Pino Daniele: l’invenzione vincente dell’anglo-napoletano che univa due mondi.

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IL LINGUAGGIO.

L’invenzione vincente dell’anglo-napoletano che univa due mondi.

Così il Mascalzone latino incrociò suoni, parole e culture.

di Pasquale Elia.

Una città che tutto assorbe. Incrocio di suoni, linguaggi, culture, odori, passioni. Una terra in bilico costante tra la voglia di cedere alla tentazione di lasciarsi trasportare dal soffio impetuoso della modernizzazione e il desiderio di non voltare le spalle alla tradizione. Pino Daniele aveva imparato a piazzarsi al centro dei venti con l’abilità di un giunco che ondeggia ritmicamente seguendo folate vecchie e nuove. Napoli e l’America, due mondi lontani e una contaminazione difficile da immaginare. Eppure il Mascalzone latino aveva intravisto una possibile strada per un crossover lessicale (ma ancor prima musicale) che diventerà l’arma vincente per scalare velocemente l’anima di migliaia e migliaia di persone. Napoletani e americani, una convivenza forzata nata durante la Seconda guerra mondiale, quando le truppe di liberazione arrivarono ai piedi del Vesuvio e la città sembrò popolarsi improvvisamente di tanti Don Lurio, partenopei dall’accento improbabile che tentavano di ripetere in modo maccheronico termini che afferravano al volo nei vicoli pattugliati dai soldati. E in questo clima, nel 1944 spuntò ‘Tammurriata nera : «American express / damme ‘o dollaro ca vaco e pressa / ca sinò vene ‘a pulis / mett? ‘e mmane arò vo? essa» («…dammi il dollaro che vado di fretta / qua sennò viene la polizia / mette le mani dove vuole essa»). Dopo poco più di un decennio arrivò l’ironica Tu vuo’ fa’ L’americano di Renato Carosone: «Mericano, mericano… / ma si’ nato in Italy! / sient’ a mme nun ce sta niente ‘a fa’ / ok, napulitan!». Quando uscirono queste canzoni, Pino Daniele o non era ancora nato o aveva circa un anno, ma quel linguaggio dall’aspetto meticcio evidentemente gli si appiccicò addosso e in seguito gli rimbalzò nella testa scatenandogli la voglia di costruire il suo originale canzoniere anglo-napoletano. Il primo esempio di commistione tra dialetto partenopeo e inglese salta fuori da Pino Daniele , il secondo album pubblicato dal Mascalzone latino. Il brano si intitola Ue man! ed è la vicenda di un povero disgraziato che cerca di scucire un po’ di soldi ad un marinaio americano spingendolo ad entrare in un night: «Ca tutt’ quante amma campa’ / nu poche ‘e dollars to me / e me ne faje ì’ » («Qua tutti quanti dobbiamo vivere / un po’ di dollari per me / e me ne fai andare»). E a cosa si sia ispirato Daniele per scrivere questa storia è facile da intuire: finito il conflitto mondiale, gli Stati Uniti hanno prolungato la loro permanenza in città stabilendo la residenza alla base Nato di Bagnoli con inevitabili conseguenze di coabitazione. E poi sono arrivate Have you seen my shoes : «Tant’’o ssaje se è pe’ mme / I don’t care senza ‘e te» («Tanto lo sai se è per me / a me non interessa [nulla] senza di te»), Yes I know my way , Keep on movin , Me so’ mbriacato ‘e te forever … Ma Pino Daniele, oltre ad aver avuto il merito di aver rivestito le sonorità del Golfo con un blues dai colori mediterranei, è stato anche il musicista che è riuscito a ridonare al dialetto napoletano un’attualità attraverso vocaboli ed espressioni vernacolari che fino a quel momento erano perlopiù legati a brani della tradizione ( O sole mio , O surdato ‘nnammurato , Funiculì funiculà …). Così gli italiani tutti hanno imparato dal Nero a metà che appocundria è quel sentimento molto simile alla saudade brasiliana; che schizzechea è il rumore intermittente che fa la pioggia nel cadere a terra; che ogni scarrafone (scarafaggio) è bello alla sua mamma; che la Bella ‘ mbriana è uno spirito benigno della casa. E chissà invece quanti ricorderanno che in I got the blues Pino Daniele confessava ad un amico: «i’ forze nun torno cchiù» («io forse non torno più»).
(Dal Corriere della Sera, 6/1/2015).




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