Perché il Global Standard parla poco l`inglese

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Perché il Global Standard parla poco l`inglese
DI MARIO RICCIARDI

proposta del Global Standard – nata da l'intuizione di Giulio Tremonti – sta muovendo i primi passi. La commissione voluta dal ministro delle Finanze ha infatti redatto un documento che contiene dodici «principi comuni e standard» la cui adozione dovrebbe contribuire a rilanciare l`economia mondiale verso una «crescita stabile». In realtà, leggendolo, si ha l`impressione che l`ambizione sia anche quella di mettere a disposizione dei governi e degli operatori economici un modello di come dovrebbero essere regolati certi mercati. Non ci si preoccupa solo dell`efficienza, ma si insiste anche sulla “fairness” della produzione e degli scambi, con un`attenzione considerevole alle asimmetrie informative tra le parti. L`idea di fondo che ispira il documento è stata più volte illustrata dallo stesso Tremonti: in un`economia globale non è accettabile che le regole siano locali. La possibilità, da parte del grande business, di scegliere di volta in volta le legislazioni e le giurisdizioni più favorevoli, perché meno attente alla tutela dei consumatori, è uno degli ostacoli più seri alla ricostituzione della fiducia degli investitori e quindi alla ripresa dell`economia. Allo stato attuale non è chiaro in quali forme questi principi, e gli standard che contengono, dovrebbero essere adottati. La semplice adesione volontaria da parte degli operatori economici – importante – non è sufficiente. Senza una garanzia di effettività da parte di un`autorità terza rispetto alle parti è difficile immaginare che essi ottengano l`effetto desiderato. Da questa considerazione nasce probabilmente la prudenza con cui si guarda alla proposta del Global Standard da parte del governo britannico, che a differenza di quelli tedesco, francese e italiano sembra nutrire qualche perplessità sull`idea proposta da Tremonti. A questa “freddezza” non sono estranee differenze culturali tra il Regno Unito e i Paesi del continente. Nelle giurisdizioni di common law infatti c`è un`attenzione più forte, rispetto a quelle di civil law, alla dimensione dell`operatività concreta di regole e standard che dipende, in buona parte dal modo in cui esse vengono intese, da chi ha il compito di applicarle e farle ri spettare. L`idea del codice, che per i giuristi continentali si come la solu- zione naturale per problemi di semplificazione o di coordinamento normativo, viene considerata oltre Manica con un certo scetticismo. Perplessità non del tutto priva di fondamento. Alcune delle espressioni impiegate nella formulazione dei principi, e prima tra tutte propria la più importante – “fairness” – sono vaghe e potrebbero essere intese in modo anche molto diverso nel contesto di diverse culture pubbliche. Ciò non vuol dire che la proposta del Global Standard sia da ri gettare. La vaghezza e l`apertura del linguaggio con cui si formulano principi normativi è inevitabile, e sarebbe illusorio pensare che una disciplina dettagliata che preveda ogni circostanza sia possibile. Inoltre, l`uso di un linguaggio come quello che è stato impiegato nella redazione dei principi ha il considerevole vantaggio di mettere a disposizione degli operatori e degli interpreti formulazioni sufficientemente elastiche da consentire di articolarle progressivamente alla luce delle conseguenze che in concreto le diverse interpretazioni degli standard dovessero generare. Certo, questo processo di specificazione richiede un`uniformità culturale che oggi non c`è ancora del tutto. Ma questa è soltanto una ragione per essere prudenti, non la dimostrazione che il pessimismo sia fondato. La sfida lanciata dal Global Standard è di armonizzare e uniformare la disciplina dell`economia collocando le regole su uno sfondo di principi comuni, una sorta di etica pubblica dell`economia, che ne garantisca la giustizia. Un progetto che sarebbe piaciuto a John Rawls, anche perché sembra in parte ispirato dallo stesso tipo di approccio che egli ha presentato nella sua teoria della giustizia come “fairness”. Non un codice, dunque, ma piuttosto un insieme di principi da applicare alle principali istituzioni economiche in modo da plasmare una struttura di base della società che sia più giusta e rispettosa dei diritti. Se funzionasse, sarebbe a vantaggio di tutti. Nonostante sia stata proposto da un ministro di un governo di destra, il progetto del Global Standard è stato elaborato con il contributo di alcuni autorevoli esponenti della cultura riformista di questo Paese. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i candidati alla segreteria del Pd.

Il Riformista, 8 luglio 2009

Questo messaggio è stato modificato da: annarita, 08 Lug 2009 – 00:25 [addsig]




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