Perché l’abbandono scolastico tra i figli degli immigrati è così elevato?

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Perché l’abbandono scolastico tra i figli degli immigrati è così elevato?

Più di un alunno straniero su tre lascia dopo la licenza media.

Sono 814.187 gli stranieri iscritti nelle scuole italiane nell’anno scolastico 2014/2015, l’1,4% in più dell’anno precedente. Oltre metà di loro, il 55,3%, è nato in Italia. E, stando ai trend attuali, più di un terzo, il 35%, è destinato a non andare oltre la licenza media, una percentuale che scende al 15% tra i giovani italiani tra i 18 e i 24 anni. I dati sono contenuti in un approfondimento della Fondazione Di Vittorio sui figli dei migranti e la loro formazione scolastica, contenuto nella ricerca ‘Immigrazione e sindacato’. Il tutto mentre il Senato sta discutendo lo ius culturae sulla concessione della cittadinanza italiana a chi è nato in Italia e ha studiato nel nostro Paese. Quali sono le cause di queste difficoltà scolastiche per i figli degli immigrati?
A lavoro troppo presto
In Italia il lavoro minorile è vietato dalla legge per chi ha meno di 16 anni. Eppure il fenomeno ha una sua consistenza: i
minori tra i 7 e i 15 anni con una qualche esperienza di lavoro sono stimabili in circa 340mila, il 7% della popolazione in quell’età. I minori stranieri che lavorano sono spesso impiegati in fasce orarie serali o notturne (dopo le 22), in modo continuativo (almeno 3 mesi nell’arco dell’anno, almeno una volta a settimana e almeno due ore al giorno). Sono esperienze che si svolgono nella maggior parte dei casi come forma di sostegno alle attività professionali delle famiglie, anche all’interno del mondo delle piccole e piccolissime imprese a gestione familiare e che spesso vengono percepite come moderatamente pericolose dai minori stessi. Numerosi gli studi che hanno sottolineato i legami potenziali tra le esperienze di lavoro prima dei 16 anni e il fenomeno degli “Early School Leavers”.E a casa non sentono parlare italiano
Un altro motivo del non brillante rendimento dei minori stranieri a scuola è l’apprendimento della lingua italiana. Il tasso di partecipazione alla scuola dell’infanzia dei bambini con background migratorio è, secondo l’Istat, del 74,9% rispetto all’oltre 90% che caratterizza in media i minori italiani. Ma la lingua parlata in casa dai nuclei familiari di provenienza straniera è anche l’italiano in meno di 4 casi su 10 (38,5%), un valore che si abbassa al 30,9% nei nuclei familiari con figli che hanno meno di 5 anni e che si alza, viceversa, dove ci siano figli più grandi e scolarizzati che portano a casa la loro seconda lingua, il cosiddetto ‘italiano filiale’.
In questo quadro, sottolinea la Fondazione, diventa quindi fondamentale la frequenza della scuola dell’infanzia. Bisogna evitare che una quota consistente di bambini con background migratorio arrivi a misurarsi con la scuola primaria, e quindi con l’apprendimento di lettura e scrittura, senza una sufficiente familiarità con l’italiano parlato, in condizioni di forte svantaggio.
Più bocciati tra gli stranieri
Questi handicap in ingresso e il lavoro precoce contribuiscono a determinare i numeri delle bocciature/ripetenze. Nonostante i progressivi miglioramenti tra il 2010/11 e il 2014/15, sono in ritardo di uno o più anni quasi la metà dei 14enni stranieri, il 62,7% dei 15enni, i due terzi degli ultrasedicenni, effetto combinato tra i ritardi in ingresso e le ripetenze. I ripetenti stranieri nella scuola primaria sono l’1,4% (0,2% gli italiani), il 7,5% nella scuola media (2,7% gli italiani), il 12,8% nella secondaria di secondo grado (7,1% gli italiani). In ogni grado di scuola sono in maggiore svantaggio i nati all’estero rispetto ai nati in Italia. E l’integrazione, come tutte le sfide più importanti, parte sempre dall’educazione.
(www.agi.it, 21/8/2017).

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