Più Italia nelle istituzioni: per il bene nostro e dell’Europa,

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di Alberto quadro Curzio

VERSO LE NOMINE DELLA UE

Il sistema Nella crisi abbiamo mostrato coesione sociale e solidità economica superiori agli altri Eurogruppo Il ministro Tremonti può guardare alla presidenza anche in virtù del successo del G8 a Lecce Le personalità Nei dicasteri economico -finanziari la figura di Mario Monti (e non solo) sarebbe utile alla Ue

Settimane di gran rilievo queste per l’Unione Europea. Domani il Parlamento europeo deciderà se confermare José Barroso alla presidenza della Commissione, il 17 si terrà un summit straordinario del Consiglio sotto la presidenza svedese in preparazione del vertice del G20 di fine mese a Pittsburgh, il 2 ottobre ci sarà il nuovo referendum irlandese sul Trattato di Riforma. Più avanti ci saranno le nomine dei commissari europei, del presidente del Consiglio (in carica per due anni e mezzo rinnovabili, se il nuovo Trattato europeo passerà), di altre importanti cariche nelle istituzioni della Ue27 e nell’Eurogruppo. Chiediamoci dunque qual è la posizione dell’Italia, con enfasi sui profili economici, sia in una prospettiva europea generale sia per avere un ruolo rilevante anche nelle nomine.

Sulla prospettiva europea dell’Italia abbiamo una grande continuità istituzionale che oggi è espressa dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che è stata espressa da Carlo Azeglio Ciampi nel suo settennato, che ha le sue radici nell’europeismo di Einaudi, De Gasperi, Spinelli per citare solo alcuni dei molti che hanno contribuito a costruire l’Europa unita e che bisogna ricordare per guardare in alto rispetto al nostro presente nazionale. In un discorso dei primi di settembre il presidente Napolitano, anche in dialogo a distanza con alcune personalità politiche europee, ha tracciato un lucido profilo dell’Europa che riassumiamo in due tonalità. Una riguarda la crisi economica ove egli ha espresso apprezzamento per il coordinamento delle azioni tra i governi nazionali, specie per impulso della presidenza francese del Consiglio europeo nel secondo semestre del 2008; ma ha anche rilevato che una azione comunitaria più intensa avrebbe potuto potenziare i risultati e tuttora può farlo specie per attenuare la disoccupazione. Napolitano ha anche auspicato che al G20 di Pittsburgh la Ue arrivi con una posizione unitaria per un nuovo quadro di regole per la finanza internazionale (tema sul quale egli ha apprezzato l’impegno italiano in occasione del G8 dell’Aquila) proponendo che nella riforma del Fmi e della Banca Mondiale, necessaria per avere una governance economica globale sostenibile che vada oltre i vari summit a geometria variabile, i Paesi europei esprimano un aggregato comune. La seconda tonalità è l’enfasi sulle istituzioni comunitarie europee che vivono una transizione nell’attesa dell’approvazione del Trattato di Riforma ma che non sono perciò da trascurare, sia per il grande ruolo del Parlamento sia per le importanti nomine istituzionali in corso e a venire. In conclusione vi è un paradigma euro-italiano al quale tutti noi dovremmo riferirci sempre.

Sul ruolo del nostro Paese, anche per le nomine nelle istituzioni europee, riteniamo vada fatta una scelta forte sul profilo economico-finanziario per almeno tre ragioni. In primo luogo perché nella crisi l’Italia ha dimostrato una coesione sociale, una solidità economica e del sistema bancario (a nostro avviso troppo criticato da alcuni) da utilizzare a fronte di molti altri Paesi (tra cui Gran Bretagna, Spagna e Irlanda) abili nell’acquisire ruoli europei ma molto colpiti dalla crisi. Anche i recenti dati Ocse dicono che l’Italia sta uscendo, con la Francia, prima degli altri dalla recessione e perciò speriamo che il 2009 chiuda assai meglio di molte previsioni sul crollo del Pil. In secondo luogo perché il ministro dell’Economia Giulio Tremonti può arrivare alla presidenza di Eurogruppo avendo acquisito notevole credibilità europea anche per i risultati del G8 finanziario di Lecce confermati tra l’altro dalla dichiarazione elaborata, soprattutto in vista del G20 di fine mese a Pittsburgh, da lui stesso e dai ministri dell’Economia di Francia, Germania, Olanda, Spagna ed anche del Lussemburgo (presidente dell’Eurogruppo) e della Svezia (presidente di turno di Ecofin). Vi è qui una posizione euro-continentale comune per evitare che banchieri e finanzieri di impronta anglosassone ci trascinino tra qualche anno dentro una nuova crisi causata dalla divaricazione tra economia reale e finanza speculativa. In terzo luogo perché abbiamo delle personalità di impronta e di esperienza europee (tra cui, ma non solo, Mario Monti) che in «dicasteri pesanti» di tipo economico-finanziario della Ue farebbero il vantaggio dell’Europa comunitaria, che non andrà molto lontano nelle prefigurate riforme della finanza e della economia mondiale confidando troppo in Barroso.

Un maggior ruolo dell’Italia nelle istituzioni della Ue farebbe infine anche il vantaggio del nostro Paese che necessita sia di prestigio internazionale sia di una forte responsabilità nazionale, incalzata dall’Europa, per eliminare quei ritardi storici che ci frenano nello sviluppo.


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