Per le Pmi l’Europa è un’occasione da non perdere

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ACCESSO AL CREDITO

Per le Pmi l’Europa è un’occasione da non perdere

di Stefano Manzocchi

L’attenzione che la Commissione europea e i governi dell’Unione – in primo luogo il nostro – stanno dedicando al tema delle piccole e medie imprese non nasce soltanto dall’ovvia considerazíone che le piccole imprese rappresentano una quota importante del Prodotto interno lordo e dell’occupazione. Nasce anche da una lettura della crisi attuale che non riduce le difficoltà dell’economia europea alle divergenze dei cicli macroeconomici, alla carenza di domanda aggregata e agli squilibri delle bilance commerciali.
Cruciale avere accesso all’Europa
La crisi attuale ha una componente strutturale e microeconomica, che riguarda la trasformazione ancora insufficiente e lenta dei comportamenti degli operatori, siano essi imprese, consumatori, banche o parti della Pa. Le Pmi sono a buon diritto centrali nella strategia di "Europa 2020” per una crescita sostenibile, durevole e inclusiva dell’economia comunitaria Non solo infatti una trasformazione delle Pmi nella direzione di una maggior efficienza è una condizione irrinunciabile per rendere più produttiva l’economia europea, ma le Pmi stesse rappresentano una risorsa cruciale per l’innovazione e lo sviluppo nel nostro continente. Il motivo è presto detto: dalle piccole iniziative imprenditoriali possono nascere nuove aziende e intere filiere che sappiano intercettare le nuove domande per beni e servizi che si manifestano, oppure sappiano proporre nuove merci a potenziali clienti in giro per il mondo. Non si tratta affatto di "piccolo è bello" e neppure "brutto": le Pmi sono anzitutto una realtà delle nostre economie che va accompagnata e sollecitata in un processo di trasformazione che aprirà nuovi scenari economici e sociali. In questo quadro, la questione del credito è fondamentale. Le piccole hanno più difficoltà ad accedervi e devono subire le condizioni imposte dagli intermediari assai più delle grandi. Da qui l’attenzione che i governi nazionali e la Commissione danno al tema: basti pensare al recente rifinanziamento del Fondo di garanzia italiano per 5 miliardi.
Le operazioni della Bei sono fondamentali a questo riguardo, in particolare per il nostro paese. Si tratta della principale istituzione comunitaria per la finanza a medio-lungo termine e un intermediario che grazie al suo rating e al sostegno della Ue riesce a prestare a condizioni assai favorevoli. Se chiediamo più Europa a livello di politiche fiscali e finanziarie, dobbiamo presto imparare a usufruirne sempre meglio. È decisivo in una situazione come la nostra, con l’alto debito pubblico e relativa scarsa libertà di manovra. Il record nazionale del passato non è esattamente brillante: enormi ritardi nell’uso dei fondi comunitari (solo l’azione in extremis dei ministri Fitto e Barca ha consentito di recuperare circa 8 miliardi che sarebbero andati perduti entro quest’anno), scarso successo con i fondi
comunitari di ricerca del Settimo programma quadro, come dei precedenti. I numeri che Il Sole 24 Ore presenta sono lusinghieri Si tratta di numeri importanti, che forse indicano una nuova tendenza degli operatori italiani a far ricorso agli strumenti comunitari con più intensità e con più successo. Gli strumenti spesso non mancano, si tratta di vincere la pigrizia intellettuale a usarli e di dotarsi delle competenze per farlo.
Serve, insomma, una buona dotazione di capitale immateriale alle nostre Pmi per accedervi, parte di quegli asset intangibili che come spesso ricordiamo sono la chiave per l’evoluzione, l’innovazione e il successo imprenditoriale nel mondo attuale. La Bei si sta attrezzando con nuove linee strategiche per il credito dei prossimi anni: si tratta di studiarne sin da ora le condizioni e le potenzialità.
(Da Il Sole 24 Ore, 8/7/2013).




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