Per Londra l’Europa è sempre più lontana

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Un sondaggio rivela: il 51% vuole rompere con l'Ue. E Cameron cede: la secessione "non è impossibile"

Il 1 gennaio 1973, la Gran Bretagna entrava a far parte di quella che allora era la Comunità Economica Europea, e il primo ministro Edward Heath diceva alla Bbc: «Saremo più efficienti, più competitivi nell'accesso ai mercati non solo in Europa ma nel resto del mondo». Quarant'anni dopo sono in pochi a festeggiare l'anniversario, che cade in un momento difficile e cruciale nei rapporti tra Ue e Gran Bretagna: gli euroscettici, in aumento, chiedono a David Cameron un referendum per decidere se
stare dentro o fuori, e lo stesso primo ministro ha detto per la prima volta che l'ipotesi di
un'uscita è «immaginabile», anche se ha specificato che questa non è la sua posizione.
Il 15 gennaio, Cameron, conservatore come Heath, terrà un discorso programmatico, molto atteso e più volte rimandato, sui rapporti con l'Ue. Chiederà probabilmente di rinegoziare i termini dell'adesione britannica e offrirà chiarimenti sul referendum. I rapporti tra Londra e Bruxelles sono tradizionalmente complessi: la Gran Bretagna ha sempre rivendicato la sua insularità rispetto al «Continente», e grazie
alla clausola opt-out si è tirata fuori da alcuni aspetti dell'integrazione, primo fra tutti la moneta unica. Ma ha anche bilanciato con una partecipazione (più o meno convinta a seconda dei momenti e dei leader): l'Ue resta dopo tutto il suo più grande sbocco commerciale.
La crisi dell'eurozona e la recessione economica hanno messo a dura prova questi rapporti. Un sondaggio del Guardian rivela che la maggioranza (51%) è contraria a restare i favorevoli nella Ue. Poco più di 10 anni fa, erano il 68%. In questo quadro, e in vista delle elezioni del 2015, Cameron si trova sotto pressione da più fronti. La possibilità di una rinegoziazione dei termini di adesione preoccupa gli alleati
Ue. Il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy ha detto che se ogni Stato membro potesse scegliere solo le parti del trattato che preferisce «l'Unione in generale e il mercato unico in particolare collasserebbero rapidamente»; il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha ammonito Londra dicendo che senza la Ue la sua influenza nel mondo sarebbe ridotta. L'ala destra dei conservatori vuole un referendum. Ma il vice di Cameron nel governo di coalizione, Nick Clegg, preme per restare.
«Sarebbe una drammatica inversione non di decenni, ma di secoli di impegno e leadership britannica», ha detto il capo del partito Liberai Democratico, tradizionalmente filo europeo e attualmente in calo di consensi. Ma Cameron deve guardarsi anche da destra, dove sta perdendo punti a vantaggio della formazione populista Ukip, il Partito dell'Indipendenza per il Regno Unito, in ascesa anche grazie alla retorica anti-Ue del suo leader carismatico Nigel Farage. Cameron ha per ora escluso un quesito secco in/out. Secondo gli osservatori, prometterà un referendum sulla ridefinizione dei termini della partecipazione in Europa. Sarebbe il secondo dopo quello che nel 1975 vide la vittoria dei sì all'adesione con il 67%. Si potrebbe tenere tra il 2015 e il 2020, e la promessa della consultazione dovrebbe essere parte integrante del manifesto elettorale dei Tories per le elezioni del 2015. Cameron spera di evitare la fine che fece nel 1990 Margareth Thatcher, caduta proprio sull'Europa.

(di Alessandra Rizzo, da La Stampa, 28/12/2012)




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