Per cambiare la «loro» Europa

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Monica Frassoni

Le questionì poste da Rossana Rossanda hanno un filo conduttore
unico: la costruzione europea poteva essere diversa?
O, per come è nata, non poteva che andare così? E il fatto che sia
andata così non mette in questione il valore stesso dell`Ue e
dell`euro? Penso che esista un vizio d`origine della costruzione
europea: l`indisponibilità di vecchi e nuovi soci a creare un sistema
federale, con poche e ben definite competenze, guidate da istituzioni
comuni, democraticamente elette, dal funzionamento
trasparente e responsabile di fronte al popolo sulla base di una
costituzione. La solita storia di rapporti di potere e di sovranità
nazionale versus democrazia sovranazionale, insomma. E questo non
c`entra molto con la fede liberista, socialista o comunista.
La storia dell`integrazione europea ci dice che la differenza fra il
fronte progressista e quello conservatore non si definisce (come
sosteneva Spinelli) in chi sta a destrae chi sta a sinistra, ma fra
chi vuole l`unione federale e chi no.
Ed è innegabile che a seconda dei momenti storici, destra e sinistra
abbiano avuto grandi responsabilità nel mancato completamento della
democrazia europea.
Peraltro, è un errore storico pensare che i cosiddetti padri fondatori
e i loro governi fossero tutti dei federalisti convinti e che se ne
sia perso lo spirito. Non lo erano, sennò a quest`ora non staremmo
ancora dove siamo…
Tanto è vero che la Cee nasce nel 1957 sulle ceneri della Ced
(Comunità europea della difesa) e del suo progetto di costituzione: la
scelta della Comunità economica europea nasce dall`affossamento
l`Unione politica. Da allora ci sono stati vari tentativi di
resuscitare l`Unione politica ed è innegabile che siano stati fatti
immensi passi avanti, tanto che non sono d`accordo con l`affermazione
secondo la quale l`Unione nasce con l`euro.
Io direi piuttosto che nasce un po` a singhiozzo, con la Ceca, con la
Politica agricola comune, con le decisioni della Corte di giustizia,
con i Fondi strutturali, con Erasmus, le leggi ambientali e del
mercato interno, oltre che naturalmente con i poteri legislativi al
Parlamento europeo. Oggi, che ci piaccia o no, la maggior parte delle
norme in settori chiave del nostro vivere comune vengono da leggi
europee e se domani l`euro finisse, abbattere questa realtà sarebbe
comunque molto complicato.
Certo è, però, che la storia della Ue è una grande «incompiuta».
E’ nata, ma è rimasta un po` rachitica e tutti i nodi di quella
debolezza originaria che si è spesso voluta nascondere con la famosa e
ipocrita frase «l`Europa avanza solo con le crisi» arrivano
periodicamente al pettine. Nel decennio 1991-2001, da Maastricht a
Nizza, anche i socialisti e i loro alleati – c`erano 13 governi dì
centrosinistra su 15! – sono stati succubi di quella stessa mentalità
che ha messo al centro la salvaguardia della sovranità nazionale;
hanno – abbiamo – perso l`enorme occasione di dare all`Ue un sistema
istituzionale solido in materia non solo di governance economica, ma
di bilancio, di strumenti per la coesione, di politica agricola, di
politica sociale e di crescita sostenibile, capace anche di garantire
una presenza influente sulla scena internazionale. Le forze
progressiste non hanno lottato per quell`Europa, che era possibile,
politicamente e istituzionalmente, anche se a prezzo di un conflitto
duro. Perfino Joschka Fischer è stato un europeo fiacco da Ministro
degli Esteri tedesco.
Quando, poco dopo, la destra è arrivata al potere un po` dovunque, il
grande impulso della riforma costituzionale si è incagliato nei veti
dei governi e nei referendum, e l`ampliamento a Est non ha facilitato
la situazione; la battaglia per l`Unione politica è arrivata al punto
di esangue compromesso del trattato di Lisbona, che sicuramente è un
miglioramento (e non, come dice Rossana Rossanda, un arretramento)
rispetto ai precedenti Trattati, ma che viene applicato «a minima» e
in un contesto di crescente rinazionalizzazione delle politiche
europee e perdita di credibilità delle
istituzioni comunitarie, prima fra tutte la Commissione.
Naturalmente, il problema non è solo di architettura istituzionale.
Anche avendo un sistema perfetto, José Manuel Durao Barroso o
Catherine Ashton ai comandi sarebbero comunque un disastro.
Esattamente come uno stato, un comune o una regione, anche un`Europa
federale può fare scelte totalmente sbagliate. La differenza però è
che se un governo sbaglia, in genere in democrazia si tende a volerlo
cambiare.
Con l`Europa (e l`euro) no: si pensa di poterne fare a meno; questo
dato di fatto cì ha fatto perdere moltissimo tempo prezioso anche a
sinistra in battaglie estenuanti e di principio su Europa sì/
Europa no, invece di stare all`erta sull`Europa «come». Un esempio che
mi ha molto segnato? I referendum sul Trattato costituzionale del
2005: quando il referendum del 2005 in Francia e Olanda affossò il
Trattato costituzionale, la mobilitazione di migliaia di persone
contro l`Europa dei mercati e per un`Europa «diversa» si sgonfiò
all`istante, i governi nazionali si reimpossessarono del Trattato, lo
peggiorarono parecchio mantenendo assolutamente tutte le sue parti
«liberiste» e poi lo fecero adottare dai loro parlamenti, con buona
pace di tutti coloro che parlavano di «piano B» e della possibilità di
una migliore costituzione europea una volta sconfitta quella
così-così. Non è successo, perché anche fra i generosi referendari la
priorità in fondo non era la democrazia europea, ma la battaglia
contro il loro governo.
C`è ancora una certa, difficoltà a percepire che l`«Europa» non è
un`entità astratta. È un luogo dove si fa politica, ci si scontra e si
agisce secondo codici che sono forse diversi, da quelli nostrani, ma
che rispondono alle logiche della democrazia elettorale. Forse non è
sempre stato così, ma oggi anche a Bruxelles chi vince le elezioni,
governa. Quindi non è che l`Europa sia «anti-sociale», «liberista» e
quant`altro di per sé.
Non è che a Bruxelles ci siano personaggi grigi come la meteorologia
belga che decidono e basta.
Quando il fronte "progressista" ha più deputati, più ministri più
commissari (magari anche competenti e motivati) si fanno cose migliori
di quando vince la destra populista. Per seguire il ragionamento di
Rossana Rossanda, certo che i «padri» dell`euro sapevano che la moneta
non era sufficiente a unire l`Europa. E ci sono stati e ci sono ancora
oggi fieri dibattiti e scontri sulla questione dell`Europa sociale,
sull`uso delle risorse o su come deve essere questa o quella legge. Di
eurobond e regolamentazione dei mercati finanziari sì parla da almeno
dieci anni. Il punto è che al momento di decidere vincono «quegli
altri» ormai da anni, anche perché i meccanismi decisionali
favoriscono chi vuole puntare i piedi e gli anti-europei.
Ecco perché secondo me il punto vero dell`attuale crisi è il fatto che
a una debolezza istituzionale che ci obbliga allo spettacolo penoso di
governanti boriosi ma in fondo deboli e inconcludenti
(prova ne sia l`ultimo vertice Sarkozy-Merkel), si uniscono decisioni
politiche profondamente sbagliate. Per cambiare la rotta dell`Europa,
dunque, è necessario agire simultaneamente sui due fronti, quello
politico e quello istituzionale. Ma come?
La maggior parte degli interventi pubblicati nel Forum lanciato da
Rossana Rossanda su il manifesto e Sbilanciamoci, dimostrano
l`esistenza di un pensiero strutturato, progressista e profondamente
europeista che da posizioni e competenze anche lontane definisce
alcuni punti fermi e delinea almeno una parte della strada da seguire,
anche accettando di rivedere profondamente alcuni aspetti ideologici e
culturali.
Però mi sembra che, oltre alle proposte, sia oggi necessario pensare a
come queste proposte si potranno aggregare e organizzare per
convincere e vincere la battaglia del consenso, oltre a quella dei
mercati. Per smantellare il pensiero unico che molti interventi hanno
citato e l`incompetenza mediocre al potere non solo in Italia, ma
anche in Europa.
Dico subito che le rivolte degli «indignados» e le manifestazioni, i
comitati e i gruppi, perfino il po- polo dei referendum sono elementi
importanti, ma non sufficienti nella riflessione di come fare in modo
che, in modo democratico e sulla base di proposte concrete,si possa
superare l`attuale fallimentare sistema economico, sociale e politico
e attuare un cambiamento positivo e «rivoluzionario» della nostra
società.
Allo stesso tempo, il dibattito asfittico e di schieramento dei e nei
partiti pare ancora indisponibile a prendere atto dell`enorme energia
sprigionata dai referendum e dalle battaglie di "popolo" che spuntano
e si organizzano sul territorio. Eppure questi due "mondi" sono
entrambi necessari alla definizione dell`altemativa e alla sua
capacità di avere il consenso necessario a realizzarla concretamente.
Quindi, la "rotta – positiva – dell`Europa" potrà essere ripresa
combinando una forte iniziativa politica di contenuto (che punti sul
Green New Deal, su una profonda riforma della politica fiscale verso
criteri di sostenibilità ed equità e una regolamentazione concreta e
realistica dei mercati finanziari), con un approccio che non abbia
paura di riprendere la battaglia per la costituzione europea.
E un`agenda, questa, possibile e realistica, da organizzare rapidamente.
Per essere pronti quando toccherà a noi rimediare ai disastri della
destra incompentente e nazionalista e dì un`Europa grigia, sempre più
burocratica e ininfluente.

Il Manifesto, pag. 15




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