Pechino trova un altro nemico: l’inglese

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Il Giornale, pag.13
LINGUE E NAZIONALISMO

Pechino trova un nuovo nemico: l`inglese

Parole nell`idioma di Shakespeare proibite per decreto nei media cinesi. Con metodi meno dittatoriali, anche in Europa c’è chi tenta di arginare l`anglomania … Ma l`evoluzione del linguaggio non si può impedire per legge

Tommy Cappellini

Ma sbarcati a Shanghai potremo ancora accennare al tassista qualche parola di inglese senza temere di essere portati in tribunale? Ovviamente sì, potremo. Tuttavia la decisione dell`Amministrazione generale per la stampa e le pubblicazioni (Gapp), agenzia governativa della Repubblica Popolare Cinese, è di quelle che destano un filo di preoccupazione. Davvero pensano che un decreto servirà a qualcosa?

Ieri la Gapp ha annunciato che «parole e abbreviazioni straniere saranno vietate a tutte le pubblicazioni cinesi per salvaguardare la purezza della lingua locale». Proprio così, la purezza. Le parole straniere,
rincara poi il decreto, «turbano l`altrimenti sano e armonioso
ambiente culturale». Di conseguenza viene «fatto divieto di introdurre termini stranieri come parole o abbreviazioni in inglese nelle pubblicazioni in cinese e di creare termini che non sono né cinesi né stranieri e il cui significato non è chiaro».

E vero che cool («fico!») lo si sente spesso per strada sulla bocca dei giovani cinesi e che i commercialisti internazionali hanno introdotto abbreviazioni come Cpi (Consumer Price Index, indice dei prezzi al consumo) o Gdp (Gross Domestic Product, il nostro Prodotto interno lordo). Per non dire di quello che ha combinato internet, dove spopola il chinglish. Dong Sheran, professore all`Università di Pechino, ha però comunicato al Global Times un giudizio critico sul decreto: «Le parole nuove arrivano così in fretta che non si fa a tempo tradurle. La comunicazione globale non è un linguaggio chiuso alle parole straniere». Sta di fatto che l`imputato è quello di sempre: l`inglese.

Già qualcuno lo odiava. Molti ricorderanno nel 2001 l`Alleanza contro l`inglese" promossa da Jacques Chirac. Fast food? Piuttosto consummation rapide. Computer? Piuttosto ordinateur. L`importante era non farsi colonizzare dagli anglofoni. Contro il suo stesso ministro dell`istruzione jack Lang, Chirac lanciò una campagna per arginare « l`anglobalizzazione del linguaggio comune». Non bastasse, è recente la polemica del governo Sarkozy contro Catherine Ashton, ministro degli Esteri della Ue, e Jerzy Buzek, presidente del Parlamento Europeo, accusati di «non parlare il francese».

In Italia non siamo mai arrivati a tali scontri istituzionali, ma la battaglia contro l`inglese o l"itanglese" ha i suoi convinti soldati. Quando nel 2008 il Mondo prese le difese dell`inglese ("l`unica lingua usata tra due persone di nazionalità diversa quando cercano di comunicare tra loro") l`Istituto Dante Alighieri condannò il periodico e si mobilitarono le associazioni di italiani residenti all`estero, temendo per la propria identità linguisitica. Celebri, poi, le frequenti prese di posizione di scrittori come Guido Ceronetti: «Non mi rinocerontizzo nella carica sorda della neolingua dominante, no. Se i vostri figli si mostrano svogliati nell`apprendere l`inglese dei Tutti, favorite questa loro simpatica inclinazione. Incoraggiateli col mio esempio di antianglofono refrattario!»

«In realtà – ci dice Valeria Della Valle, professoressa di linguistica alla Sapienza di Roma e autrice, insieme a Giuseppe Patota, di svariati longseller sull`italiano – tutti gli interventi sulla lingua sono artificiali e non hanno successo. Già nel Settecento Melchiorre Cesarotti scriveva che non esistono lingue pure o impure. Non ha senso che lo Stato decida a proposito. Da noi l`ultima politica linguistica risale al fascismo, poi, per fortuna, più nulla. E se guardiamo ai numeri delle parole inglesi che contaminano sul serio l`italiano, c`è più fumo che arrosto».

Tendenze Dal Chinglish allo Spanglish vince l`ibrido

Le autorità cinesi dichiarano guerra all`inglese in nome della purezza della lingua, ma il «cinglish» – neologismo che indica la fusione tra il cinese e l`inglese – continua a diffondersi soprattutto nelle nuove generazioni. Stesso destino per lo «spanglish», misto di spagnolo e inglese in voga soprattutto tra gli immigrati ispanofoni negli Stati Uniti. E in Europa? Come dimenticarsi della lotta dichiarata dalla Francia al «franglais», contaminazione di francese e inglese per respingere la quale si è fatto perfino ricorso a una legge…




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