Più equilibrio transatlantico con una Costituzione forte

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Più equilibrio transatlantico con una Costituzione forte

Sì alla relazione transatlantica – sento dire da alcuni – ma solo se è una partnership equilibrata fra Europa e Stati Uniti, non segnata dalla leadership degli stessi Stati Uniti. L'allargamento e la Costituzione europea hanno perciò senso proprio in vista di un tale risultato. E pensarla altrimenti – questo magari non lo si dice, ma di sicuro lo si pensa – rivela l'accettazione di una sudditanza che quanto meno ai progressisti non è consentita.
Nulla è meglio di una partnership equilibrata – rispondo io. Ma guardiamo in faccia la realtà e le alternative che essa ci offre. Cominciamo dalla forza militare. Io sono il primo a pensare che l'attuale supremazia degli americani li rende forti ma non onnipotenti, giacché le risorse militari non sono un passe-partout per i problemi del mondo (specie se gestite con l'attuale unilateralismo). Resta il fatto che per il ragionevole futuro loro manterranno una tale supremazia, noi europei non abbiamo né l'intenzione di metterla in discussione né i mezzi per farlo ed essa continuerà comunque a pesare sul loro piatto della bilancia. Come giocare allora la partita del riequilibrio? Salto a pie' pari il capitolo dell'economia, nel quale potremo anche fare grandi cose, ma rendiamoci conto che le faremo necessariamente insieme a loro, data la vera e propria interpenetrazione dei nostri
apparati produttivi e finanziari. La partita del riequilibrio ce la dovremmo allora giocare tutta sul terreno politico e quindi sulla forza delle nostre politiche “soft” nel rendere migliori e più sicure le condizioni del mondo (e nell'orientare a tal fine la stessa economia).
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Ebbene, ce la sentiamo di scommettere su una forza del genere non dopodomani, ma domani? E davvero c'è qualcuno che pensa che, se domani non l'avremo, lo si dovrà all'azione ostativa degli americani, spaventati da una tale prospettiva e intenti a prevenirla con il divide et impera?
Non è così. E non lo è perché qui entrano in gioco le nostre quotidiane miserie, il tira e molla di questo o quello Stato membro, o di questo o quel gruppo di Stati membri, sul diritto di ciascuno a nominare un membro della Commissione, su una politica estera nella quale il ministro degli Esteri, se riuscirà a esserci, dovrà dipendere sempre dalla unanime volontà del Consiglio, sulla eguaglianza che ovunque e comunque va assicurata tra Stati grandi e Stati piccoli, sui casi di voto a maggioranza da ridurre sempre più. Sono – i lettori lo avranno capito – i temi di cui si sta discutendo in questi giorni in vista della riunione di giugno che dovrebbe approvare la Costituzione europea. C'è ancora, in questi negoziati, lo spirito costituente che in qualche misura animò la Convenzione? C'è il senso del futuro, del peso dell'Europa nel mondo affinché essa non soggiaccia alla leadership di alcuno e quindi della forza, da dare alla sua tanto invocata «voce unica»?
Diciamoci la verità. Sono pochissime le voci che si levano per riaffermarli e non saremo
mai abbastanza grati al nostro presidente Ciampi per la caparbia lungimiranza con cui continua a farlo. Ma con il procedere dei negoziati le perdite aumentano e i governi più tradizionalmente europeisti, forse perché devono fronteggiare ondate successive di richieste e di arretramenti, finiscono per combatterne alcuni per lasciar perdere su altri. Non voglio allungare più del necessario questa parentesi sulla Costituzione, ma è importante sapere che da una parte ci si trova a dover arginare le richieste di quorum assurdamente alti entro il nuovo principio della doppia maggioranza, tali da renderne inutile l'adozione. Da un'altra si combatte una rinnovata battaglia per salvare la figura stessa del ministro degli Esteri, nuovamente messa in discussione dopo i mille aggiustamenti già adottati per renderla accetta ai più diffidenti. Da una terza si fronteggia l'ennesima richiesta dei piccoli perché né nel 2009 né mai vi sia una riduzione del numero dei Commissari. E intanto da una quarta si perde per la strada il voto a maggioranza in politica estera, quando il Consiglio deliberi su proposta del ministro degli esteri (una clausola che sembra stia cadendo proprio in questi giorni).
Ebbene, l'Europa che uscirà da una Costituzione così travagliata avrà una forza politica unificante e per ciò stesso unitaria paragonabile a quella degli Stati Uniti? Oppure saremo ancora, e non so quanto a lungo, un conglomerato di Stati, che faticosamente definiranno obiettivi e posizioni comuni senza neppure gli strumenti per importi a se stessi, con il risultato che poi continueranno a parlare sulla scena internazionale con una pluralità di voci? Personalmente continuerò a battermi perché riusciamo ad arrivarci ad un'Europa più unita e più forte, ma nessuno di noi può sottrarsi alla necessaria chiarezza sul nostro ruolo prima di quel traguardo e per lo stesso caso che, vedendolo ancora lontano, un manipolo dei nostri Stati decidesse di avviare per conto suo una maggiore integrazione.
Dovrebbe un'Europa ancora a metà strada tra unità (soprattutto in politica internazionale) e sovranità nazionali sottrarsi alla relazione transatlantica per sottrarsi al primato americano? E dovrebbe fare la stessa cosa una pur meritoria avanguardia, più unita al suo
interno dell'insieme dell'Unione, ma troppo piccola per bilanciare gli Stati Uniti? Ma se lo facesse, quali sarebbero le conseguenze sulla stessa Europa e sul mondo, nel per durare comunque di un primato, esercitando il quale gli americani sarebbero spinti proprio da noi sulla strada dell'unilateralismo?
Lo so che le mie risposte a queste domande ne sollevano altre, che investono i temi e i modi di una partnership asimmetrica e mettono comunque alla frusta la nostra capacità di renderla praticabile nel perdurare dei nostri tortuosi meccanismi di consenso interno. Ma non ci risolve il problema, né ipotizzare come unico interlocutore degli Stati Uniti un'Europa che non c'è, né mettere in stand by l'Europa che c'è. Durante la guerra fredda l'unità europea era ancora più indietro e la relazione era certo asimmetrica. Eppure, sulla premessa di una solida fiducia reciproca, gli americani si adeguarono più volte, e su temi rilevanti, all'opinione degli alleati europei. Diciamo caso mai che occorre anche un'Amministrazione Usa che senta il bisogno di una partnership con l'Europa (per farla vivere occorre certo essere in due a volerla). Ma non è detto che presto non arrivi. A quel punto il rinnovare i termini e gli obiettivi della stessa partnership al servizio della sicurezza e del benessere del mondo potrebbe essere proprio la palestra nella quale addestrare l'Europa a quell'unità che al momento non è ancora capace di darsi.

IL SOLE 24 ORE, 06.06.2004, p. 1




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