Per sopravvivere, l’ Unione Europea diventi una vera democrazia

Posted on in Europa e oltre 5 vedi

Idee e Opinioni OLTRE LA CRISI FINANZIARIA

Per sopravvivere, l’ Unione Europea diventi una vera democrazia

E se, dopo tutto, gli euroscettici avessero visto giusto? E se il sogno di un’ Europa unita – scaturito dai timori di nuove guerre e alimentato dalla speranza di lasciarsi alle spalle il concetto antiquato di nazione-Stato per imboccare la strada della cittadinanza europea – si fosse andato a infrangere nel vicolo cieco delle utopie? A prima vista, l’ attuale crisi – che secondo le previsioni di taluni finirà col dilaniare l’ Unione – è di natura finanziaria. Jacques Delors, uno degli architetti dell’ euro, oggi sostiene che la sua idea di una moneta unica era ottima, ma che l’ «attuazione» si è rivelata difettosa, poiché ai Paesi più deboli è stato consentito di indebitarsi eccessivamente. Ma la crisi più profonda è a livello politico. Quando gli Stati sovrani dispongono della propria valuta, i cittadini vedono di buon occhio il trasferimento delle risorse fiscali a favore delle regioni più deboli. È l’ espressione della solidarietà nazionale, fondata sulla consapevolezza che i cittadini di una nazione sono accomunati dal medesimo destino e sono pronti, in una fase di crisi, a sacrificare i propri interessi a favore della collettività. Sentimento, questo, che peraltro non sempre affiora nemmeno negli Stati nazionali. Molti italiani del Nord si chiedono perché debbano continuare a sovvenzionare il Sud meno abbiente. I ricchi fiamminghi del Belgio sono risentiti all’ idea di mantenere i disoccupati valloni. Eppure, nel complesso, proprio come i cittadini di tutti gli Stati democratici riconoscono e accettano il governo che ha vinto le ultime elezioni, la popolazione partecipa allo sforzo di solidarietà economica, poiché fondato sul concetto di appartenenza a una medesima patria. Ma proprio perché l’ Unione Europea non è né una nazione-Stato né una democrazia, non esiste un «popolo europeo» capace di sostenere l’ Ue nei momenti più critici. I ricchi tedeschi e olandesi non sono affatto disposti ad allentare i cordoni della borsa per salvare le economie disastrate di Grecia, Spagna e Portogallo. Anziché mostrarsi solidali, ecco che tedeschi e olandesi salgono sul pulpito, quasi che tutti i problemi dell’ Europa mediterranea fossero conseguenza di pigrizia, sciatteria o altre degenerazioni innate dei cittadini del Sud. Ne consegue che questi moralizzatori rischiano di far crollare sulle nostre teste il tetto della casa comune, rinfocolando proprio quei pericoli che l’ Unione Europea, con la sua creazione, si proponeva di scongiurare. L’ Europa deve trovare al più presto un nuovo assetto politico, oltre che finanziario. Sarà pure un cliché, ma è palese che oggi l’ Europa è afflitta da un «deficit democratico». Il problema è che la democrazia ha sinora soltanto funzionato all’ interno delle nazioni-Stato. Le nazioni-Stato non sono per principio monoculturali, né monolinguistiche. Pensiamo alla Svizzera, o all’ India. Né occorre che siano democrazie: guardiamo la Cina, il Vietnam, Cuba. La democrazia, tuttavia, esige che i cittadini sentano profondamente la loro appartenenza alla patria comune. È possibile far scaturire questa consapevolezza in un organismo sovranazionale come l’ Unione Europea? Se la risposta è no, sarebbe meglio restituire la sovranità ai singoli Stati europei, rinunciare alla moneta unica e dimenticare quel sogno di unità che oggi minaccia di trasformarsi in incubo. È quanto pensano gli euroscettici più radicali in Gran Bretagna, i quali, sin dall’ inizio, non hanno mai condiviso il sogno europeo. Se è facile denigrare tali atteggiamenti come tipico sciovinismo britannico – la visione angusta di un popolo felice di godersi il suo splendido isolamento – non dimentichiamo però, a difesa del Regno Unito, che la sua democrazia è storicamente la più longeva e la meglio collaudata tra tutte quelle dell’ Europa continentale. Eppure, anche qualora fosse possibile sciogliere l’ Europa, i costi dell’ operazione si rivelerebbero enormi. Abbandonare l’ euro, per esempio, metterebbe in ginocchio il sistema bancario dell’ intero continente, tanto in Germania e nel ricco Nord come pure al Sud. E se le economie di Grecia e Italia fanno fatica a riprendersi all’ interno dell’ eurozona, immaginiamo quanto sarebbe difficile ripianare i debiti in euro con dracme o lire svalutate. Oltretutto, accanto agli aspetti finanziari, si correrebbe il serio pericolo di veder vanificati tutti i vantaggi che l’ Ue ci ha assicurato finora, specie per quanto riguarda la posizione dell’ Europa sullo scenario mondiale. Nuovamente isolate, le nazioni europee dovrebbero accontentarsi di assai scarsa considerazione su scala globale. Unita, invece, l’ Europa conta ancora moltissimo. L’ alternativa allo smantellamento dell’ Ue è lo sforzo concertato verso il suo rafforzamento: mettere in comune il debito e creare un Tesoro europeo. Per fare accettare una simile mossa ai suoi cittadini, l’ Ue deve dotarsi di maggior democrazia, e ciò può solo scaturire da un senso vitale di solidarietà europea, che non nasce certo da inni, bandiere e altre stramberie inventate dai burocrati a Bruxelles. Tanto per cominciare, occorre convincere i ricchi europei del Nord che è nel loro interesse rafforzare l’ Unione, e questo è un dato oggettivo. Dopo tutto, sono loro ad aver tratto i maggiori benefici dall’ euro, che ha favorito le esportazioni verso le regioni del Sud dell’ Europa. Se questo è un compito che spetta ai politici di ogni singola nazione, è indubbio che occorre altresì avvicinare al più presto i cittadini europei alle istituzioni comunitarie insediate a Bruxelles, nel Lussemburgo e a Strasburgo. Forse è auspicabile che i cittadini eleggano direttamente i membri della Commissione europea, tramite campagne elettorali condotte in più Paesi membri, non esclusivamente nel proprio. E forse gli europei dovrebbero scegliersi un presidente. La democrazia rischia di apparire una follia utopistica in una comunità di 27 Stati membri, ma vale la pena considerare questa possibilità, se non abbiamo già rinunciato in partenza al sogno di costruire un’ Europa più unita. E chi decide ciò che è possibile e ciò che non lo è? Guardiamo le squadre di calcio, le istituzioni più insulari – se non addirittura tribali – del mondo moderno. Trent’ anni fa, chi avrebbe mai immaginato che le due società calcistiche più celebri di Londra – Arsenal e Chelsea – avrebbero avuto un allenatore francese e portoghese rispettivamente, e calciatori provenienti da Spagna, Francia, Portogallo, Brasile, Russia, Serbia, Repubblica Ceca, Polonia, Messico, Ghana, Corea del Sud, Olanda, Belgio, Nigeria e Costa d’ Avorio? A proposito, sì, ci sono anche un paio di giocatori inglesi!

di Buruma Ian
(traduzione di Rita Baldassarre)

Corriere della Sera, pag 49
8 dicembre 2011




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.