Per una politica della lingua

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Un convegno al Vittoriale: la proposta di Giordano Bruno Guerri

Una legge nel nome del Vate
Guai ai nemici dell’italiano

di Pino Casamassima

“Per una politica della lingua”, questo il titolo della giornata di studi che si svolge al Vittoriale quest’oggi su prposta dell’onorevole Paola Frassinetti, promotrice di una legge per la salvaguardia dell’italiano, il professor Lucio D’Arcangelo, e del presidente Giordano Bruno Guerri, secondo il quale “la nostra lingua è diventata una lingua di massa, fragile nella grammatica, minacciata dall’inglese dilagante, mutata fin dalla sintassi dal linguaggio tachigrafico degli sms e dal gergo internautico”. “Per difenderla – prpone Guerri – occorre un progetto pilota di cui soltanto un organo governativo può farsi carico, in un dialogo costruttivo tra politica e cultura”. Il convegno nasce per dare forza a quel progetto di legge, che fra i suoi intenti ha quello della salvaguardia dell’identità culturale di un Paese, “rimandando al mittente le facili quanto superficiali e pretestuose accuse di idea fascista, come del fascista per lungo tempo s’è dato a chi parlava di patria”.
Per tutta la sua gestione governativa, la Lega Nord è stata sempre impegnata su fronte opposto: quello della valorizzazione dei dialetti (tanto da riportare la doppia scritta italiano – dialetto locale nei comuni in cui governa). Il vizio di fondo sta nella sterile competizione rispondente alla logica del togliere anziché aggiungere. Pisolini, uno che se ne intendeva di linguaggi, ha lasciato formidabili testimonianze letterarie sia in italiano che in friulano.
Scendendo sul terreno della cosiddetta concretezza – dice Guerri – voglio spiegare le ragioni “tecniche”della valorizzazione dell’Italiano. I nostri Gps sono i migliori del mondo, eppure veniamo guidati da indicazioni dall’accento teutonico, e questo la dice lunga sulla colonizzazione che finora abbiamo subito e continuiamo a subire sul piano tecnologico. Ma andiamo oltre: l’introduzione di una “tecnologia italiana” qunto snellirebbe gli iter processuali? Quanti processi procederebbero in modo esponenzialmente più rapido grazie a “cancellieri automatici” capaci di tradurre simultaneamente il linguaggio orale in quello scritto?”. Un tema, quello di “Un codice grammaticale per il diritto e la pubblica amministrazione” sviluppato da Michele Cortellazzo. Altro tema, attualissimo, quello su “I dubbi dell’italiano nell’epoca di Internet”. Dubbi legittimi che provengono dalla triste constatazione dell’uso sempre più disinvolto di un linguaggio spurio che naviga sul web alla velocità di una superficialità tanto banale quanto deleteria, sia per l’italiano, sia per l’inglese. “Quando qualcuno mi chiede un feedback, rispondo sempre se intende un italianissimo “riscontro”, sorride Guerri. Una resa d’armi culturale che non trova giustificazione se non con un tempo in cui alla colonizzazione tecnologica s’è accoppiata quella culturale, all’insegna peraltro di una velocità da telefonino (xjé 6 h? Traduzione: perché sei a casa?) che sgretola dalle fondamenta la lingua. “Eppure – incalza il presidente del Vittoriale – l’italiano è una delle 4 lingue più studiate al mondo per il suo gigantismo culturale nel campo dell’arte, dell’architettura, la lirica, la letteratura: Dante è conosciuto ai quattro angoli della terra, come anche Pirandello, Malaparte, Calvino, Eco”.
Tornando alla “praticità”, un altro tema del convegno è “il politichese ovvero l’importanza di non spiegarsi”: un linguaggio che ha bisogno di traduttori professionali quali avvocati e commercialisti in primis. “E’ necessario creare una Autorità, non una Authority, per carità, ma un’autorità capace di sorvegliare e intervenire concretamente”. Tematiche che trovano nel Vittoriale la dimora più coerente. “Il Vate – conclude Guerri – cesellò versi sapienti ma fu anche uomo di lettere sempre all’avanguardia e seppe difendere l’italiano facendone il sigillo di un’identità nazionale. E’ a lui che dobbiamo tante locuzioni entrate ormai nel nostro lessico familiare; è grazie a D’Annunzio se oggi parliamo di “beni culturali”, se sappiamo che la parola automobile è di genere femminile e se disponiamo di un termine, “tramezzino”, che ci difende dall’invasione del sandwich”.
(Da La Nazione, 2/3/2012).




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