Perché l’inglese non è una lingua franca

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Perché l’inglese non è una lingua franca – di Michele Gazzola*

Il 26 settembre è la giornata europea delle lingue. Café Babel, giustamente, coglie l’opportunità per dare spazio alla delicata questione delle lingue in Europa, in particolare quando fa notare che “sono ormai in molti a sostenere l’elezione della lingua di Shakespeare a lingua ufficiale dell’Unione Europea” (Europa: preservare le identità culturali o provocare un caos linguistico?). Visto che la questione è cruciale per il futuro dell’Europa, vale la pena spendere qualche parola a riguardo. E par fare chiarezza è necessario anzitutto sfatare un mito:
l’inglese non è una “lingua franca”.
La lingua franca, propriamente detta, era un “idioma di fortuna” realmente esistito nel bacino del Mediterraneo a partire dall’epoca delle Crociate sino quasi all’inizio del 1800. La lingua franca era costituita da un ibrido delle diverse lingue dei paesi che si affacciavano sul mare ed era usata soprattutto nei rapporti commerciali. Caratteristica essenziale della lingua franca era il non essere lingua “ufficiale” di nessuna delle comunità linguistiche coinvolte nella comunicazione. L’inglese quindi non è una lingua franca propriamente detta perché è la lingua di alcuni paesi membri dell’Unione europea, il Regno Unito e l’Irlanda. A questa osservazione si risponde spesso che l’inglese parlato nel Regno unito non ha più nulla a che fare col cosiddetto “inglese internazionale”, che è ormai una lingua sui generis, libera e priva di proprietari. Ma sarà vero? In realtà, l’inglese internazionale come lingua a sé non esiste, non ha un lessico proprio, una sintassi omogenea, uno standard nettamente distinto dall’inglese britannico o americano. È semplicemente un inglese che ognuno parla a modo suo, e quindi frammentario e diversificato. Non a caso, quello che accade in realtà è che per avere la garanzia di capirsi tutti fanno lo sforzo di orientarsi verso le stesse regole e gli stessi standard, che per forza di cose sono quelli dell’inglese britannico o americano, con buona pace di chi sostiene che l’inglese è “di chi se lo prende”. D’altra parte, chi va a studiare inglese in Germania o va a ripetizioni da un prof. di inglese slovacco? Supponiamo tuttavia per un momento che un “inglese internazionale” esista: forse che gli inglesi spenderebbero un solo centesimo per impararlo? No di certo; continuerà ad esserci chi può farsi capire parlando la sua lingua e chi invece deve passare anni sui banchi di scuola o delle ore a guardare Sex and the City. Insomma, da qualsiasi parte la si veda, c’è chi paga per qualcosa (in questo caso l’inglese) e c’è chi approfitta gratuitamente dello sforzo altrui. Non solo quindi i nostri amici britannici approfittano dell’immensa industria dei testi, delle vacanze studio, dei corsi legati alla lingua, valutata intorno all’1% del PIL, ma guadagnano semplicemente risparmiando sull’insegnamento delle lingue straniere. D’altra parte, a cosa serve che io insegni le lingue straniere se tutti imparano la mia (o, che è lo stesso, se tutti insegnano “l’inglese internazionale”)? La questione non è da sottovalutare, anche per i risvolti economici che essa comporta. Secondo un recente studio, infatti, si stima che il Regno Unito guadagna, a titolo netto, almeno 10 miliardi di euro all’anno dalla posizione egemone della lingua inglese, più di dieci volte quello che spende l’Unione europea per assicurare il multilinguismo nelle sue istituzioni (“Le multilinguisme préférable au «tout-à-l'anglais»”, le Figaro, 16 giugno 2005). Quindi, non solo dal punto di vista linguistico, ma anche da quello economico, l’inglese è tutto tranne che una lingua franca. Al contrario, essa è una lingua che dà enormi vantaggi materiali e simbolici anzitutto agli anglofoni di lingua madre, e che resta invece un oneroso impegno per la maggioranza degli europei. Ben vangano quindi le iniziative europee di sostegno e promozione del multilinguismo e della diversità, in cui, ben inteso, anche l’inglese deve avere il suo spazio. Ben venga quindi la giornata europea delle lingue. Non si tratta di inveire contro una lingua piuttosto che un’altra: è il problema dell’egemonia linguistica che va risolto, indipendentemente da quale sia la lingua egemone. Invitare gli europei a studiare le lingue del loro vicino, aprirsi anche culture di altre lingue, mantenere vivo in loro l’interesse per il mondo che li circonda (mondo che, ricordiamolo, è multilingue) è un primo modo per bilanciare il trasferimento di risorse materiali e simboliche che, senza rendersene conto, i non anglofoni fanno ai paesi di lingua inglese.

*Assistente di ricerca in economia delle lingue presso l’Osservatorio “Economia Lingue Formazione”, Università di Ginevra. www.elf.unige.ch

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3 Commenti

Oltremare
Oltremare

<DIV id=RTEmultiCSSID style="POSITION:Relative; FONT-FAMILY:Arial"><P align=justify><FONT size=4>Perché l’inglese non è una lingua franca - di Michele Gazzola*<BR><BR>Il 26 settembre è la giornata europea delle lingue. Café Babel, giustamente, coglie l’opportunità per dare spazio alla delicata questione delle lingue in Europa, in particolare quando fa notare che “sono ormai in molti a sostenere l’elezione della lingua di Shakespeare a lingua ufficiale dell’Unione Europea” (Europa: preservare le identità culturali o provocare un caos linguistico?). Visto che la questione è cruciale per il futuro dell’Europa, vale la pena spendere qualche parola a riguardo. E par fare chiarezza è necessario anzitutto sfatare un mito: <BR>l’inglese non è una “lingua franca”. <BR>La lingua franca, propriamente detta, era un “idioma di fortuna” realmente esistito nel bacino del Mediterraneo a partire dall’epoca delle Crociate sino quasi all’inizio del 1800. La lingua franca era costituita da un ibrido delle diverse lingue dei paesi che si affacciavano sul mare ed era usata soprattutto nei rapporti commerciali. Caratteristica essenziale della lingua franca era il non essere lingua “ufficiale” di nessuna delle comunità linguistiche coinvolte nella comunicazione. L’inglese quindi non è una lingua franca propriamente detta perché è la lingua di alcuni paesi membri dell’Unione europea, il Regno Unito e l’Irlanda. A questa osservazione si risponde spesso che l’inglese parlato nel Regno unito non ha più nulla a che fare col cosiddetto “inglese internazionale”, che è ormai una lingua sui generis, libera e priva di proprietari. Ma sarà vero? In realtà, l’inglese internazionale come lingua a sé non esiste, non ha un lessico proprio, una sintassi omogenea, uno standard nettamente distinto dall’inglese britannico o americano. È semplicemente un inglese che ognuno parla a modo suo, e quindi frammentario e diversificato. Non a caso, quello che accade in realtà è che per avere la garanzia di capirsi tutti fanno lo sforzo di orientarsi verso le stesse regole e gli stessi standard, che per forza di cose sono quelli dell’inglese britannico o americano, con buona pace di chi sostiene che l’inglese è “di chi se lo prende”. D’altra parte, chi va a studiare inglese in Germania o va a ripetizioni da un prof. di inglese slovacco? Supponiamo tuttavia per un momento che un “inglese internazionale” esista: forse che gli inglesi spenderebbero un solo centesimo per impararlo? No di certo; continuerà ad esserci chi può farsi capire parlando la sua lingua e chi invece deve passare anni sui banchi di scuola o delle ore a guardare Sex and the City. Insomma, da qualsiasi parte la si veda, c’è chi paga per qualcosa (in questo caso l’inglese) e c’è chi approfitta gratuitamente dello sforzo altrui. Non solo quindi i nostri amici britannici approfittano dell’immensa industria dei testi, delle vacanze studio, dei corsi legati alla lingua, valutata intorno all’1% del PIL, ma guadagnano semplicemente risparmiando sull’insegnamento delle lingue straniere. D’altra parte, a cosa serve che io insegni le lingue straniere se tutti imparano la mia (o, che è lo stesso, se tutti insegnano “l’inglese internazionale”)? La questione non è da sottovalutare, anche per i risvolti economici che essa comporta. Secondo un recente studio, infatti, si stima che il Regno Unito guadagna, a titolo netto, almeno 10 miliardi di euro all’anno dalla posizione egemone della lingua inglese, più di dieci volte quello che spende l’Unione europea per assicurare il multilinguismo nelle sue istituzioni (“Le multilinguisme préférable au «tout-à-l'anglais»”, le Figaro, 16 giugno 2005). Quindi, non solo dal punto di vista linguistico, ma anche da quello economico, l’inglese è tutto tranne che una lingua franca. Al contrario, essa è una lingua che dà enormi vantaggi materiali e simbolici anzitutto agli anglofoni di lingua madre, e che resta invece un oneroso impegno per la maggioranza degli europei. Ben vangano quindi le iniziative europee di sostegno e promozione del multilinguismo e della diversità, in cui, ben inteso, anche l’inglese deve avere il suo spazio. Ben venga quindi la giornata europea delle lingue. Non si tratta di inveire contro una lingua piuttosto che un’altra: è il problema dell’egemonia linguistica che va risolto, indipendentemente da quale sia la lingua egemone. Invitare gli europei a studiare le lingue del loro vicino, aprirsi anche culture di altre lingue, mantenere vivo in loro l’interesse per il mondo che li circonda (mondo che, ricordiamolo, è multilingue) è un primo modo per bilanciare il trasferimento di risorse materiali e simboliche che, senza rendersene conto, i non anglofoni fanno ai paesi di lingua inglese.<BR><BR>*Assistente di ricerca in economia delle lingue presso l’Osservatorio “Economia Lingue Formazione”, Università di Ginevra. www.elf.unige.ch<!-- editby --></FONT></P></DIV>[addsig]

alonsopatonzo
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<DIV id=RTEmultiCSSID style="POSITION:Relative; FONT-FAMILY:Arial"><P align=justify><FONT size=4>Perché l’inglese non è una lingua franca - di Michele Gazzola*<BR><BR>Il 26 settembre è la giornata europea delle lingue. Café Babel, giustamente, coglie l’opportunità per dare spazio alla delicata questione delle lingue in Europa, in particolare quando fa notare che “sono ormai in molti a sostenere l’elezione della lingua di Shakespeare a lingua ufficiale dell’Unione Europea” (Europa: preservare le identità culturali o provocare un caos linguistico?). Visto che la questione è cruciale per il futuro dell’Europa, vale la pena spendere qualche parola a riguardo. E par fare chiarezza è necessario anzitutto sfatare un mito: <BR>l’inglese non è una “lingua franca”. <BR>La lingua franca, propriamente detta, era un “idioma di fortuna” realmente esistito nel bacino del Mediterraneo a partire dall’epoca delle Crociate sino quasi all’inizio del 1800. La lingua franca era costituita da un ibrido delle diverse lingue dei paesi che si affacciavano sul mare ed era usata soprattutto nei rapporti commerciali. Caratteristica essenziale della lingua franca era il non essere lingua “ufficiale” di nessuna delle comunità linguistiche coinvolte nella comunicazione. L’inglese quindi non è una lingua franca propriamente detta perché è la lingua di alcuni paesi membri dell’Unione europea, il Regno Unito e l’Irlanda. A questa osservazione si risponde spesso che l’inglese parlato nel Regno unito non ha più nulla a che fare col cosiddetto “inglese internazionale”, che è ormai una lingua sui generis, libera e priva di proprietari. Ma sarà vero? In realtà, l’inglese internazionale come lingua a sé non esiste, non ha un lessico proprio, una sintassi omogenea, uno standard nettamente distinto dall’inglese britannico o americano. È semplicemente un inglese che ognuno parla a modo suo, e quindi frammentario e diversificato. Non a caso, quello che accade in realtà è che per avere la garanzia di capirsi tutti fanno lo sforzo di orientarsi verso le stesse regole e gli stessi standard, che per forza di cose sono quelli dell’inglese britannico o americano, con buona pace di chi sostiene che l’inglese è “di chi se lo prende”. D’altra parte, chi va a studiare inglese in Germania o va a ripetizioni da un prof. di inglese slovacco? Supponiamo tuttavia per un momento che un “inglese internazionale” esista: forse che gli inglesi spenderebbero un solo centesimo per impararlo? No di certo; continuerà ad esserci chi può farsi capire parlando la sua lingua e chi invece deve passare anni sui banchi di scuola o delle ore a guardare Sex and the City. Insomma, da qualsiasi parte la si veda, c’è chi paga per qualcosa (in questo caso l’inglese) e c’è chi approfitta gratuitamente dello sforzo altrui. Non solo quindi i nostri amici britannici approfittano dell’immensa industria dei testi, delle vacanze studio, dei corsi legati alla lingua, valutata intorno all’1% del PIL, ma guadagnano semplicemente risparmiando sull’insegnamento delle lingue straniere. D’altra parte, a cosa serve che io insegni le lingue straniere se tutti imparano la mia (o, che è lo stesso, se tutti insegnano “l’inglese internazionale”)? La questione non è da sottovalutare, anche per i risvolti economici che essa comporta. Secondo un recente studio, infatti, si stima che il Regno Unito guadagna, a titolo netto, almeno 10 miliardi di euro all’anno dalla posizione egemone della lingua inglese, più di dieci volte quello che spende l’Unione europea per assicurare il multilinguismo nelle sue istituzioni (“Le multilinguisme préférable au «tout-à-l'anglais»”, le Figaro, 16 giugno 2005). Quindi, non solo dal punto di vista linguistico, ma anche da quello economico, l’inglese è tutto tranne che una lingua franca. Al contrario, essa è una lingua che dà enormi vantaggi materiali e simbolici anzitutto agli anglofoni di lingua madre, e che resta invece un oneroso impegno per la maggioranza degli europei. Ben vangano quindi le iniziative europee di sostegno e promozione del multilinguismo e della diversità, in cui, ben inteso, anche l’inglese deve avere il suo spazio. Ben venga quindi la giornata europea delle lingue. Non si tratta di inveire contro una lingua piuttosto che un’altra: è il problema dell’egemonia linguistica che va risolto, indipendentemente da quale sia la lingua egemone. Invitare gli europei a studiare le lingue del loro vicino, aprirsi anche culture di altre lingue, mantenere vivo in loro l’interesse per il mondo che li circonda (mondo che, ricordiamolo, è multilingue) è un primo modo per bilanciare il trasferimento di risorse materiali e simboliche che, senza rendersene conto, i non anglofoni fanno ai paesi di lingua inglese.<BR><BR>*Assistente di ricerca in economia delle lingue presso l’Osservatorio “Economia Lingue Formazione”, Università di Ginevra. www.elf.unige.ch<!-- editby --></FONT></P></DIV>[addsig]

E.R.A.
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<DIV id=RTEmultiCSSID style="POSITION:Relative; FONT-FAMILY:Arial"><P align=justify><FONT size=4>Perché l’inglese non è una lingua franca - di Michele Gazzola*<BR><BR>Il 26 settembre è la giornata europea delle lingue. Café Babel, giustamente, coglie l’opportunità per dare spazio alla delicata questione delle lingue in Europa, in particolare quando fa notare che “sono ormai in molti a sostenere l’elezione della lingua di Shakespeare a lingua ufficiale dell’Unione Europea” (Europa: preservare le identità culturali o provocare un caos linguistico?). Visto che la questione è cruciale per il futuro dell’Europa, vale la pena spendere qualche parola a riguardo. E par fare chiarezza è necessario anzitutto sfatare un mito: <BR>l’inglese non è una “lingua franca”. <BR>La lingua franca, propriamente detta, era un “idioma di fortuna” realmente esistito nel bacino del Mediterraneo a partire dall’epoca delle Crociate sino quasi all’inizio del 1800. La lingua franca era costituita da un ibrido delle diverse lingue dei paesi che si affacciavano sul mare ed era usata soprattutto nei rapporti commerciali. Caratteristica essenziale della lingua franca era il non essere lingua “ufficiale” di nessuna delle comunità linguistiche coinvolte nella comunicazione. L’inglese quindi non è una lingua franca propriamente detta perché è la lingua di alcuni paesi membri dell’Unione europea, il Regno Unito e l’Irlanda. A questa osservazione si risponde spesso che l’inglese parlato nel Regno unito non ha più nulla a che fare col cosiddetto “inglese internazionale”, che è ormai una lingua sui generis, libera e priva di proprietari. Ma sarà vero? In realtà, l’inglese internazionale come lingua a sé non esiste, non ha un lessico proprio, una sintassi omogenea, uno standard nettamente distinto dall’inglese britannico o americano. È semplicemente un inglese che ognuno parla a modo suo, e quindi frammentario e diversificato. Non a caso, quello che accade in realtà è che per avere la garanzia di capirsi tutti fanno lo sforzo di orientarsi verso le stesse regole e gli stessi standard, che per forza di cose sono quelli dell’inglese britannico o americano, con buona pace di chi sostiene che l’inglese è “di chi se lo prende”. D’altra parte, chi va a studiare inglese in Germania o va a ripetizioni da un prof. di inglese slovacco? Supponiamo tuttavia per un momento che un “inglese internazionale” esista: forse che gli inglesi spenderebbero un solo centesimo per impararlo? No di certo; continuerà ad esserci chi può farsi capire parlando la sua lingua e chi invece deve passare anni sui banchi di scuola o delle ore a guardare Sex and the City. Insomma, da qualsiasi parte la si veda, c’è chi paga per qualcosa (in questo caso l’inglese) e c’è chi approfitta gratuitamente dello sforzo altrui. Non solo quindi i nostri amici britannici approfittano dell’immensa industria dei testi, delle vacanze studio, dei corsi legati alla lingua, valutata intorno all’1% del PIL, ma guadagnano semplicemente risparmiando sull’insegnamento delle lingue straniere. D’altra parte, a cosa serve che io insegni le lingue straniere se tutti imparano la mia (o, che è lo stesso, se tutti insegnano “l’inglese internazionale”)? La questione non è da sottovalutare, anche per i risvolti economici che essa comporta. Secondo un recente studio, infatti, si stima che il Regno Unito guadagna, a titolo netto, almeno 10 miliardi di euro all’anno dalla posizione egemone della lingua inglese, più di dieci volte quello che spende l’Unione europea per assicurare il multilinguismo nelle sue istituzioni (“Le multilinguisme préférable au «tout-à-l'anglais»”, le Figaro, 16 giugno 2005). Quindi, non solo dal punto di vista linguistico, ma anche da quello economico, l’inglese è tutto tranne che una lingua franca. Al contrario, essa è una lingua che dà enormi vantaggi materiali e simbolici anzitutto agli anglofoni di lingua madre, e che resta invece un oneroso impegno per la maggioranza degli europei. Ben vangano quindi le iniziative europee di sostegno e promozione del multilinguismo e della diversità, in cui, ben inteso, anche l’inglese deve avere il suo spazio. Ben venga quindi la giornata europea delle lingue. Non si tratta di inveire contro una lingua piuttosto che un’altra: è il problema dell’egemonia linguistica che va risolto, indipendentemente da quale sia la lingua egemone. Invitare gli europei a studiare le lingue del loro vicino, aprirsi anche culture di altre lingue, mantenere vivo in loro l’interesse per il mondo che li circonda (mondo che, ricordiamolo, è multilingue) è un primo modo per bilanciare il trasferimento di risorse materiali e simboliche che, senza rendersene conto, i non anglofoni fanno ai paesi di lingua inglese.<BR><BR>*Assistente di ricerca in economia delle lingue presso l’Osservatorio “Economia Lingue Formazione”, Università di Ginevra. www.elf.unige.ch<!-- editby --></FONT></P></DIV>[addsig]

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