Più importante l’italiano che il velo

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Il ministro Ferrero “Un corso di italiano in Tv, perché il problema è la lingua, non il velo

Un maestro Manzi per gli immigrati

di Maria Teresa Martinengo

“La vera sfida di questo tempo non è dire sì o no al velo, ma è riportare un maestro Manzi in tivù per tre milioni di immigrati”. Chi ha più di 45 anni lo ricorderà il maestro Manzi: insegnava l’italiano dal piccolo schermo all’Italia anni ‘60, unita da cento, ma non ancora una dal punto di vista linguistico. A credere in un nuovo, simbolico maestro televisivo è il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, che oggi sarà a Torino al convegno “Religioni e libertà: quale rapporto?”, promosso dall’associazione “Più dell’Oro” e patrocinato dalle Chiese evangeliche italiane. Un’occasione per parlare di minoranze religiose, del loro ruolo e riconoscimento. Inevitabile quindi pensare all’Islam italiano.

“Con l’Islam la strada maestra – dice Ferrero – è quella del dialogo nel rispetto. In questo senso la comprensione delle diverse storie religiose è decisiva e credo che andrebbe favorita anche nella scuola per la rilevanza che le fedi hanno oggi nella definizione delle identità. Ma il punto di fondo, l’emergenza attuale, è la conoscenza della lingua italiana. Un problema vero, quanto è finto quello del velo, per centinaia di migliaia di persone, e in particolare di donne, in Italia da anni senza poter leggere un giornale o ascoltare un tg, senza poter parlare con la madre di un compagno di scuola del figlio”. Dice ancora Ferrero: “Abbiamo discusso con il ministro Fioroni per quanto riguarda il sostegno all’inserimento dei bambini e con il direttore della moschea di Roma per capire se in moschea, dove si tengono corsi di arabo frequentatissimi da italiani, si possa insegnare l’italiano”. Per il ministro, insomma, aiutare gli immigrati significa “differenziare le opportunità, ripetere quel che si fece negli anni ’70 delle 150 ore. Anche il maestro Manzi va rifatto. Perché oggi siamo allo stesso punto di allora, quando i figli insegnavano ai genitori”.

(Da La Stampa, 28/10/2006).

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