Più vicina un’elezione diretta per il capo della Commissione

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Mario Draghi qualche giorno fa è stato di una franchezza quasi brutale: «Molti governi devono ancora rendersi conto che hanno perso la sovranità da un pezzo perché hanno permesso ai loro debiti di crescere», aveva detto il presidente della Banca centrale europea allo Spiegel. «Suona come un paradosso, ma i Paesi dell’area euro potranno riconquistarla solo se accettano di condividere la sovranità a livello europeo».
Forse però neppure Draghi poteva prevedere la piega che questa nuova realtà sta per imprimere agli equilibri fra Paesi e istituzioni in Europa. In maniera strisciante, prende forma una svolta di cui (in parte) hanno perso il controllo anche i capi di Stato e di governo: per la prima volta, il presidente della Commissione potrebbe essere scelto con un voto a suffragio universale. Ciò non avverrebbe in un momento imprecisato del futuro, ma fra un anno e mezzo quando si insedieranno il prossimo europarlamento e il nuovo esecutivo dopo quello guidato oggi da José Manuel Barroso. L’idea nasce dal gruppo di undici ministri degli Esteri, guidati dal tedesco Guido Westerwelle (per l’Italia c’erano Giulio Terzi e il sottosegretario Marta Dassù), che per mesi hanno sviluppato una proposta di riforma costituzionale dell’Unione. La differenza è che stavolta bastano le regole attuali, non va cambiato né emendato niente. Prima delle europee del giugno 2014, le cosiddette «famiglie politiche» europee si preparano a indicare un proprio candidato per la guida della Commissione. Il Partito popolare potrà fornire il nome di uno dei suoi, mentre anche i socialisti, i liberali e la sinistra radicale si preparano a fare altrettanto: alla fine il partito che vince le europee di giugno 2014 esprimerebbe il presidente dell’esecutivo di Bruxelles.
Molti dei leader di governo non sono entusiasti, anche perché un’idea del genere limita le loro prerogative e rischia di rafforzare quelle della Commissione. Ma più passa il tempo, più sottrarsi è difficile. Spinta da Westerwelle, la Germania è a favore di questo meccanismo; l’Italia, la Spagna e la Polonia assecondano Berlino e neppure la Francia si oppone. L’obiettivo è che il successore di Barroso non sia più visto in Europa come un tecnocrate sconosciuto, ma come una figura politica che i cittadini hanno consapevolmente votato.
Fin qui la teoria. Nella pratica, i partiti stanno già preparando i nomi da candidare e nei governi ci si chiede come cambieranno gli equilibri in questa fase di tensioni sui debiti sovrani. Nel Partito socialista europeo il grande sostenitore dell’idea è Martin Schulz, in Italia celebre per il suo scontro con Silvio Berlusconi e oggi presidente dell’Europarlamento. Schulz spinge il Pse a nominare un candidato (sé stesso) e a quel punto il Ppe dovrà esplicitare il proprio: il favorito nel centrodestra per ora è il premier polacco Donald Tusk.
Una personalità legittimata in questo modo dal voto dovrà gestire le prossime tappe della crisi dell’euro. La Germania (e Draghi) pensano che la Commissione debba gestire di fatto un veto sui bilanci dei governi. Il trasferimento di sovranità verso Bruxelles sarebbe radicale, ma non è chiaro se una figura politicizzata sia accettabile per i governi e adatta a vigilare. Alle diplomazie un po` ovunque in Europa non dispiace, anche perché con questa idea ritrovano un ruolo in un sistema-euro dominato sempre più dalle burocrazie finanziarie. Anche molti dei leader vorrebbero mantenere per sé il monopolio della politica. Ma la Germania di Westerwelle e Angela Merkel vede in questa svolta un passo verso un controllo centrale dei bilanci nazionali: un motivo in più perché una nuova forma di suffragio europeo diventi inevitabile.

Federico Furbini
Corriere della Sera 02/11/2012




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