Più Europa

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Più Europa ma l’euro forte è un problema

Che cos’è il Nord-est oggi? Come sta affrontando la crisi economica? E perché la politica può giocare un ruolo decisivo? Il sociologo Aldo Bonomi ne parla con Enrico Letta, capolista nella circoscrizione orientale per la Lista unitaria. Secondo il quale in questi anni l’unica ricetta del governo Berlusconi è stata la Tremonti bis. Che ha sprecato 6 miliardi di euro con interventi sbagliati. Occorre invece eliminare gli aiuti alla produzione di bassa qualità e invece in innovazione.. L’euro è stato una conquista fondamentale ma per i piccoli la moneta forte è un disastro.

ALDO BONOMI. Dopo un viaggio nei distretti italiani insieme a Pierluigi Bersani, tu hai scelto di candidarti per le Europee nel Nord-est, l'epicentro della crisi del cosiddetto capitalismo molecolare. Credo si possa dire che in realtà il Nord-est non esiste, è in parte un'invenzione retorica di questi anni. Che cos'è il Nord-est? Un grande territorio fatto di comunità locali ed economiche che ha sempre avuto la capacità di adattarsi a modelli che venivano da fuori: si è.adattato al fordismo con Marghera e con la Marzotto, si è adattato al capitalismo molecolare che in realtà arriva dalla via Emilia. Il Nord-est non rappresenta un sistema distrettuale classico: se tu escludi Montebelluna (Treviso) con le scarpe e Manzano (Udine) con le sedie, tutti gli altri sono sistemi produttivi territorializzati molto ampi, come la grande piattaforma produttiva del mobile tra Pordenone e Treviso. Ad esempio, la provincia di Vicenza accoglie quasi tutte le tipologie produttive ed ha un export altissimo. Sei d'accordo?
ENRICO LETTA. Sono d'accordo sulla base dell'esperienza empirica più che della teoria. Il nostro viaggio nei distretti risponde al tentativo di riconnettere l'economia reale con i grandi disegni politici. Negli' ultimi cinque anni noi siamo passati dall'euforia di Internet del 1999 e del 2000 alla depressione del dopo-11 Settembre alla grande paura della Cina del 2003. Queste vicende macroeconomiche sono piovute sull'economia reale (che nel Nord-est significa soprattutto microimpresa) in modo del tutto inatteso, come l'arrivo della grandine per l'agricoltura. Quando l'acciaio scompare dal mercato da un mese all'altro perché la Cina ne richiede quattro volte tanto, quando l'euro si rafforza del 20 per cento nell'arco di sessanta giorni, quando il petrolio in tre settimane scatta da 32 a 42 dollari al barile, ci troviamo di fronte a fenomeni mondiali che impattano immediatamente sul locale. L'idea del viaggio nei distretti mi è venuta un giorno a un convegno nelle Marche con Giuseppe De Rita: in quell'occasione lui insistette molto sulla necessità di riconnettere locale e globale, cosa che soltanto la politica può fare. Io e Bersani ci siamo mossi in questa direzione sapendo che è una strada faticosa: viaggiare per microterritori è complesso così come è complesso fare sintesi. Anche perché spesso ci confrontiamo con storie diverse. L'ho constatato anche in questa campagna elettorale che per me rappresenta il naturale proseguimento del viaggio nei distretti. Visto che la mia circoscrizione comprende anche l'Emilia Romagna, nell'arco di pochi giorni sono stato alla Parmalat e a vedere il grande successo della Technogym in Romagna. Poi sono andato a discutere con trecento piccoli imprenditori degli occhiali nel Cadore dove le dinamiche sono del tutto diverse. Se a tutto questo aggiungo l'apertura del muro di Gorizia e la moratoria per i lavoratori sloveni ci accorgiamo che dobbiamo riconnettere fenomeni distanti tra loro nel tempo e nello spazio. E solo la politica può farlo, anche se non è semplice.
B. Non conosco le dinamiche della politica ma leggo la tua candidatura nel Nord-est come un ulteriore momento di confronto con il mondo produttivo. Tu citavi due casi: Parmalat come esempio negativo di rapporto tra locale e globale e Technogym, cioè un’impresa che nasce nel locale ma che, grazie al discorso sulla tecnologia orientata al benessere tipica del distretto del piacere, oggi è leader negli Stati Uniti. Tuttavia l'Emilia Romagna non è il Nord-est dove invece troviamo tutti i grandi problemi irrisolti di cui hai parlato anche nel libro scritto con Bersani. Nell'ultima assemblea il presidente dell'associazione industriali di Vicenza, Massimo Calearo, ha detto una cosa molto importante: «Basta con la proliferazione delle aree artigiane e industriali (in provincia di Vicenza ce ne sono 200 o 220 e non si riesce ancora a censirle tutte); bisogna fare gerarchia e incominciare a costruire meno aree industriali ma attrezzate». Insomma, iniziamo ad accorgerci che solo con villetta, capannone e Bmw sotto casa non si va lontano. Prima accennavi alla caduta del muro di Gorizia. Un esempio che ci fa capire la centralità delle reti, della logistica, delle cerniere territoriali. Per il Nord-est sarà -importantissimo quanto Trento saprà fare porta verso il nord, Trieste verso l'est, Rovigo verso l'Emilia Romagna e Verona verso la Pedemontana lombarda. Il Nord-est deve tornare ad essere un territorio accogliente dal punto di vista delle reti e della qualità del lavoro. La logistica, l'esigenza di spalmare sul territorio le funzioni metropolitane dei servizi bancari (tu e Bersani parlate dei bond di distretto) mi sembra centrale.
L. Uno dei leit-motiv di questo viaggio nei distretti, che ha provocato anche accese discussioni, è legato a una domanda: qual è stata la politica principale del governo Berlusconi in termini industriali? La Tremonti-bis. Per me quel provvedimento rappresenta l'elemento emblematico di uno scontro tra due diverse idee di sviluppo. L'idea della Tremonti-bis è quella di un intervento orizzontale. La nostra idea, invece, è di un intervento verticale, selettivo. L'approccio di Tremonti è quello di lisciare il pelo all'imprenditore dicendogli: «Ecco una mancia, fai tu, non mi interessa altro». È un approccio che ha diviso il mondo produttivo. Tanti, secondo me in buona fede, l'hanno visto come una boccata d'ossigeno in un momento di grande difficoltà, senza rendersi conto del pericolo.
B. È la differenza tra quelle che io chiamo imprese-molla e le imprese-trivella.
L. Sì. Il nostro ragionamento, invece, si gioca sulla selettività. Il problema non si risolve con le mance, con l'elemosina. Devo dire che su questo terreno ho trovato grande consapevolezza da parte del mondo produttivo. L'ho intuita anche dalle parole di Massimo Calearo cui facevi riferimento. Il punto è che non c'è bisogno di un aumento brutale della capacità produttiva. La Tremonti-bis ha prodotto tanti capannoni nuovi, che si sono andati ad aggiungere ai tanti che già esistono, capannoni vuoti che oggi attendono un sindaco compiacente per un cambio di destinazione d'uso dell'area. Per la Tremonti-bis si sono buttati via almeno 6 miliardi di euro, gli unici soldi utilizzati da questo governo per politiche industriali e fiscali a favore dello sviluppo in questi tre anni. Soldi sottratti alla legge 46 e alla 488, cioè gli strumenti con i quali si può fare quell'intervento verticale e selettivo sull'innovazione di cui c'è bisogno. Insieme a imprese e sindacati è necessario fare un cambio di marcia: eliminare tutto ciò che è aiuto alla produzione di bassa qualità (che aiuta solo a sbagliare), per far salire la nostra capacità produttiva sulla scala dei valore con interventi pubblici, selettivi e mirati.
B. Il centrosinistra, però, deve stare molto attento a presentarsi solo come l'innovatore dall’alto perché rischia di perdere – sul terreno dell'accompagnamento e del dialogo sociale quella componente orizzontale e proliferante con la quale dobbiamo comunque fare i conti. Se non dialoghiamo con le imprese-trivella le trivelle s'identificheranno solo e sempre con Berlusconi e con la Lega. Esistono due tipi di selettività. La prima è quella del mercato. È una notizia di questi giorni che Geox si quoterà in borsa. Un esempio di verticalità virtuosa: un’ impresa che nasce dentro il distretto, cresce, va a Timisoara in Romania e si.quota in Borsa. Ma la selettività rimanda anche ad alcuni problemi di territorio. Nel Nord-est, per esempio, manca la città-regione: è molto importante che siano coniugate funzioni urbane e funzioni territoriali. Il centrosinistra spesso è forte sulle porte (Trieste, Rovigo, Trento, Verona) ma è debole nel centro del sistema. E quel centro va affrontato, anche accompagnando quelli che non ce la fanno: bisogna iniziare a fare anche politiche di aiuto per i deboli.
L. Accolgo la critica: la considero un po' il nostro tallone d'Achille. Noi siamo bravi a individuare i problemi, ma abbiamo problemi sugli strumenti e sulla modalità di accompagnamento. Per esempio la programmazione negoziata: una grande idea applicata spesso con farraginosità. La direzione però è quella. La logica di distretto va recuperata per ragionare sulle quattro grandi criticità della piccola impresa: innovazione, internazionalizzazione, accesso al credito, e accesso al mercato del lavoro. La media-grande impresa italiana oggi è relativamente in salute: i dati degli ultimi due trimestri sono positivi. Basti, pensare a Merloni, Tod's, Technogym. Il problema è la piccola dimensione. Ma nel distretto l'intervento pubblico verticale si accompagna all'orizzontalità della dimensione territoriale. B. Ti segnalo un fatto importante: il contratto regionale degli artigiani, con il principio della territorializzazione della contrattazione.
L. Certo. Dobbiamo ringraziare chi ci ha lavorato, sia nel mondo sindacale che in quello produttivo: è stato un segnale di controtendenza importantissimo in un momento in cui da quei mondi arrivavano solo segnali negativi.
B. Penso anche alla grande funzione che potrebbero svolgere gli enti bilaterali, luoghi di mutualismo, di formazione, di terziario qualificato. Il bond-distretto va in questa direzione. Ma penso anche a mutue di assistenza per chi è in difficoltà, sia dal punto di vista formativo che del welfare.
L. Aggiungo il tema della crisi della rappresentanza che s'infila in questo discorso come il coltello nel burro. Noi veniamo da anni di oggettiva crisi dei meccanismi partecipativi. Uno dei danni più gravi provocati dal berlusconismo è stato quello di parlare agli associati tagliando fuori i rappresentanti. Questo è stato utile al presidente del consiglio per vincere le elezioni, ma rappresenta un fatto molto grave per governare i processi. Se cerchi di colpire i sindacati e di dividerli finisci per dare legittimità solo a chi è contro e a non firmare più accordi. Stesso discorso vale per gli imprenditori: credo che il compito principale per la presidenza Montezemoto sia oggi quello di dare forza alla rappresentanza in un momento in cui le difficoltà su questo terreno sono enormi.
B. Sì, ma non aspettiamoci che tutto discenda da Confindustria: ricordiamoci dei piccoli!
L. Ti dirò di più: è importante aiutare i piccoli in tutti gli sforzi che stanno compiendo per superare il particolarismo.
B. Un ultimo tema che riguarda soprattutto il Nord-est. In quel territorio l'Europa è vista o come un padre severo che detta solo regole oppure come un Grande fratello che vuole controllare tutto. Quando vai in giro a parlare agli artigiani del Nord-est ti senti ripetere che non ne possono più delle regole. L’Europa, soprattutto la Commissione, è vista come l'espressione di una “dittatura del regolismo”. E invece bisogna ricominciare a far capire che l'Europa è una madre che accoglie e che accompagna. È un mutamento culturale indispensabile nel nostro rapporto con l'Europa grazie al quale possiamo superare i fondamentalismi di chi sostiene che è tutta colpa solo dell'Euro.
L Dimostri di conoscere motto bene questa terra. Sono le parole che mi sento ripetere spesso. La retorica europeista non serve più a nulla. E lo dico da europeista classico quale mi considero. In questa campagna elettorale ho imparato a cambiare registro. La vecchia retorica europeista è stata spazzata via dagli eventi di questi anni. Che cosa si deve fare allora? Da una parte dobbiamo sapere che certe scelte impopolari le può fare solo l'Europa. Pensiamo solo all'importanza di avere aperto i mercati, di avere liberalizzato, di aver creato concorrenza senza la scorciatoia degli aiuti di stato. Detto questo dobbiamo anche aggiungere che non è immaginabile che nella situazione economica di oggi la politica monetaria dell'Europa vada per conto suo. Oggi l'euro forte ha reso la moneta più impopolare dell'aumento dei prezzi: per i piccoli l'euro forte è un disastro. E poi c'è il tema delle regole. Dobbiamo lavorare per una dinamica di responsabilità virtuosa: occorre rendere le regole di Bruxelles omogenee al nostro tessuto produttivoun esempio: il mondo dell'artigianato ha una specificità tutta italiana, rappresenta una filiera produttiva molto importante, molto più che negli altri paesi europei. Ma questi problemi si risolvono con “più Europa”, non con “meno Europa”. Voglio dire che se insisti per il voto all'unanimità pensando di tutelare l'interesse nazionale, produci il risultato opposto. La stessa cosa per l'euro. Due cifre da ricordare: 113 miliardi di euro gli interessi sul debito pubblico nel 1996 (cioè prima dell'ingresso nell'euro), 69 miliardi di euro gli interessi nel 2003. L'euro ci consente ogni anno di risparmiare 84mila miliardi di vecchie lire. Se non ci fosse la moneta unica ogni anno dovremmo fare manovre finanziarie pesantissime, con aumenti di tasse e tagli alla spesa sociale. L'euro è stata una conquista straordinariamente importante.
B. Sono contento che tu esprima questa carica da “sindacalista del Nord-est in Europa”. Secondo me ce n’è un grande bisogno.

Giovanni Cocconi
Europa 29.05.2004, p.8






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