PECHINO FA DA TERZO INCOMODO TRA PAKISTAN E USA

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PECHINO FA DA TERZO INCOMODO TRA PAKISTAN E USA
Syed SALEEM SHAHZAD, LA StAMPA, 19.12.2010, p.39

Nel nuovo grande gioco centro-asiatico la coppia di ferro Pakistan-America rischia di trasformarsi in un ménage-à-trois, con la Cina nel ruolo dell`incomodo rivale per le ambizioni statunitensi.
La visita del premier cinese Wen Jiaobao in questi giorni a Islamabad è solo l`ultimo segnale di un
riavvicinamento. Già con il viaggio di Asif Ali Zardari a Pechino, l`11 novembre scorso, era chiaro che il presidente pakistano cercava una sponda per potersi emancipare dalla tutela di Washington e giocare la sua partita con maggiore libertà. A questo si aggiungono due mosse che possono scompaginare i piani americani: la- reticenza pakistana nel lanciare un`offensiva contro i guerriglieri di Sirajuddin Haqgani e la clamorosa denuncia di un cittadino paldstano contro il capo della Cia a Islamabad.
Cominciamo da quest`ultimo episodio. La scorsa settimana Kaim Khan, un abitante della turbolenta provincia del Nord Waziristan, è arrivato nella capitale, sotto la tutela delle forze di sicurezza pakistane. Ha tenuto una conferenza stampa per spiegare il motivo del suo arrivo. Khan ha perso il
figlio diciottenne e un fratello in un raid di un drone della Cia nella cittadina di Mir Ali, una delle zone più bersagliata dal cielo in questi mesi nell`offensiva americana contro i santuari terroristici al confine con l`Afghanistan. Niente di nuovo.
Questa volta, però, c`è qualcuno, Khan, che ha deciso di denunciare il capo della Cia in Pakistan. E ha fatto il suo nome, Jonathan Banks. Un fatto gravissimo, tant`è che la Cia ha fatto rientrare di corsa Banks in patria. Ma il messaggio è chiaro: se oggi può essere esposto, con il consenso dell`establishment pakistano, il nome del capo della Cia, un domani potrebbe essere rivelato il suo domicilio, per la gioia degli islamist!
E` altrettanto chiaro che il Pakistan non si limiterà più a protestare contro i continui raid aerei sul suo territorio. E qui si inserisce la seconda mossa, il dialogo di Islamabad con Haqqani, leader del più potente gruppo di guerriglieri che combattono gli americani in Afghanistan. Washington chiede
che il Pakistan lanci un`offensiva militare anche contro i suoi rifugi oltre confine, senza essere ascoltata. Perché Sirajuddin Haqqani, figlio del leggendario comandante Jalaluddin, incubo dei sovietici, ha legami stretti e di lunga data con l`establishment militare e politico del Pakistan, oltre che con gli Stati arabi del Golfo e con l`Arabia Saudita.
Più che combatterlo Islamabad vorrebbe usarlo come pedina in quello che si annuncia un complicatissimo dopo guerra a Kabul, per non perdere la sua influenza nel suo retroterra strategico. Anche la sequenza degli attentati islamisti mostra che qualcosa è cambiato, da settembre in poi. Se nella prima metà dell`anno c`era state 15 grandi stragi di marca jihadista, da allora ci sono stati solo due grossi attentati, ma di marca settaria, contro gli sciiti. Vuol dire che Islamabad e
le reti jihadisti, quella di Haggani in testa, stanno di nuovo dialogando, anche se bisogna fare in conti con le pressioni statunitensi, militari e non solo.
All`inizio di novembre il vice direttore Middle East and Central Asia departement del Fondo monetario internazionale, Adnan Mazarie ha minacciosamente avvertito che i finanziamenti al Pakistan potrebbero essere tagliati, così come quelli della potente Asian Development Bank. A rischio
soprattutto i grandi investimenti nelle infrastrutture e nelle reti energetiche. Ma qui è entrata in gioco, con tempismo impressionante, la carta cinese. Dopo pochi giorni Islamabad ha annunciato di aver annullato la gara internazionale per la costruzione di centrali elettriche nel Paese e di aver affidato a una ditta cinese, senza gara d`appalto, la costruzione di un impianto idroelettrico da 1100 megawatt in Kashmir. E senza che, presumiamo, Pechino facesse nemmeno menzione del problema delle reti islamiste attive in Pakistan.




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