Più indipendenza dagli Usa è nata l’Onu di Internet

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Più indipendenza dagli Usa è nata l’Onu di Internet

I risultati della riunione a Tunisi, presente Kofi Annan, del primo summit del web: creato un organismo internazionale che affianchi l’Icann e risolva il ‘digital divide’

ANDREA RUSTICHELLI
La Repubblica

Cambia tutto perché non cambi nulla: secondo qualcuno dei presenti è la sintesi del World Summit on the Information Society appena concluso. In realtà, ad un’attenta analisi qualcosa è successo. Due erano i punti centrali: la governance di Internet e il digital divide con i paesi sottosviluppati. Il primo tema ha scombussolato le diplomazie di mezzo mondo, tutte concordi nel voler togliere agli Stati Uniti il controllo dell’Icann. E qualche passo avanti a Tunisi verso la devolution del web è stato fatto. C’era soddisfazione nella delegazione italiana, capeggiata dal ministro Stanca: l’Italia ha incassato un buon risultato a livello diplomatico, avendo promosso con Gran Bretagna e paesi scandinavi la parte principale del documento di quaranta paragrafi approvato al vertice, Tunis Commitment: la creazione dell’Internet Governance Forum, assemblea che sotto l’egida dell’Onu dovrà affiancare l’Icann raccogliendo esponenti dei vari governi, soggetti delle imprese e della società civile. Respinta la proposta di Francia, Germania e Spagna, che avrebbero voluto una rapida cessione di sovranità da parte dell’Icann in favore di un non meglio precisato organismo intergovernativo: contro di essa ha giocato l’imbarazzante consenso di paesi che non brillano per libertà d’opinione come Iran e Cina. Assenti dalla discussione sono stati i paesi africani, interessati piuttosto ai fondi per colmare il digital divide.
Nel documento finale non si menziona esplicitamente l’Icann, si parla però di un “approccio multilaterale” a Internet. Del resto lo stesso Kofi Annan è stato chiaro nel suo discorso inaugurale: «Siamo grati agli Usa per aver dato al mondo Internet, ma è ora necessario che essi accolgano l’istanza di una partecipazione internazionale». Gli Stati Uniti non escono sconfitti: l’Icann rimane operativa. Cambia però la filosofia di fondo che ispira la governance della Rete, che ora si apre alla supervisione internazionale.
Passeggiando per i padiglioni espositivi del World Summit molti paesi e diverse aziende avevano il loro si respirava l’inebriante dimensione babelica dell’Information Society attraversata dall’esperanto delle tre “w”. Si scopriva così che la Nigeria produce schermi al plasma sopraffini e che in Brasile il televoto funziona bene, con una macchina semplice che era a disposizione dei visitatori. Per non parlare dell’orgoglio di Cuba, il cui sobrio padiglione, in realtà un chiosco accogliente, ispirava un uso sociale e castigato delle nuove tecnologie. Tutto il contrario di quello giapponese, il più sfavillante di tutti: con telefonini sottili come fogli di carta o motociclette con supercomputer nel bauletto.
E in giro, a parte le trafelate delegazioni diplomatiche di tutti i colori, si incontrava il meglio delle menti della piazza internazionale. Oltre a Nicholas Negroponte, che con Kofi Annan ha presentato a Tunisi il laptop da 100 dollari per i bambini dei paesi poveri, c’era anche Richard Stallman, il guru del free software, alle prese con le “apprensioni” della polizia tunisina, che poco prima aveva espulso al suo arrivo in aeroporto il presidente di Reporter senza Frontiere (per non parlare dei molti siti oscurati). A Stallman la questione dell’Icann non interessa: «non capisco perché qui se ne parli tanto», rispondeva intrecciando con le dita la sua lunga barba, «è solo un fatto di nomi, il tema della libertà (cioè del free software, ndr) è molto più importante». Andando a parlare con quelli dell’Icann, sorprendeva la loro serenità. Eppure mai come in queste settimane l’ente è stato sotto tiro. «Abbiamo vinto un po’ tutti», afferma John Crain, britannico e responsabile del board tecnico. «I cambiamenti non ci spaventano, Internet è sempre in cambiamento». E Crain non ama sentir parlare di “controllo”: «noi non controlliamo il sistema degli indirizzi web, semplicemente lo gestiamo attraverso una rete che è sparsa in tutto il mondo». A sentirlo, l’Icann è il paradiso: e il fatto che sia sottoposta al Dipartimento del Commercio del governo Usa è solo una questione di forma.
Di tutt’altro parere il deputato italiano Vincenzo Vita, membro della nostra delegazione in rappresentanza delle Province, che ha presentato il progetto Liberi segnali dal deserto: «il neonato forum per la governance di Internet è sicuramente un primo passo, ma non garantisce alcuna operatività», dice. «Molto meglio se l’Europa fosse arrivata non divisa a questo vertice, proponendo una soluzione più realistica. Sul tema del digital divide, poi, sono del tutto insoddisfatto: nessuna decisione importante è stata presa, questo mostra l’urgenza di una riforma dell’Onu». Dal padiglione italiano allestito dall’Ice, il ministro ha ribadito la sua filosofia in materia di gap tecnologico. Stanca è contrario all’elargizione di fondi senza controllo ai paesi del terzo mondo, più auspicabile sarebbe la sinergia tra imprese e governi. «Diteci di cosa avete bisogno e noi ve lo portiamo, questo deve essere il motto», ha affermato illustrando i progetti italiani, in particolare sulla informatizzazione della pubblica amministrazione di paesi come Iraq e Mozambico, realizzati con Innovazione Italia.

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