrere allo speciale tribunale comunitario, a cui l’Italia ha aderito pur restando fuori dal brevetto Ue. In sostanza le piccole imprese, che non dispongono di mega-apparati legali come le multinazionali, sembrano avere più vantaggi che svantaggi. A Berlino e a Parigi si sono resi conto di rischiare l’autogol. Furono principalmente i responsabili del dossier nella Rappresentanza diplomatica presso l’Ue, durante il governo Berlusconi, a impegnarsi per far restare fuori l’Italia dal brevetto europeo : in modo da difendere l’uso della lingua italiana nell’Ue e, di conseguenza, il sistema Paese. Ma i successivi governi Monti e Letta iniziarono la retromarcia, dopo le pressioni a favore del trilinguismo dell’asse franco-tedesco e della Commissione europea. L’allora commissario francese al Mercato interno, il francese Michel Barnier, usò l’offerta di fondi Ue per le traduzioni per convincere i Paesi con le lingue escluse dall’introduzione del trilinguismo. Il commissario per l’Industria Antonio Tajani del Pdl ottenne il «sì» della Confindustria di Giorgio Squinzi, che inizialmente era favorevole al più economico uso solo dell’inglese e cambiò idea per il classico «piatto di lenticchie». Nell’Europarlamento l’eurodeputato del Pdl Raffaele Baldassarre s’impegnò a favore di tedesco e francese e per l’esclusione delle lingue di Dante e di Cervantes. L’Italia ha finito così per lasciare sola la Spagna nelle cause sul brevetto davanti alla Corte europea di giustizia, che ha poi deciso a favore dell’aggiunta di tedesco e francese (nonostante i Trattati Ue garantiscano la parità per tutte le lingue ufficiali dei 28 Paesi membri). Ma ne è uscita consolidata l’attuale situazione, che le lobby imprenditoriali di Berlino e di Parigi non prevedevano. E sono ripartite le pressioni su Palazzo Chigi. «Spero che l’Italia riconsidererà la sua posizione e si unisca», ha esortato il francese Battistelli, annunciando di voler registrare il primo brevetto Ue «l’anno prossimo». Ora Tajani è fuori dalla Commissione (è vicepresidente dell’Europarlamento). Baldassarre è stato bocciato dagli elettori alle elezioni. I lobbisti della Confindustria si stanno concentrando soprattutto sui peones del Pd. Ma il premier Renzi e la vicepresidente della Commissione Federica Mogherini non avrebbero ancora deciso se privilegiare i fondi Ue alle imprese per le traduzioni o se continuare (e magari potenziare) la difesa della lingua di Dante e del sistema Paese in Europa.
(Dal Corriere della Sera, 11/5/2015).




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