Per la rinascita di una lingua perduta

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Il personaggio

Il peruviano José Luis Ayala è l’alfiere della resurrezione di una lingua perduta

«I miei versi in aymara, per ridare onore alla Madre Terra»

di Cristina Taglietti

Da oltre trent’anni combatte con l’arma della poesia una lotta di riscatto. José Luis Ayala, nato 68 anni fa a Huancané, nella provincia di Puno, estremo sud del Perù, culla della civiltà inca, è l’alfiere letterario della rinascita dell’aymara, antica lingua ormai riconosciuta come ufficiale (insieme allo spagnolo) in Perù e Bolivia … Riccardo Badini ha curato per Gorée la raccolta di poesie (in italiano con testo aymara a fronte) Muyu Pacha. Tempo circolare. Versi in cui, come scrive Badini, «la relazione con la natura emerge costantemente a conforto della disperata condizione umana», dove «il profondo rispetto verso la Madre Terra, che non può nemmeno essere arata senza chiederle il permesso» conduce a un’equivalenza tra la considerazione verso l’ambiente, verso gli altri e verso se stessi. Figlio di un maestro elementare, giornalista al quotidiano «La primera» («l’unico giornale decente che non sia caduto nelle trappole mediatiche», dice) Ayala ha avuto un’infanzia difficile («Mi ascolto / ho paura di incontrare / il bimbo triste che non volevo essere», sono gli ultimi versi di Casa di pietra): «È stata un’infanzia dolorosa, come quella di tutti i bambini aymara. Sono stato trattato con estrema crudeltà e questo ha lasciato tracce indelebili nella mia anima. Per due volte sono morto e uno sciamano mi ha salvato, ha richiamato il mio spirito di nuovo nel mio cuore». Ayala ama autori peruviani come Gamaliel Churata, César Vallejo, José María Arguedas, ma il suo orizzonte letterario comprende anche Gabriel García Márquez, Alejo Carpentier, Julio Cortazar, Justo Jorge Padrón («Ho appena finito di leggerlo. Sarà uno dei prossimi Nobel» prevede), fino a Dante, Eugenio Montale, Cesare Pavese («Chi non conosce a memoria “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”»?). Ayala ha una visione militante della poesia. «La mia – dice – è una risposta alla globalizzazione che pretende di cancellare le culture ancestrali, le identità culturali. Allo stesso tempo è la dimostrazione che si può fare poesia anche alla periferia dell’universo, raccogliendo le parole disperse di coloro che, per molti secoli, non hanno avuto voce». Ayala scrive in aymara e poi traduce in spagnolo. Un’operazione non facile perché, dice, «la differenza tra le due lingue è sostanziale. Cerco di tradurre con la maggiore fedeltà ontologica possibile». L’uso dell’ aymara, però, aldilà dell’ universo semantico, ha anche un innegabile valore politico: «Significa prendere una posizione ideologica precisa, portare avanti una visione del mondo. La poesia è impegno. I miei versi cercano di raccontare la realtà, dura, ma allo stesso tempo magica, del mio popolo». Sul piano politico, secondo Ayala, un passo avanti è stato fatto con l’elezione dell’ aymara Evo Morales alla presidenza della Bolivia. «Adesso anche il Perù deve eleggere un presidente che si identifichi con la maggioranza della popolazione quechua e aymara. Il nazionalismo da noi è allo stato embrionale, ma è destinato a crescere con l’acutizzarsi delle contraddizioni del regime attuale che ha abdicato alle sue promesse politiche».

(Dal Corriere della Sera, 3/5/2008).

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