Per gli immigrati la babele dei decreti di espulsione

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Società multietnica

La babele dei decreti di espulsione

L’immigrato deve poter capire l’atto, ma non sempre bastano le lingue più diffuse

di Andrea Maria Candidi

Il diritto di difesa rischia di arrendersi alla babele della società multietnica. Per esempio, secondo la più recente giurisprudenza della Cassazione, il decreto di espulsione è pienamente legittimo anche se è fornito in una lingua incomprensibile allo straniero interessato, purché l’autorità, la questura, giustifichi l’inadempienza, perché a norma di legge di questo si tratta, con l’impossibilità di procedere a un’adeguata traduzione. Magari per l’irreperibilità dell’interprete.

All’alba del terzo millennio, dunque, quello della lingua sembra essere ancora uno dei confini più solidi che separa i mondi. Allora, nella reciproca incomprensione, è possibile inciampare in uno di quei lacci e laccioli tipici delle nostre leggi. Ed è qui che entrano in campo i giudici. Come poi spesso accade, intorno alle aule di giustizia si sviluppano orientamenti diversi, sovente contrapposti, che tentano di contemperare gli interessi in gioco e che trovano consacrazione o composizione davanti alla Cassazione.

Alcuni di questi riguardano proprio il contenzioso che scaturisce dalle norme del testo unico dell’immigrazione. Non fa eccezione la previsione per cui il decreto di espulsione deve essere comunicato allo straniero in una lingua a questi conosciuta. E, solo “ove non sia possibile”, in francese, inglese o spagnolo. Come è stato per A.A. di lingua araba o per altri cittadini rumeni prima dell’ingresso nella Ue.

Lo sforzo del legislatore, a dare sostanza ai cardini costituzionali, come quelli posti a tutela dei diritti di della difesa, è evidente. Resta però l’inciso “ove non sia possibile”, in merito al quale la giurisprudenza è giunta a un punto fermo. Per il momento.

La mancata traduzione nella lingua dello straniero diventa infatti un vizio che può inficiare l’intera procedura fino al punto di rendere nullo il decreto di espulsione privo del requisito in questione. La Cassazione ha però trovato un rimedio all’effetto discorsivo di questa carenza strutturale: il contenuto del decreto di espulsione è salvo, anche se non fornito nella lingua comprensibile all’interessato, purché l’atto stesso contenga un inciso relativo all’impossibilità di tradurlo diversamente. Con buona pace del diritto di difesa.

(Da Il Sole24 Ore, 25/6/2007).

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